
Gli italiani hanno sempre più paura di subire reati? La risposta affermativa è data per scontata fino al punto di non porsi neppure la domanda. Sia chi rappresenta una realtà di crescente insicurezza provocata dalla presenza straniera, sia chi denuncia l'enfatizzazione mediatica di crimini e reati aventi per autore zingari o immigrati, condivide l'idea che gli italiani, la "gente", a torto o a ragione, abbia più paura che in passato e necessiti di una risposta.
Su questo assunto, l'attuale governo, in particolare per impulso della Lega, ha costruito buona parte della sua politica: il censimento dei campi nomadi con le impronte da rilevare agli zingarelli, il prolungamento dei tempi di detenzione nei CIE (centri di identificazione ed espulsione); l'esercito nelle città; la legalizzazione delle ronde; l'introduzione del reato di clandestinità; il respingimento degli sbarchi in Sicilia.
Il tutto con la certezza che è la gente che lo vuole, i sondaggi sono favorevoli, abbiamo la maggioranza.
Può essere. Ammesso sia così, è possibile concedere un si o un no ad un sondaggista, senza particolare coinvolgimento. Lei è favorevole ad una missione su Marte? Si, no, ma in fondo che me ne importa; oppure si, no, dev'essere questa la risposta giusta.
Quale che sia la realtà dell'effettivo livello delle paure italiane e della loro evoluzione, ci muoviamo nel campo delle ipotesi e delle congetture: crediamo quello che ci sembra più plausibile, ma non siamo in grado di dimostrare nulla e magari viviamo, senza rendercene particolarmente conto, una dissociazione tra la nostra realtà quotidiana, negli uffici, nelle scuole, nelle fabbriche, tra i vicini di casa, nel quartiere, ai giardini, sui mezzi di traporto pubblico, e la nostra realtà ideologica nella sfera dell'opinione pubblica, quando leggiamo un giornale, assistiamo ad una trasmissione, partecipiamo ad un dibattito, discutiamo in rete. Anch'io penso che la gente abbia più paura, ma personalmente non conosco nessun pauroso. Immagino ce ne siano altrove, in luoghi diversi da quelli che frequento io. Perchè lo immagino? Perchè lo sento raccontare sui giornali e in televisione e lo leggo su Internet. Ma ad esser sincero, la realtà non la conosco. Non la conosciamo, come scrive il sociologo Asher Colombo sulla rivista Il Mulino n. 1/2008.
(...) sull'andamento del senso di insicurezza degli italiani (...) i dati e le opinioni a nostra disposizione sono lontani dall'essere risolutivi, anche se le prove a sostegno dell'idea che la paura di subire reati nel nostro paese sia aumentata non sembrano molto convincenti e non è improbabile che, invece, il periodo di crescita di tale paura, sia ormai alle spalle da tempo e che, da molti anni si sia raggiunto un livello relativamente elevato, ma anche stabile.
I dati ricavabili da 13 anni di indagini sociali "Aspetti della vita quotidiana" condotti dall'Istat su un amplissimo campione di famiglie italiane non mostrano alcuna crescita del numero di famiglie che considerano la zona in cui vivono molto o abbastanza a rischio di criminalità (su questo si veda: Ministero dell'Interno, Rapporto sulla criminalità in Italia. Analisi, prevenzione, contrasto, Roma, Ministero dell'Interno, 18 giugno 2007). Altre indagini, oltre a basarsi su indicatori poco precisi, hanno un respiro temporale assai corto e non permettono ragionamenti sul lungo periodo. Insomma, non ci sono prove che in Italia, negli ultimi dieci-quindici anni, si sia registrata una crescita della paura di subire un reato. Che la paura della criminalità sia in crescita è sostenuto invece, come è noto da tempo tra gli altri da I. Diamanti. Si veda per esempio il rapporto di I. Diamanti , Valori e significati della sicurezza. Tra difesa individuale, protezione sociale e prevenzione, Bologna, Indagine Demos & Pi per Unipolis, 2007. Questa indagine, tuttavia, consente confronti in un arco temporale solo biennale, e si basa su numerosità campionarie di gran lunga inferiore a quelle delle citate indagini Istat. (Asher Colombo, Razza di delinquenti. A proposito di crimini e criminali. Il Mulino 1/2008).
Su questo assunto, l'attuale governo, in particolare per impulso della Lega, ha costruito buona parte della sua politica: il censimento dei campi nomadi con le impronte da rilevare agli zingarelli, il prolungamento dei tempi di detenzione nei CIE (centri di identificazione ed espulsione); l'esercito nelle città; la legalizzazione delle ronde; l'introduzione del reato di clandestinità; il respingimento degli sbarchi in Sicilia.
Il tutto con la certezza che è la gente che lo vuole, i sondaggi sono favorevoli, abbiamo la maggioranza.
Può essere. Ammesso sia così, è possibile concedere un si o un no ad un sondaggista, senza particolare coinvolgimento. Lei è favorevole ad una missione su Marte? Si, no, ma in fondo che me ne importa; oppure si, no, dev'essere questa la risposta giusta.
Quale che sia la realtà dell'effettivo livello delle paure italiane e della loro evoluzione, ci muoviamo nel campo delle ipotesi e delle congetture: crediamo quello che ci sembra più plausibile, ma non siamo in grado di dimostrare nulla e magari viviamo, senza rendercene particolarmente conto, una dissociazione tra la nostra realtà quotidiana, negli uffici, nelle scuole, nelle fabbriche, tra i vicini di casa, nel quartiere, ai giardini, sui mezzi di traporto pubblico, e la nostra realtà ideologica nella sfera dell'opinione pubblica, quando leggiamo un giornale, assistiamo ad una trasmissione, partecipiamo ad un dibattito, discutiamo in rete. Anch'io penso che la gente abbia più paura, ma personalmente non conosco nessun pauroso. Immagino ce ne siano altrove, in luoghi diversi da quelli che frequento io. Perchè lo immagino? Perchè lo sento raccontare sui giornali e in televisione e lo leggo su Internet. Ma ad esser sincero, la realtà non la conosco. Non la conosciamo, come scrive il sociologo Asher Colombo sulla rivista Il Mulino n. 1/2008.
(...) sull'andamento del senso di insicurezza degli italiani (...) i dati e le opinioni a nostra disposizione sono lontani dall'essere risolutivi, anche se le prove a sostegno dell'idea che la paura di subire reati nel nostro paese sia aumentata non sembrano molto convincenti e non è improbabile che, invece, il periodo di crescita di tale paura, sia ormai alle spalle da tempo e che, da molti anni si sia raggiunto un livello relativamente elevato, ma anche stabile. I dati ricavabili da 13 anni di indagini sociali "Aspetti della vita quotidiana" condotti dall'Istat su un amplissimo campione di famiglie italiane non mostrano alcuna crescita del numero di famiglie che considerano la zona in cui vivono molto o abbastanza a rischio di criminalità (su questo si veda: Ministero dell'Interno, Rapporto sulla criminalità in Italia. Analisi, prevenzione, contrasto, Roma, Ministero dell'Interno, 18 giugno 2007). Altre indagini, oltre a basarsi su indicatori poco precisi, hanno un respiro temporale assai corto e non permettono ragionamenti sul lungo periodo. Insomma, non ci sono prove che in Italia, negli ultimi dieci-quindici anni, si sia registrata una crescita della paura di subire un reato. Che la paura della criminalità sia in crescita è sostenuto invece, come è noto da tempo tra gli altri da I. Diamanti. Si veda per esempio il rapporto di I. Diamanti , Valori e significati della sicurezza. Tra difesa individuale, protezione sociale e prevenzione, Bologna, Indagine Demos & Pi per Unipolis, 2007. Questa indagine, tuttavia, consente confronti in un arco temporale solo biennale, e si basa su numerosità campionarie di gran lunga inferiore a quelle delle citate indagini Istat. (Asher Colombo, Razza di delinquenti. A proposito di crimini e criminali. Il Mulino 1/2008).
La paura di subire reati in Italia
Da tempo in molti Paesi, e più recentemente ma ormai stabilmente anche in Italia, il senso di insicurezza dei cittadini viene preso sul serio dagli studiosi e collocato al Centro di ricerche e indagini volte ad misurarne le dimensioni, ad analizzarne la distribuzione tra i vari gruppi sociali, a esaminarne le relazioni con la diffusione dei reati.
È opportuno precisare però che l’espressione senso di insicurezza viene sovente usata in modo ambiguo, in genere per indicare due fenomeni che, da tempo, nella letteratura scientifica internazionale, vengono analiticamente tenuti distinti. Il primo (concern about crime) è la preoccupazione, di ordine sociale, politico o anche morale per la criminalità. Questo sentimento è, in genere, influenzato dal grado di partecipazione politica, dall’adesione ad una determinata visione del mondo, dai valori che la comunità dovrebbe perseguire e che lo Stato dovrebbe incoraggiare. La paura della vittimizzazione (fear of crime) è, invece, il timore che gli individui hanno di poter subire un reato, per la propria incolumità personale o per i propri beni. Entrambi i fenomeni si presentano distribuiti in modo ineguale tra la popolazione a seconda della zona in cui vive, del sesso, dell’età, della collocazione sociale. Ma, solo in parte, queste due dimensioni si sovrappongono e ciascuna può essere ricondotta a fattori diversi. La preoccupazione per la criminalità è, infatti, più diffusa tra gli strati medio-alti della popolazione, tra gli individui che hanno posizioni politiche conservatrici e cresce nei periodi di rapido cambiamento sociale e politico. La paura della vittimizzazione è in genere, invece, più diffusa tra gli strati medio-bassi della società ed è legata ai livelli di criminalità o devianza del quartiere in cui si vive. È della seconda che ci occuperemo in questo paragrafo finale del capitolo.
Chi legga i giornali, guardi la televisione o comunque sia esposto al discorso pubblico relativamente al senso di insicurezza, potrebbe ricavare l’impressione che la paura personale della criminalità sia fortemente cresciuta negli ultimi anni nel nostro Paese. È assai probabile, in effetti, che la quota di cittadini che teme di subire un reato sia cresciuta nel corso degli anni settanta, contemporaneamente alla crescita dei reati. Ma senz’altro in Italia da almeno quattordici anni, tale paura appare stabile, se non addirittura in lieve declino. Dal 1993 l’Istat ha infatti chiesto a un campione rappresentativo di famiglie italiane se considerasse a rischio di criminalità la zona in cui vivevano. Nel 2005 meno del 30% dichiara di considerarla molto o abbastanza a rischio, e la quota corrispondente nel 1993 era di poco superiore al 30% (Tab. I.2).
I dati mostrano però che tale paura varia a seconda della zona del Paese, ed è più elevata al Sud che al Nord e al Nord che al Centro. Ma le differenze territoriali riguardano anche le tendenze nel tempo. Infatti in almeno un gruppo di regioni, quelle del Nord-Centro, la quota di cittadini che considera molto o abbastanza a rischio di criminalità la zona in cui vivono è, invece, fortemente cresciuta. Nel 1993 i cittadini di queste regioni si sentivano assai più sicuri dei residenti di altre regioni. Oggi queste differenze sono scomparse e i cittadini di queste zone si sentono solo un po’ meno insicuri di quelli del Nord-Ovest, ma un po’ di più di quelli del Centro Italia.
Ma se non ci sono prove per affermare che la paura di subire un reato sia cresciuta nell’arco degli ultimi 14 anni, è indubbio che tale paura ha comunque dimensioni tutt’altro che trascurabili, e che essa si concentra in alcuni strati specifici della popolazione italiana. La Tab. I.3 mostra che in Italia oltre una persona su quattro si sente poco o per niente sicura quando cammina sola al buio la sera nel proprio stesso quartiere, e che questa insicurezza è particolarmente elevata in Sicilia, nel Lazio e in Lombardia, ma raggiunge il massimo in Campania, dove supera un terzo della popolazione. Ma la paura di subire un reato, o un’aggressione, non varia solo a seconda delle zone del Paese. La principale differenza riguarda, infatti, il genere. La paura, infatti, cresce fortemente passando dagli uomini alle donne. Per questa ragione, in regioni come il Veneto, il Lazio, la Campania, la quota di donne che si sente insicura supera il 40%.
Queste differenze non dipendono, evidentemente, da paure irrazionali. Alcuni reati colpiscono più frequentemente le donne degli uomini, come accade per i borseggi o gli scippi. Ma altri, in particolare le violenze sessuali, colpiscono quasi esclusivamente le donne e quindi esse temono tutti i reati che subiscono gli uomini più alcuni aggiuntivi.
Rapporto sulla criminalità in Italia
Analisi, prevenzione, contrasto,
Roma, Ministero dell'Interno, 18 giugno 2007




