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11.08.2008

Obama presidente Usa


Obama e la famiglia sul palco del Grant Park di Chicago dove ha fatto il suo discorso della vittoria (Afp)


In molti abbiamo gioito per la vittoria di Obama e nonostante fosse attesa, nel momento in cui davvero si è realizzata ce ne siamo stupiti. Al suo annuncio, alla sua marcia trionfale, ci siamo gradualmente abituati, ma sempre proiettandola in un al di là ancora da venire. Poi ci siamo vergognati per i commenti di Gasparri, subito surclassato dall'umorismo di Berlusconi. Senza stupircene. Sappiamo che in America e nel mondo occidentale all'incredulità gioiosa corri-sponde anche un po' di tristezza incredula, perchè un nero presidente non è ancora un fatto compiutamente normale. E', come è stato scritto da Timoty Garton Ash, la scrittura delle ultime righe dell'ultimo capitolo della storia americana, piuttosto che le prime di un capitolo nuovo. Di qui l'incertezza di quel che sarà la sua presidenza, di se e quanto deluderà le aspettative, prospettiva ritenuta dalla maggior parte dei commentatori inevitabile, dato il mito che si è creato intorno a lui, negli Stati Uniti e soprattutto nel resto del mondo. Per Lucio Caracciolo, considerando i guai in cui l'America è invischiata, dalla due guerre in Iraq e in Afghanistan, alla crisi finanziaria, il nuovo presidente dovrà occuparsi in primo luogo degli interessi del suo paese e solo se potrà, proverà ad occuparsi anche dei nostri, perciò saremo i primi probabili delusi.

Ma chissà. Il realismo tante volte si limita a proiettare nel futuro la realtà del presente. Se torniamo indietro di un anno e mezzo, troviamo un senatore dell'Illinois sconosciuto a cui venivano attribuite possibilità irrilevanti di spuntarla nelle primarie contro Hillary Clinton, il vero scontro in cui si è giocato la presidenza. Io stesso ricordo di aver pensato ad una impresa simile a quella di Jesse Jackson nel 1984, che arrivò terzo dietro a Walter Mondale e a Gary Hart e poi nel 1988, secondo dietro Dukakis. Pensavo, sarà comunque importante sostenerlo, che prenda più voti possibile, per i rapporti di forze interni al partito democratico e poi, chissà, forse un posto come vice si può sperare. D'altra parte era rivoluzionaria anche l'ipotesi di una donna primo presidente. E si, in questa occasione i democratici hanno avuto l'imbarazzo della scelta tra due candidature simbolicamente eccezionali. Ma ha prevalso l'outsider, non la candidata dell'estabilisment.

Per capire cosa potrà accadere in futuro, forse è importante capire cosa è accaduto fino ad ora, cioè come è successo, cosa ha determinato la vittoria di Obama. Il personaggio, le sue qualità personali, il suo essere secchione, vigoroso energico, formidabile lavoratore e organizzatore? Il suo programma? Il suo essere afroamericano "non rivendicativo"? Il suo essere nuovo, interprete del cambiamento, dopo anni di conservazione e restaurazione? La disastrosa presidenza Bush? Il rifiuto delle dinastie? L'opposizione alla guerra in Iraq? L'inizio della crisi economica e finanziaria? Il formarsi di un nuovo blocco sociale nella società americana? L'incidenza di qualcosa che non c'era mai stato prima e che già aveva reso verosimile la candidatura di Howard Dean, nel 2004, ovvero: internet,? Abbiamo in mente un po' tutte queste motivazioni e in certa misura c'entrano tutte, ma cosa sia stato davvero determinante, forse ci sfugge. Secondo Nicholas Negroponte, così come si disse che Kennedy vinse grazie alla televisione, oggi si potrebbe dire che Obama ha vinto grazie a YouTube. Invece, per Naomi Klein, decisivo è stato il crollo di Wall Street, che ha neutralizzato la rimonta di McCain dopo la scelta della vice, Sarah Palin.

9.10.2008

Sarah Palin, il "maiale con il rossetto"

Sarah Palin e McCain alla convention repubblicana

Obama durante il comizio a Lebanon (Virginia) ha attaccato Sarah Palin con una battuta allusiva molto forte e di dubbio gusto: "Si può anche dare il rossetto a un maiale, ma resta pur sempre un maiale". Nella recente convention repubblicana, Sarah Palin, si era implicitamente paragonata ad un pittbull con il rossetto. A difesa di Obama, accusato dalla stessa Palin di essere sessista, è intervenuta un'altra donna, facente parte dello staff del candidato democratico, che ha ricordato una dichiarazione fatta dal candidato repubblicano, riportata dal Chicago Tribune nell'ottobre 2007. A chiosa di una proposta sull'assistenza sanitaria pubblica, formulata da Hillary Clinton - all'apoca ancora in corsa per la Casa Bianca - McCain la liquidò osservando: "Penso vogliano dare un po' di rossetto a un maiale, che però resta un maiale".

La battuta e gli argomenti di Obama sono con ogni probabilità pertinenti e calzanti, ma un po' estranei al suo personaggio, quasi una forzatura, un sintomo di nervosismo o comunque di difficoltà. Da quando Sarah Palin è stata designata come vice di McCain i sondaggi prima favorevoli al candidato democratico, si sono fatti incerti o addirittura si sono rovesciati di segno. La vittoria certa dei democratici, la campagna presidenziale più facile da vincere di tutta la storia degli Stati Uniti, si è d'improvviso trasformata in una partita aperta, apertissima, grazie ad un pitbull (o ad un maiale) con il rossetto. Sarebbe una sorte tristemente ironica quella di Obama, prima vincitore su Hillary Clinton, infine sconfitto, non da McCain, ma da Sarah Palin. Geraldine Ferraro, democratica, vice di Mondale nel 1984, ha dichiarato di non sapere ancora per chi voterà.

Però, era stato avvisato per tempo dal regista Michael Moore: "Caro Barack Obama, se vuoi conquistare la Casa Bianca punta sulle donne, ignora i cattolici, ma prendi come vice la cattolica Caroline Kennedy. Le donne, spiega Moore su Rolling Stone, sono furiose perché Hillary Clinton è stata malamente scartata dalla corsa per la Casa Bianca, mentre i cattolici non hanno mai rappresentato l'ago della bilancia nelle elezioni presidenziali (...) e nel 2004 non hanno votato in massa per il cattolico John Kerry". Invece, Obama ha scelto il cattolico, moderato, rassicurante, competente Joe Biden per posizionarsi sulla corsia dell'esperienza,e del moderatismo,  e così facendo ha forse aperto all'avversario l'autostrada del voto femminile.

7.13.2008

Il "nuovo" Obama

Leggo giusto ora, una news dell'Ansa in cui si dice che Obama vuole giustiziare Bin Laden. Del capo di Al Quaeda penso tutto il male possibile, ma sono contrario alla pena di morte e penso che la sua fine violenta sarebbe inutile e persino controproducente, ne farebbe solo un martire, magari proprio nel momento in cui la sua figura è in declino. Può essere che la pancia dell'elettorato americano voglia dichiarazioni di questo tipo per eleggere un presidente, tanto più se si tratta di essere rassicurati per votare il primo candidato afro-americano della storia Usa. Mi chiedo però, come molti commentatori liberal americani, quanto l'adattamento moderato di Obama alla campagna presidenziale sia fisiologico e quanto sia snaturante. Se finora ha vinto, se è stato scelto per rappresentare il "nuovo", la "rottura con il passato", a cosa gli serve rendersi simili ad uno qualsiasi dei suoi predecessori? Tanto valeva candidare Hillary Clinton, figura già collaudata nel suo moderatismo e forse meno bisognosa di esternare dichiarazioni così discutibili.


5.31.2008

Hillary Clinton

Nelle primarie del partito democratico americano ho fatto il tifo per Hillary Clinton, nonostante sia più moderata di Obama e sia ricorsa, nella sua campagna elettorale, a metodi più che discutibili, facendo leva sulla paura e sul razzismo.

Lo scrivo con una certa perplessità. Dico "ho fatto il tifo" parlando esclusivamente del mio istinto, del mio sentimento, di una mia simpatia epidermica. Un militante di sinistra serio e coerente forse si sarebbe persino astenuto dal tifare, si sarebbe sentito estraneo a quella competizione. Intervistata dal Manifesto, ad una domanda sulle primarie, Naomi Klein rispose di trovare curioso che in Italia ci si interessasse di stabilire chi dei due contendenti fosse meglio. Il prevalere dell'uno o dell'altro ci cambia poco. Non ricordo il testo esatto, ma il senso della risposta era più o meno questo.

Nel mio immaginario Obama, inizialmente preferito, è stato rovinato dall'imitazione di Veltroni. Quando vidi, in libreria, che l'ex sindaco di Roma era l'autore della prefazione di una biografia del leader afroamericano, la generica ammirazione che provavo per lui (per Obama) si frantumò. Rimaneva dunque in lizza solo lei, che peraltro ha un bel viso, dei begli occhi, un bel sorriso, un piglio aggressivo accattivante. Purtroppo, ha anche suo marito. Un simpaticone, ma poco affidabile, con una macchia indelebile sulla sua presidenza: non lo scandalo Lewinsky, bensì la guerra del Kosovo, più varie altre cose, per esempio la mediazione truffaldina di Camp David a conclusione del suo mandato.

Se leggiamo i programmi dei due candidati, tema su cui l'informazione in Italia è stata molto scarsa, possiamo valutare che Obama sia un po' più a sinistra di Hillary Clinton (vedi schede), tuttavia anche un personaggio e un profilo politico ormai diverso da quello di Jesse Jackson .Quando i programmi sono deboli, indistinti, generici, a porsi in primo piano è la capacità dei candidati di suscitare negli elettori un sentimento di identificazione o comunque un significato simbolico.

Arianna Huffington sul Corriere della Sera, 30 maggio 2008, Hillary Clinton a Rocky Balboa: "il vero trionfo della campagna di Hillary - un trionfo assoluto - si riflette nell’esempio offerto alle generazioni future. Non solo, si badi, alle giovani donne: con la sua passione, la perseveranza e l’inesauribile forza d’animo, la senatrice è un modello anche per i giovani maschi. Mi sono occupata a lungo di problematiche come la «paura» e il «coraggio», spiegando come il secondo non equivalga affatto all’assenza della prima, bensì alla capacità di padroneggiarla. Il segreto è uno soltanto: cadere ma non restare mai a terra, sapersi ogni volta risollevare. C’è forse un personaggio pubblico che abbia incarnato tale principio in modo più convincente e appassionante di Hillary?"

Lei, come anche Segolene Royal, come molte candidate donne, sembra esprimere una forza, una determinazione, una tenacia, ma anche una passione, che molti uomini non hanno, neppure quando sono brillanti oratori.

Obama è un mulatto di origine kenyota ed ha studiato in Indonesia. Rappresenta il mondo afroamericano ed è contiguo a quello musulmano. Il suo ingresso alla Casa Bianca avrebbe un grande significato storico, almeno sul piano simbolico. E poi, forse, è il meglio che oggi l'America possa esprimere. Però, senza alcuna pretesa di elaborazione, ho pensato che una donna alla presidenza degli Stati Uniti, avesse un significato simbolico ancora più forte. Certo, si può discutere sul fatto che la sua legittimazione le deriva dall'essere stato first lady, piuttosto che leader del movimento delle donne. Eppure, una di queste leader, Gloria Steinem, ha sostenuto comunque Hillary e ricorda che il diritto di voto in America è stato concesso prima ai neri e solo poi alle donne e che la discriminazione sessuale è stata più forte di quella razziale. E' stata e lo è ancora.