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8.15.2009

Cresce la paura degli italiani di subire un reato?

Gli italiani hanno sempre più paura di subire reati? La risposta affermativa è data per scontata fino al punto di non porsi neppure la domanda. Sia chi rappresenta una realtà di crescente insicurezza provocata dalla presenza straniera, sia chi denuncia l'enfatizzazione mediatica di crimini e reati aventi per autore zingari o immigrati, condivide l'idea che gli italiani, la "gente", a torto o a ragione, abbia più paura che in passato e necessiti di una risposta.

Su questo assunto, l'attuale governo, in particolare per impulso della Lega, ha costruito buona parte della sua politica: il censimento dei campi nomadi con le impronte da rilevare agli zingarelli, il prolungamento dei tempi di detenzione nei CIE (centri di identificazione ed espulsione); l'esercito nelle città; la legalizzazione delle ronde; l'introduzione del reato di clandestinità; il respingimento degli sbarchi in Sicilia.

Il tutto con la certezza che è la gente che lo vuole, i sondaggi sono favorevoli, abbiamo la maggioranza.

Può essere. Ammesso sia così, è possibile concedere un si o un no ad un sondaggista, senza particolare coinvolgimento. Lei è favorevole ad una missione su Marte? Si, no, ma in fondo che me ne importa; oppure si, no, dev'essere questa la risposta giusta.

Quale che sia la realtà dell'effettivo livello delle paure italiane e della loro evoluzione, ci muoviamo nel campo delle ipotesi e delle congetture: crediamo quello che ci sembra più plausibile, ma non siamo in grado di dimostrare nulla e magari viviamo, senza rendercene particolarmente conto, una dissociazione tra la nostra realtà quotidiana, negli uffici, nelle scuole, nelle fabbriche, tra i vicini di casa, nel quartiere, ai giardini, sui mezzi di traporto pubblico, e la nostra realtà ideologica nella sfera dell'opinione pubblica, quando leggiamo un giornale, assistiamo ad una trasmissione, partecipiamo ad un dibattito, discutiamo in rete. Anch'io penso che la gente abbia più paura, ma personalmente non conosco nessun pauroso. Immagino ce ne siano altrove, in luoghi diversi da quelli che frequento io. Perchè lo immagino? Perchè lo sento raccontare sui giornali e in televisione e lo leggo su Internet. Ma ad esser sincero, la realtà non la conosco. Non la conosciamo, come scrive il sociologo Asher Colombo sulla rivista Il Mulino n. 1/2008.

(...) sull'andamento del senso di insicurezza degli italiani (...) i dati e le opinioni a nostra disposizione sono lontani dall'essere risolutivi, anche se le prove a sostegno dell'idea che la paura di subire reati nel nostro paese sia aumentata non sembrano molto convincenti e non è improbabile che, invece, il periodo di crescita di tale paura, sia ormai alle spalle da tempo e che, da molti anni si sia raggiunto un livello relativamente elevato, ma anche stabile.

I dati ricavabili da 13 anni di indagini sociali "Aspetti della vita quotidiana" condotti dall'Istat su un amplissimo campione di famiglie italiane non mostrano alcuna crescita del numero di famiglie che considerano la zona in cui vivono molto o abbastanza a rischio di criminalità (su questo si veda: Ministero dell'Interno, Rapporto sulla criminalità in Italia. Analisi, prevenzione, contrasto, Roma, Ministero dell'Interno, 18 giugno 2007). Altre indagini, oltre a basarsi su indicatori poco precisi, hanno un respiro temporale assai corto e non permettono ragionamenti sul lungo periodo. Insomma, non ci sono prove che in Italia, negli ultimi dieci-quindici anni, si sia registrata una crescita della paura di subire un reato. Che la paura della criminalità sia in crescita è sostenuto invece, come è noto da tempo tra gli altri da I. Diamanti. Si veda per esempio il rapporto di I. Diamanti , Valori e significati della sicurezza. Tra difesa individuale, protezione sociale e prevenzione, Bologna, Indagine Demos & Pi per Unipolis, 2007. Questa indagine, tuttavia, consente confronti in un arco temporale solo biennale, e si basa su numerosità campionarie di gran lunga inferiore a quelle delle citate indagini Istat. (Asher Colombo, Razza di delinquenti. A proposito di crimini e criminali. Il Mulino 1/2008).


La paura di subire reati in Italia


Da tempo in molti Paesi, e più recentemente ma ormai stabilmente anche in Italia, il senso di insicurezza dei cittadini viene preso sul serio dagli studiosi e collocato al Centro di ricerche e indagini volte ad misurarne le dimensioni, ad analizzarne la distribuzione tra i vari gruppi sociali, a esaminarne le relazioni con la diffusione dei reati.

È opportuno precisare però che l’espressione senso di insicurezza viene sovente usata in modo ambiguo, in genere per indicare due fenomeni che, da tempo, nella letteratura scientifica internazionale, vengono analiticamente tenuti distinti. Il primo (concern about crime) è la preoccupazione, di ordine sociale, politico o anche morale per la criminalità. Questo sentimento è, in genere, influenzato dal grado di partecipazione politica, dall’adesione ad una determinata visione del mondo, dai valori che la comunità dovrebbe perseguire e che lo Stato dovrebbe incoraggiare. La paura della vittimizzazione (fear of crime) è, invece, il timore che gli individui hanno di poter subire un reato, per la propria incolumità personale o per i propri beni. Entrambi i fenomeni si presentano distribuiti in modo ineguale tra la popolazione a seconda della zona in cui vive, del sesso, dell’età, della collocazione sociale. Ma, solo in parte, queste due dimensioni si sovrappongono e ciascuna può essere ricondotta a fattori diversi. La preoccupazione per la criminalità è, infatti, più diffusa tra gli strati medio-alti della popolazione, tra gli individui che hanno posizioni politiche conservatrici e cresce nei periodi di rapido cambiamento sociale e politico. La paura della vittimizzazione è in genere, invece, più diffusa tra gli strati medio-bassi della società ed è legata ai livelli di criminalità o devianza del quartiere in cui si vive. È della seconda che ci occuperemo in questo paragrafo finale del capitolo.

Chi legga i giornali, guardi la televisione o comunque sia esposto al discorso pubblico relativamente al senso di insicurezza, potrebbe ricavare l’impressione che la paura personale della criminalità sia fortemente cresciuta negli ultimi anni nel nostro Paese. È assai probabile, in effetti, che la quota di cittadini che teme di subire un reato sia cresciuta nel corso degli anni settanta, contemporaneamente alla crescita dei reati. Ma senz’altro in Italia da almeno quattordici anni, tale paura appare stabile, se non addirittura in lieve declino. Dal 1993 l’Istat ha infatti chiesto a un campione rappresentativo di famiglie italiane se considerasse a rischio di criminalità la zona in cui vivevano. Nel 2005 meno del 30% dichiara di considerarla molto o abbastanza a rischio, e la quota corrispondente nel 1993 era di poco superiore al 30% (Tab. I.2).

I dati mostrano però che tale paura varia a seconda della zona del Paese, ed è più elevata al Sud che al Nord e al Nord che al Centro. Ma le differenze territoriali riguardano anche le tendenze nel tempo. Infatti in almeno un gruppo di regioni, quelle del Nord-Centro, la quota di cittadini che considera molto o abbastanza a rischio di criminalità la zona in cui vivono è, invece, fortemente cresciuta. Nel 1993 i cittadini di queste regioni si sentivano assai più sicuri dei residenti di altre regioni. Oggi queste differenze sono scomparse e i cittadini di queste zone si sentono solo un po’ meno insicuri di quelli del Nord-Ovest, ma un po’ di più di quelli del Centro Italia.

Ma se non ci sono prove per affermare che la paura di subire un reato sia cresciuta nell’arco degli ultimi 14 anni, è indubbio che tale paura ha comunque dimensioni tutt’altro che trascurabili, e che essa si concentra in alcuni strati specifici della popolazione italiana. La Tab. I.3 mostra che in Italia oltre una persona su quattro si sente poco o per niente sicura quando cammina sola al buio la sera nel proprio stesso quartiere, e che questa insicurezza è particolarmente elevata in Sicilia, nel Lazio e in Lombardia, ma raggiunge il massimo in Campania, dove supera un terzo della popolazione. Ma la paura di subire un reato, o un’aggressione, non varia solo a seconda delle zone del Paese. La principale differenza riguarda, infatti, il genere. La paura, infatti, cresce fortemente passando dagli uomini alle donne. Per questa ragione, in regioni come il Veneto, il Lazio, la Campania, la quota di donne che si sente insicura supera il 40%.

Queste differenze non dipendono, evidentemente, da paure irrazionali. Alcuni reati colpiscono più frequentemente le donne degli uomini, come accade per i borseggi o gli scippi. Ma altri, in particolare le violenze sessuali, colpiscono quasi esclusivamente le donne e quindi esse temono tutti i reati che subiscono gli uomini più alcuni aggiuntivi.


Rapporto sulla criminalità in Italia
Analisi, prevenzione, contrasto,
Roma, Ministero dell'Interno, 18 giugno 2007

8.14.2009

Quel che conta è la percezione?

Affermare che quel che conta è la percezione, significa rinunciare a cambiare la realtà e la sua rappresentazione. Nel caso dei migranti la percezione riguarda l'equiparazione immigrazione / criminalità.

Una percezione condivisa, prevalente, maggioritaria? Magari, io non lo percepisco, ma sono convinto che gli altri lo percepiscono. Esiste anche una percezione della percezione, l'idea che la gente pensi e agisca in tal mondo, intendendo come "gente" sempre una entità altra di cui non facciamo parte.

Quindi, abbiamo due percezioni: gli immigrati sono mediamente più delinquenti di noi e gli italiani (gli altri) sono di conseguenza diventati un po' più razzisti.

Che queste due percezioni siano corrispondenti alla realtà, non esiste nessuna prova. Possiamo considerare alcuni indizi e costruirci sopra delle ipotesi, ma gli indizi non sono una prova e le ipotesi non sono una realtà assodata.

Esistono inchieste da cui risulta che gli italiani indicano la sicurezza come una delle priorità nazionali, ma altre inchieste danno risultati diversi, mettendo in cima ai pensieri nazionali l'occupazione, l'economia. Dipende da come viene condotta l'inchiesta e dal periodo. Dipende da cosa si occupano giornali e televisioni, a cosa danno maggior risalto.

In una inchiesta del Censis di alcuni anni fa, agli intervistati che ponevano la sicurezza in cima alle loro preoccupazioni si chiedeva di specificare da quale dato di esperienza facevano derivare questa loro indicazione ed essi rispondevano in una percentuale di circa il 90%: da quel che apprendiamo dall'informazione di giornali e TV. Dunque, sono giornali e TV che decidono di cosa dobbiamo preoccuparci, a volte in conformità con quanto realmente accade, a volte no. Come ha spiegato Ilvo Diamanti l'enfasi televisiva sulla criminalità, non segue l'andamento dei reati.

Poi, c'è da considerare la psicologia dell'intervistato. Le risposte che dà, corrispondono a quanto realmente pensa, relazionandosi con spontaneità all'intervistatore, o sono parte di un gioco di ruolo? Una persona distinta, con un microfono, un taccuino, una penna, magari una telecamera, si rivolge a me oppure mi telefona una voce professionale, per chiedermi quali sono i principali problemi del paese. Allora, cerco di dare una risposta responsabile, competente, come si deve, come farebbero i politici, gli esperti, quelli che di solito parlano in televisione. Compio una sorta di imitazione e rispondo per sentito dire. Questo atteggiamento, quanto incide sull'esito dei sondaggi?

8.13.2009

Il partito che sussurrava ai razzisti

Nello scontro tra Bossi e Fini sull'immigrazione, come non sentirsi solidali con Fini? Da qualche tempo, il presidente della camera ha assunto posizioni coraggiose e innovative, se si considera la sua matrice politica: diritto di voto per gli immigrati, tempi più brevi per la concessione della cittadinanza; modifica della legge da lui stesso firmata, per la regolarizzazione dei lavoratori stranieri; inoltre, dichiarazioni e interventi contro la xenofobia e il razzismo, mentre nel paese montavano episodi di aggressione e di intolleranza contro gli stranieri.

L'evoluzione di Fini è funzionale alla contesa per la leadership del centrodestra; reagisce al protagonismo vessatorio della Lega; e supplisce ad un ruolo lasciato vacante dall'unica sinistra presente in parlamento, tant'è che il Giornale può ironizzare, immaginando l'ex segretario di An come leader ideale del PD.

Alla determinazione leghista fa infatti da controcanto la debolezza del Partito democratico, il quale oscilla tra la denuncia del razzismo e l'idea che, per contenere la Lega e gli umori xenofobi del paese, un po' razzisti bisogna esserlo. Dalla legge Turco Napolitano che introduce i centri di permanenza temporanea (1997), alla campagna securitaria del candidato Rutelli (2001), agli sgomberi di Cofferati e alle ordinanze dei sindaci sceriffo, a Veltroni che insorge contro la Romania dopo l'omicidio Reggiani e il governo Prodi che si riunisce d'emergenza per decretare espulsioni più facili, a Fassino che legittima i respingimenti degli sbarchi in Sicilia.

A fare opposizione e campagne morali c'è il quotidiano Repubblica, che però a suo tempo diede spazio in prima pagina alla lettera del razzista di sinistra accompagnata da successivo e favorevole dibattito: oltre alle mancanze del partito, ci sono tanti progressisti e democratici che, dopo aver concesso una dichiarazione di principio, solidale ed egualitaria, manifestano più o meno pudicamente i loro sentimenti di avversione verso zingari e stranieri.

Nel confronto tra destra e sinistra, il razzismo è al tempo stesso una discriminante di civiltà e una zona di contiguità. Una discriminante, perchè la sinistra nella sua anima, nella sua pancia, non aderisce ad un immaginario valoriale che divide gli uomini per nazionalità, religione, tratti somatici, colore della pelle; una zona di contiguità, perchè la sinistra sembra aver smarrito la fiducia nella razionalità e così ricorre anch''essa alle razionalizzazioni: non interiorizza l'antirazzismo come sua ragione fondante, mantiene l'idea del tutto astratta, che la xenofobia diffusa, va capita e spiegata, magari con la solita correlazione tra immigrazione e criminalità, e in qualche modo corrisposta.

Si afferma un principio incredibile: quel che conta è la percezione - proprio quella falsa coscienza, indotta da giornali e telegiornali - a cui si risponde con l'offerta di un'altra percezione, quella immediata, reattiva, rassicurante di una risposta improntata a severità e durezza. Così, Bossi può permettersi di parlare come parla e il governo di legiferare provvedimenti inutilmente vessatori contro i migranti. Dall'altra parte c'è una assoluta sfiducia nelle proprie ragioni e nella propria gente e forse una sfiducia nella ragione in sè. Paradossalmente, il campione dei diritti civili degli immigrati, diventa il secondo firmatario della peggiore legge sull'immigrazione in Europa.

8.12.2009

«Noi andavamo a lavorare, non ad ammazzare la gente»

A Marcinelle, il presidente della Camera Gianfranco Fini ha ricordato come anche gli italiani del nord siano stati protagonisti dell'emigrazione dall'Italia all'estero. Il ministro delle riforme istituzionali, Umberto Bossi gli ha replicato che "Noi andavamo a lavorare, non ad ammazzare la gente".

E' lo stesso uomo politico tra le cui frasi celebri si possono trovare affermazioni come queste:
“Leghisti, prendete nota dei nomi dei vostri vicini che votano per Alleanza Nazionale, perché al momento giusto la Lega andrà casa per casa a prenderli: li abbiamo già cacciati i fascisti dal Nord, è guerra con i nemici. Su questo non scherzo. Li teniamo sotto il tiro del nostro Winchester”. (Umberto Bossi, festa della Lega Nord ad Albano Sant’Alessandro, 4 agosto 1995);
"Da noi un proiettile costa solo 300 lire" (riferito al giudice Papalia che indaga sui "patroiti" di Piazza San Marco);
«Finora gli è andata bene. Noi padani pagavamo e non abbiamo mai tirato fuori il fucile, ma c'è sempre una prima volta» (U. Bossi, Piazza San Marco, Venezia, agosto 2007);
«I fucili sono sempre caldi. Ho trecentomila uomini sempre a disposizione» (Bossi, all'ingresso di Montecitorio, aprile 2008)

Il personaggio è noto, ma lascia sempre di stucco sentir parlare un ministro, un leader politico, come se fosse un "padola" qualsiasi, di scarsa cultura, afflitto da paranoie xenofobe, bisognoso di infierire contro un capro espiatorio: i meridionali, gli ebrei, i gay, gli stranieri, le donne, quel che passa il convento della marginalità o della diversità. Questo tratto gli è pure riconosciuto come un punto di forza, che gli permette di stabilire una connessione epidermica con una parte della popolazione.


APPELLO
Bossi si dimetta, le sue dichiarazioni sono razziste
Nell'anniversario della tragedia del 1956 a Marcinelle, dove 136 minatori italiani persero la vita, perfino esponenti dell'attuale maggioranza di destra hanno riconosciuto che quei lavoratori erano trattati non diversamente da come oggi si trattano da noi gli «extracomunitari», hanno domandato «rispetto» per gli stranieri anche «se senza documenti», e riconosciuto sbagliato quel reato di clandestinità che pure hanno concorso a introdurre, insieme ad altre leggi razziali.
L'esponente della Lega Nord, Umberto Bossi, ha invece avuto l'impudenza di dichiarare: «Noi andavamo a lavorare, non ad ammazzare». Questa affermazione insultante e razzista - che nega la realtà, finge di ignorare quanti lavoratori italiani siano stati trattati come criminali dai bossi dell'epoca e definisce delinquenti centinaia di migliaia di onesti lavoratori stranieri, molto spesso supersfruttati - non può essere ancora una volta archiviata come folklore perché è stata fatta da un ministro della Repubblica. Lo stesso che qualche giorno fa ha dichiarato che non gli interessa il tricolore (di cui è rappresentante come ministro) piacendogli solo la bandiera della Lombardia o dell'inesistente Padania. E che in altre occasioni ha giustificato l'incendio del campo rom di Ponticelli, o ha invocato il ricorso ai fucili, a seconda dell'umore del momento, contro magistrati, migranti, meridionali o contro Roma ladrona (di cui pure è ministro).
Né il fatto che pochi o molti lo abbiano votato può valere da «scudo» a chi incita alla violenza squadrista, alla secessione e all'odio razziale, come non potrebbe garantire l'immunità a un ministro pedofilo o mafioso.
Chiediamo che le forze politiche dell'opposizione, parlamentare e no, pretendano le dimissioni immediate di questo signore, data l'incompatibilità manifesta dei suoi comportamenti con il suo ruolo e che i presidenti delle Camere intervengano a tutelare la dignità delle istituzioni.

Primi firmatari:
Walter Peruzzi, Piero Maestri, Alberto Stefanelli, Gianluca Paciucci ("Guerre&Pace"); Giuseppe Faso, Marina Veronesi (Centro interculturale empolese-Valdelsa); Filippo Miraglia (resp. immigrazione Arci); Anna Maria Rivera (Università di Bari); Piero Soldini (resp. Immigrazione CGIL); Enzo Mazzi, Firenze; Enrico Peyretti, Torino; Marcello Maneri, Fabio Quassoli (Università Bicocca, Milano); Federico Celestini (Universita' della Musica Graz, Austria); Fulvio Vassallo Paleologo (Università di Palermo); Antonio Moscato (storico); Gordon Poole (Orientale di Napoli); Giovanni Russo Spena (PRC); Angelo Baracca (Università di Firenze).
Hanno inoltre aderito: Paolo Buffoni (Ass. «Todo Cambia» e «Università Migrante», Milano); Rosetta Riboldi («Coordinamento pace», Cinisello); Alfonso Di Stefano (Rete Antirazzista Catanese); Guido Piccoli; Giuseppe Lodoli; Stefania Silva; Beatrice Biliato, Floriana e Alberto Lipparini, Paolo Limonta, Marco Capra, Milvia Naja, Ariele Agostini, Milano; Lorenza Giangregorio, Roma.
Per adesioni: immigrazione@arci.it (www.sosdiritti.ning.com)

6.08.2008

Migranti e ciclo economico

Si dice che l'immigrazione meridionale nel Nord-Italia, durante gli anni '50-'60 ha avuto successo dal punto di vista dell'integrazione, perchè quelli erano gli anni del boom economico, un ciclo espansivo che permetteva politiche redistribute. Oggi, al contrario, il ciclo è recessivo e ciò impedirebbe altrettanto successo all'integrazione dell'immigrazione straniera.

Sembra un argomento razionale, come tutti gli argomenti deterministici. Ma i termini del ragionamento potrebbero anche essere invertiti. Il boom permise l'immigrazione meridionale, ma soprattutto, l'immigrazione meridionale permise il boom. I lavoratori settentrionali, da soli, non ce l'avrebbero fatta ed oggi con il senno di poi possiamo dire che l'integrazione dei meridionali al nord ha avuto successo, ma negli anni '50 forse la percezione sulla futura convivenza tra "indigeni" e "immigrati" nel triangolo industriale era meno ottimistica.

Allo stesso modo, oggi è il declino che ostacola l'immigrazione straniera o non piuttosto è l'immigrazione straniera che argina il declino e impedisce un vero e proprio crollo dell'economia italiana e forse di tutto il vecchio continente?