8.30.2009

Le forme di lotta dei no-global al G8 di Genova 2001

Le narrazioni filogovernative o più indulgenti verso il governo dell'epoca, se e quando ammettono gli eccessi della polizia durante le giornate del G8 di Genova 2001, considerano comunque questione principale la violenza dei manifestanti, con tanto di estintori e passamontagna. Come se l'uccisione di Carlo Giuliani, le tante cariche indiscriminate, l'aggressione nel sonno alla scuola Diaz e le sevizie di Bolzaneto fossero derubricabili alla stregua di una esagerazione.

Gli stessi manifestanti scesero in piazza una settimana dopo, in tutte le città italiane, contro la repressione di Genova. C'era molta rabbia e indignazione, ma la polizia era quasi invisibile e non successe nulla. Altra grande manifestazione a Firenze, nel 2002, del Social forum europeo. Polizia invisibile, nessun incidente. L'estintore, guardando la sequenza dei fotogrammi di Piazza Alimonda, è stato probabilmente lanciato la prima volta dal defender contro i manifestanti. Il passamontagna negli anni '90 era un copricapo tipico delle manifestazioni dei centri sociali, era copricapo del Subcomandante Marcos, così come negli anni '80 era un copricapo diffuso nei cortei la keflah di Arafat.

Riguardo le forme di lotta del movimento, provo a fare questa mappa.

I no-global sono non violenti e rifiutano pure l'etichetta di no-global. Preferiscono quella di "altermondialisti". L'etichetta no-global è una semplificazione giornalistica, ha origine dal nome della rete di Francesco Caruso arbitrariamente esteso a tutto il movimento. Il principio è: noi siamo contro questa globalizzazione liberista a senso unico, non contro la globalizzazione in sè, anzi rivendichiamo una globalizzazione dei diritti.

Il Genoa Social Forum che raccoglieva tutte le associazioni manifestanti contro il G8 assumeva la non violenza come discriminante per la partecipazione al movimento. Nessuna violenza contro cose o persone, per nessun motivo. A questa impostazione aderirono centinaia di migliaia di persone.

A Genova, il 21 luglio c'erano 700 mila persone, la città era completamente paralizzata, gli spezzoni dei cortei erano quasi immobili. Ricordo di avere passato ore, fermo nella calca dei manifestanti, sulla strada del lungo mare. Ogni tanto, fuggivamo tutti, con il rischio di essere travolti e schiacciati, perchè molto più avanti partivano le cariche. Si fuggiva in tanti senza sapere esattamente da dove arriva il pericolo e dove poter ripararsi. I fotoreporter mostravano video impressionanti di persone inermi caricate dalla polizia. Ricordo l'immagine di una donna di 60 anni, stesa per terra con la faccia coperta di sangue.

Poi c'erano le tute bianche, il 30 per cento dei centri sociali. I centri sociali tutti insieme forse facevano 10-20 mila persone. Le tute bianche dicevano: ok, nessuna violenza, per nessun motivo. Però, simuliamo. Facciamo la violazione simbolica della zona rossa, parliamo un linguaggio incendiario: "dichiarazione di guerra all'impero", etc. Per me, era un comportamento irresponsabile che avrebbe prestato alibi alla repressione. Per loro, invece, era un comportamento opportuno perchè avrebbe permesso di incanalare in una protesta simbolica, una violenza potenzialmente autentica.

Poi c'erano il resto dei centri sociali, raccolti nel Network antagonista, i quali dicevano: va bene, nessuna violenza, però se la polizia ci attacca noi ci difendiamo. Questa è l'area di cui facevano parte Giuliani e i ragazzi intorno al defender di Piazza Alimonda.

Poi c'erano i black bloc, esterni al movimento, che non erano interessati alla zona rossa, ma solo alla devastazione della città. Con un particolare tutto italiano. Mentre nel resto d'Europa, i black bloc distruggevano in modo selettivo, mirando ad obiettivi di "classe": banche, sedi di multinazionali, bersagli di lusso, a Genova erano interclassisti, distruggevano di tutto anche le utilitarie. Il motivo di questa differenza tra Italia e Europa è rimasta un mistero, salvo attribuirla a infiltrazioni della polizia e di formazioni dell'estrema destra.


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La Corte di Giustizia Europea sul caso Giuliani

8.29.2009

La Corte di giustizia europea sul caso Giuliani

La Corte di Giustizia Europea ha stabilito che l'omicidio di Carlo Giuliani è avvenuto per legittima difesa. Ma, al tempo stesso, ha espresso quanto segue:

«La Corte, deplorando l´assenza di un´inchiesta nazionale sulla questione, è nell´impossibilità di stabilire l´esistenza di una correlazione diretta e immediata tra le negligenze che hanno potuto riguardare la preparazione o la condotta delle operazioni di gestione dell´ordine pubblico e la morte di Carlo Giuliani».

Una sentenza molto discutibile per quel che riguarda la legittima difesa. Non esiste neppure la certezza che a sparare sia stato Mario Placanica, il quale ha offerto più volte versioni diverse di quel tragico fatto. Nè è dimostrato che i carabinieri si trovassero, al di là della loro possibile percezione, in una posizione di reale pericolo mortale, rispetto a quanto è successo in molti conflitti tra manifestanti e forze dell'ordine in quella e altre manifestazioni.

Appena due settimane prima, gli operai dell'Ansaldo occuparono il Consiglio Regionale. Intervenne la polizia per sgomberarli, ne seguì una colluttazione. Ben otto poliziotti finorono all'ospedale. Ebbero, quindi, sorte peggiore dei carabinieri di Piazza Alimonda. Durante, gli anni '50 e '60, ai tempi della Celere di Scelba, l'oggettivo pericolo in cui venivano a trovarsi poliziotti rimasti isolati, era spesso usata come motivazione, per giustificare l'omicidio di manifestanti. Le forze dell'ordine deputate all'ordine pubblico in una manifestazione, non dovrebbero essere armate, meno che mai essere autorizzate a sparare. C'è da ricordare, a proposito di Genova, che esponenti del governo, amplificarono iil messaggio secondo cui la polizia era autorizzata a sparare. Questo come poteva tradursi nella testa di un giovane e inesperto poliziotto o carabiniere, magari preparato psicologicamente ad affrontare in piazza qualcosa di simile al terrorismo?

Quel che è certo, è che l'archiviazione del processo ha evitato il pubblico confronto con le perizie di parte civile.

Condivisibile, invece, la parte relativa alla scarsa pianificazione e gestione in materia di ordine pubblico e pubblica sicurezza e al rimprovero mosso allo stato italiano di non aver indagato adeguatamente per accertare fatti e responsabilità. Bisogna infatti vedere quanta di quella scarsa pianificazione e gestione fu dovuta a incompetenza e quanta alla volontà di creare le condizioni per una repressione generalizzata, che ha avuto il suo apice nell'assassinio di Giuliani, ma si è pure ampiamente realizzata nelle cariche indiscriminate contro cortei autorizzati, nel pestaggio cileno alla Diaz e nelle torture di Bolzaneto.

Il contesto è quello del corteo delle tute bianche, che doveva raggiungere la zona rossa, passando per Via Tolemaide. Quel corteo fu attaccato dai carabinieri. La commissione parlamentare d'indagine accertò che l'attacco era immotivato, poichè, a differenza di quanto affermavano i carabinieri, il corteo era autorizzato. La carica dei carabinieri si realizzò anche con i classici caroselli delle jeep tra i manifestanti. Una parte dei manifestanti reagì alla violenza dei carabinieri. Una jeep, quella di Placanica, si ritrovò isolata nella vicina Piazza Alimonda. Ma sul lato sinistro della piazza, un battaglione di carabinieri rimase a guardare. Qui avvenne l'omicidio. Dopo lo sparo, il defender passò per due volte sul corpo di Carlo Giuliani, senza nemmeno accertare se fosse vivo o morto.

I giornali italiani enfatizzano molto l'assoluzione per legittima difesa, mentre quelli stranieri, hanno mettono l'accento sulle mancanze dello stato italiano. L'Italie coupable d'avoir bâclé l'enquête sur la mort d'un altermondialiste, titola Le Monde.


DI SEGUITO LA TRADUZIONE DEGLI ARTICOLI PRINCIPALI DELLA SENTENZA DELLA CORTE EUROPEA (dal n. 247 al n. 254) CHE RIGUARDANO LA VIOLAZIONE DELL'ART.2 DELLA CONVENZIONE EUROPEA SOTTO L'ASPETTO PROCEDURALE:

247. La Corte rileva in primo luogo che è stata effettuata un'autopsia il giorno successivo al decesso di Carlo Giuliani da parte di due medici nominati dalla procura. Questi hanno constatato che la vittima era stata colpita da un solo proiettile che ne aveva causato la morte. Benché lo "scanner total body" effettuato sul cadavere avesse rilevato la presenza di un frammento metallico conficcato nella testa, i due periti non l'hanno menzionato nella loro relazione tecnica e non hanno estratto il frammento in questione. Nella sua deposizione nel corso del "processo ai 25", Salvi ha dichiarato di aver tentato di estrarre il frammento di cui si tratta. Inoltre, i proiettili sparati da M.P. non sono stati ritrovati e, peraltro, non c'è alcuna prova che siano stati svolti dei tentativi per ritrovarli. L'analisi di questo frammento metallico sarebbe dunque stato importante per una valutazione balistica e per la ricostruzione dei fatti. Quanto alla traiettoria seguita dal proiettile di cui si tratta, i medici hanno indicato che andava dall'alto verso il basso, da davanti a dietro e da destra a sinistra, e che la distanza dello sparo era stata superiore a 50 cm. Tuttavia, non è stato espressamente precisato se il tiro era stato diretto.
248. Condividendo i dubbi della procura relativi al carattere superficiale delle informazioni raccolte durante l'esame, la Corte reputa deplorevole che il termine di sole tre ore lasciato ai ricorrenti tra la notificazione dell'avviso di autopsia e l'autopsia stessa abbia impedito loro di nominare un perito di parte.
249. Non si può sostenere che l'autopsia svolta o le constatazioni contenute nella relazione medica fossero tali da costituire un punto di partenza per un'indagine efficace o che fossero tali da soddisfare le esigenze minime di un'indagine su un caso di omicidio manifesto, e ciò in quanto hanno lasciato troppe questioni cruciali senza risposta. Queste lacune appaiono ancora più gravi se si considera che il cadavere è stato in seguito consegnato ai ricorrenti e che è stata data autorizzazione per la sua cremazione, ciò che ha impedito qualsiasi ulteriore indagine, in particolare per quanto concerne il frammento metallico che si trovava nel corpo.
250. La Corte reputa increscioso che la procura abbia autorizzato la cremazione del cadavere il 23 luglio 2001, ben prima di conoscere i risultati dell'autopsia, e mentre la vigilia aveva concesso ai consulenti tecnici termine di 60 giorni per consegnare la loro relazione, tanto più che la stessa procura ha giudicato "superficiale" il rapporto d'autopsia. Che la mancata conservazione del corpo sia stato un ostacolo enorme per le indagini è peraltro confermato dai quattro consulenti tecnici d'ufficio, che non hanno potuto ricostruire i fatti e, conseguentemente, la traiettoria precisa dello sparo mortale non ha potuto essere determinata.
251. Tenuto conto delle lacune dell'esame medico-legale e della mancata conservazione del corpo, non è sorprendente che il procedimento penale si sia concluso con l'archiviazione. La Corte conclude che le autorità non hanno condotto un'adeguata indagine sulle circostanze del decesso di Carlo Giuliani.
252. In secondo luogo, la Corte osserva che le indagini a livello nazionale si sono limitate all'esame della responsabilità di F.C. e M.P. Per la Corte tale approccio non può essere considerato conforme alle esigenze dell'articolo 2 della Convenzione poiché le indagini dovevano essere approfondite, imparziali e rigorose e dovevano concernere tutte le circostanze che avevano accompagnato la morte.
In alcun momento è stata posta la questione di esaminare il contesto generale e verificare se le autorità avevano pianificato e gestito le operazioni di mantenimento dell'ordine pubblico in modo da evitare il tipo di incidente che ha causato il decesso di Carlo Giuliani. In particolare, le indagini non hanno avuto di mira la determinazione delle ragioni per le quali M.P. - che era stato giudicato incapace dai suoi superiori di continuare il suo servizio in ragione delle sue condizioni fisiche e psichiche- non fosse stato immediatamente condotto all'ospedale, fosse stato lasciato in possesso di una pistola carica e fosse stato messo a bordo di una jeep priva delle protezioni e ritrovatasi isolata rispetto al plotone che aveva seguito.
253. La Corte reputa che le indagini avrebbero dovuto concernere almeno questi aspetti dell'organizzazione e della gestione delle operazioni di mantenimento dell'ordine pubblico, poiché la Corte vede uno stretto legame tra lo sparo mortale e la situazione nella quale M.P. e F.C. si sono ritrovati. In altre parole, le indagini non sono state adeguate nella misura in cui non hanno ricercato quali fossero le persone responsabili di detta situazione.
254. Per quanto sopra detto, vi è stata violazione dell'art. 2 della Convenzione sotto l'aspetto procedurale.

www.piazzacarlogiuliani.org

8.28.2009

L'equiparazione tra Israele e il nazismo /2

Equiparare Israele al nazismo o i critici di Israele all'antisemitismo sono due atteggiamenti speculari, che alcuni partecipanti ai dibattiti sul conflitto mediorientale hanno sempre cura di rovesciarsi reciprocamente addosso.

Ho provato a spiegare ad un "equiparatore", perchè secondo me sbaglia.

* * *

Se usi "nazismo" come sinonimo di malvagità, cattiveria, crudeltà, brutalità, puoi aver ragione. Allora, puoi dare del nazista a chiunque eserciti violenza e oppressione.

Se per nazismo intendi invece l'ideologia e la prassi del Terzo Reich, invece hai torto.

La differenza la fanno le camere a gas e i forni crematori.
La differenza la fa l'idea del capro espiatorio assoluto.

Gli israeliani si comportano molto male con i palestinesi.
Agiscono così perchè vogliono la loro terra.
Tuttavia, agiscono in vari modi, a volte con il bastone, a volte con la carota, e agiscono sempre per un motivo.
Se i palestinesi si arrendessero, se capitolassero, il conflitto sarebbe risolto. Se i palestinesi migrassero, nessun israeliano cercherebbe di fermarli o di infierire su di loro.

Gli ebrei invece qualunque cosa facessero - combattere, arrendersi, capitolare, migrare - dal punto di vista del Terzo Reich non avevano e non dovevano avere scampo.

Una madre entra nel campo con due figli piccoli.
Il militare nazista le domanda: "quale dei due vuoi che ti uccidiamo?"
Lei deve scegliere la morte di uno dei due figli, altrimenti verranno uccisi entrambi.

Questa cosa non ha nessun senso, nessuna equiparazione.

Per me, la banalizzazione del nazismo è di estrema gravità, fa parte di un mondo senza più memoria.

8.26.2009

Riproduzione riservata

Dall'inizio di agosto, Il Sole 24 Ore e il Corriere della Sera pubblicano in loro articoli online con la dicitura in calce, a caratteri maiuscoli "riproduzione riservata".

L’indicazione - spiegano dal quotidiano di Via Solferino - è frutto di una decisione congiunta della direzione e dell’azienda e punta a tutelare il diritto d’autore e ad arginare il fenomeno della ripresa abusiva dei pezzi.

Si tratta, più che altro, di un deterrente - viene precisato - nei confronti dei siti web, ma anche di piccole realtà della carta stampata che saccheggiano il Corriere senza citare la fonte
.

Deterrente vecchio, a dir poco anacronistico. Penso sarebbe più efficace una dicitura in positivo, tipo: "è permessa la riproduzione dell'articolo, a condizione che sia citata la fonte", salvaguardando in un colpo solo il diritto di citazione e il diritto d'autore, oppure, oltre a questa, altre opzioni: vedi Creative Commons.

D'altra parte, non si può escludere, che gli stessi giornalisti del Corriere e di molte altre testate, a loro volta copino dai blog, dalle agenzie, dai giornali stranieri, senza citare alcunché.

Secondo me, fermo restando l'obbligo di citare la fonte, le risorse di un sito dovrebbero essere a disposizione di tutti gli altri siti, purchè senza fini di lucro. La fonte citata, con tanto di link, può anche trarne vantaggio, aumentando i visitatori e migliorando il posizionamento nei motori di ricerca e accrescendo in ogni caso la propria reputazione.

In ogni caso, se proprio ci si vuol tutelare dalla possibilità di essere copiati e possibile inibire, con appositi codici html, i comandi "selezione"; "copia" e "stampa". Un navigante esperto, può riuscire ad aggirarli - intanto anche per lui è una piccola seccatura - ma la maggior parte dei naviganti non saprebbe farlo e comunque preferirebbe lasciar perdere.

8.25.2009

Eritrei, 73 morti dopo gli accordi con Gheddafi

Un barcone di profughi eritrei ha vagato nelle acque del Mediterrano per venti giorni. Settantatré persone sono morte. I superstiti hanno raccontato di aver incontrato varie imbarcazioni, senza ricevere soccorso.

Il governo italiano ha messo in dubbio la versione dei profughi, ha scaricato tutta la responsabilità sulle autorità maltesi e poi ha attaccato la UE di non fare niente e di lasciare sola l'Italia di fronte al dramma dei profughi.

Tuttavia, la tragedia è avvenuta nel quadro delle politiche di respingimento dei migranti. Si dichiara ogni volta di voler contrastare la tratta illegale degli esseri umani, si mettono verbalmente nel mirino gli scafisti, ma poi non si cambia nulla. Si conferma l'intenzione di respingere i migranti e l'accordo con la Libia di Gheddafi per impedire ai migranti di partire.

Ma la politica dei respingimenti ha portato gli scafisti ad abbandonare i migranti a se stessi in imbarcazioni sempre più piccole, magari stracariche di persone disperate in fuga dalla fame e dalla guerra, mentre l'unica politica che può stroncare la tratta è quella di permettere ai migranti di raggiungere le nostre coste con barche normali, le stesse che prenderemmo noi per raggiungere un paese del Maghreb.

Le politiche di contrasto dell'immigrazione sono ingiuste, illegittime, inutili e controproducenti, talvolta anche criminali, e possono finire in tragedia.

L'accordo con Gheddafi costa cinque miliardi di euro. Gli stessi soldi possono essere spesi meglio, per accogliere dignitosamente chi fugge da condizioni di vita disastrate. Sono tanti, ma non sono i numeri di una invasione. L'Italia ospita un decimo dei rifugiati della Germania e all'aumento degli sbarchi sulle coste siciliane è corrisposta una diminuzione complessiva degli sbarchi in Puglia e su tutte le altre coste italiane.

Un anno, 4 mesi e 21 giorni, viaggio dalla morte all'Italia (Ezio Mauro)


ITALIA-LIBIA


Un Trattato per chiudere con i danni di guerra e fermare i barconi carichi di immigrati

Finora era stata un'estate insolitamente piatta sul fronte degli sbarchi di migranti. Dai primi di maggio, quando - con l'avvio dei respingimenti e dei pattugliamenti delle motovedette cedute all'Italia dalla Libia - è diventato operativo l'accordo siglato tra i due Italia e Libia nel dicembre del 2007, gli arrivi a Lampedusa si sono praticamente azzerati, fino alla ripresa degli ultimi giorni. I numeri del Viminale parlano di 7.567 arrivi nel 2009 (la quasi totalità avvenuta prima della metà di maggio) contro i 17.485 del 2008. A Lampedusa lo scorso anno sono sbarcati in 14.905, contro i 2.548 del 2009. Dati, sottolineano al ministero, che indicano il funzionamento degli accordi siglati con la Libia, nonostante la ripresa di giovedì. Proprio dal Paese nordafricano parte la grande maggioranza dei flussi diretti verso la Sicilia. L'accordo tra i due Paesi era stato siglato il 29 dicembre 2007 a Tripoli dall'allora ministro dell'Interno, Giuliano Amato e dal ministro degli Esteri libico, Abdurraham Mohamed Shalgam. Il piano, messo a punto dopo un lungo e riservato negoziato, non è però entrato nella fase operativa finché non è avvenuta - nello scorso febbraio - la ratifica parlamentare del Trattato di amicizia siglato dal premier Silvio Berlusconi e da Muhammar Gheddafi il 30 agosto 2008. Il programma contro le partenze di migranti è contenuto nell'articolo 19 del Trattato. Tra le novità più rilevanti del piano firmato da Amato, i pattugliamenti congiunti davanti alle coste del Paese nordafricano. Per questa attività l'Italia ha ceduto alla Libia sei unità navali della Guardia di finanza. Roma, prevede sempre l'accordo, darà una mano a Tripoli anche nel controllo degli sterminati confini meridionali della Libia, da dove premono masse di disperati in fuga dalle guerre e dalla povertà dell'Africa subsahariana. Sarà infatti Finmeccanica a fornire una rete di controllo satellitare per monitorare le frontiere di sabbia. L'Italia coprirà il 50% dei costi, mentre per il restante 50% - indica il Trattato di amicizia - Roma e Tripoli chiederanno all'Ue di farsene carico.

il manifesto 22 agosto 2009

8.23.2009

Piccole crociate anti islam

A Mantova, un comitato di agricoltori e sindacati ha disposto l'obbligo di bere ai braccianti musulmani durante il ramadam, che quest'anno inizia il 20 agosto. A Varallo Sesia, il sindaco ha vietato l'uso del burkini nelle piscine.

Sono due provvedimenti diversi. Uno vorrebbe tutelare la salute e la produttività dei lavoratori costretti molte ore sotto il sole, l'altro vorrebbe tutelare i bambini che si spaventano o i loro genitori. Ma, nella loro perentorietà, sono anche due provvedimenti simili. Si somigliano sottotraccia in un sentimento di ostilità all'islam, una delle principali religioni degli stranieri immigrati in Italia, in nome di una malintesa difesa del primato delle nostre leggi e dei nostri costumi. Un altro provvedimento della stessa serie è quello assunto in una cittadina del bergamasco, dove si vieta di cucinare il kebab in centro.

Un divieto che mette in crisi anche un certo fondamentalismo laico, quello che appoggia le misure anti-islam in nome della libertà dei singoli e vuole dissetare i braccianti vedendoli "costretti" a piegarsi al precetto religioso o svelare le donne vedendole "costrette" dal marito musulmano. Ne consegue, che i braccianti, ma soprattutto le donne arabe finiscono per trovarsi schiacciati tra l'incudine e il martello, tra l'obbligo di fare e l'obbligo di non fare, campo di battaglia di una crociata, di una guerra di civiltà in formato ridotto. Ma la difesa e l'affermazione delle libertà individuali può passare attraverso la contrapposizione di due autorità obbliganti?

8.21.2009

Questione palestinese: o la sovranità o la cittadinanza

Spesso da parte israeliana si rappresenta la lotta palestinese come espressione di puro odio, fanatismo, indottrinamento, antisemitismo. Come fosse fuori contesto. Il contesto di un regime quarantennale di occupazione e di colonizzazione, di requisizione di terre e case, di costruzione di strade separate, di posti di blocco che impediscono la libertà di movimento, di distruzione degli ulivi, la principale fonte di reddito dei palestinesi, di limitazione delle libertà di movimento, di produzione, di commercio. Il contesto di un'apartheid di fatto.

Alla parola "apartheid" da parte israeliana si reagisce esibendo la condizione della propria minoranza araba che gode di pari diritti politici e civili nello stato ebraico: gli arabi in Israele vivono meglio degli arabi di qualsiasi stato arabo e mai vorrebbero emigrare in uno stato arabo. E - mi permetto di aggiungere - mai farebbero l'Intifada. Non ne avrebbero motivo, proprio perchè godono di pari diritti e stanno relativamente bene. Allora, anzichè ignorare questa differenza nelle condizioni giuridiche e materiali tra gli arabi di Israele e i loro fratelli di Gaza e Cisgiordania, e rappresentarsi questi ultimi come folli afflitti da un odio fine a se stesso, perchè non estendere i "pari diritti" degli arabi israeliani a tutti i palestinesi?

Israele occupa la Cisgiordania e anche Gaza come stato assediante. In questi territori vivono più di tre milioni di palestinesi. Per risolvere il conflitto, a questi palestinesi Israele dovrà concedere una cosa: o la sovranità o la cittadinanza.

8.20.2009

Perchè sto dalla parte dei palestinesi

Nei forum politici i toni sono spesso concitati e alcuni si oppongono ad altri secondo il modulo della contrapposizione tra tifoserie fino a darsi del voi.

Darsi del voi è sbagliato, anche se comodo per abbreviazione e immediatezza comunicativa, finisce per favorire e rinforzare il senso di identificazione dell'altro.

Nella sezione mediorientale questo meccanismo è ancora più enfatizzato, per la valenza simbolica dell'argomento e perchè c'è una guerra in corso.

Una modalità di questa enfasi è data dall'uso molto disinvolto della proprietà transitiva: se tu pensi o dici questo allora stai dalla parte di quelli che massacrano i bambini oppure, viceversa, dalla parte di quelli che si fanno saltare in aria sugli autobus o lanciano razzi, anzi sei come loro. Oppure dall'accettazione pura e semplice della colpa collettiva: se agli israeliani (viceversa: ai palestinesi) succede questo è perchè se lo sono meritato, voluto, etc.

A parte le espressioni dirette di odio e di violenza, che vanno censurate, ogni opinione, presa di posizione, va considerata nei suoi presupposti di analisi e lettura del conflitto.

Una formula famosa dice che in Medio Oriente c'è un conflitto, non tra un torto e una ragione, ma tra due ragioni.

Esclusive o universali?

E' vero, israeliani e palestinesi hanno entrambi diritto ad uno stato, alla sovranità, alla cittadinanza, alla sicurezza, etc... però in quel lembo di terra, c'è spazio per uno solo e, mi dispiace tanto, se devo proprio scegliere, scelgo questo popolo anzichè quello.

E' lo schema del gioco a somma zero. Vita mia, morte tua.
Una visione del mondo tribale, lo assume molto facilmente.
Questo è un modo di essere di parte: la scelta di un diritto esclusivo.

E' vero, israeliani e palestinesi hanno entrambi diritto ad uno stato, alla sovranità, alla cittadinanza, alla sicurezza, etc. e dato che si tratta di diritti universali, dato che gli uomini dei due popoli, prima di tutto sono uomini e come tali di pari valore e dignità, dato che un diritto non è un premio e la sua negazione non è una punizione ma una ingiustizia, quel diritto deve essere affermato senza condizione, senza che il diritto di uno sia subordinato all'altro, cercando la soluzione che permetta la conciliazione, il modo di convivere, entrambi come popoli e fra tutti come uomini.

E' lo schema del gioco a somma diversa da zero.
Il diritto è universale e il diritto di uno è condizione e garanzia del diritto dell'altro.
E' una visione del mondo illuministica.

L'assunzione di questo schema si manifesta in una posizione di equidistanza di fronte al conflitto?

Sul piano dei diritti astratti, si.
Sul piano dei diritti ancorati ai poteri, no.

Israeliani e palestinesi hanno gli stessi diritti, nella carta dei principi, ma non hanno gli stessi poteri nella carta dei rapporti materiali. I primi esercitano un dominio sui secondi.

Così, l'affermazione universale dei diritti implica necessariamente un riequilibrio dei poteri a favore della parte più debole, sottomessa, affinchè non sia più tale.

Per questa ragione, io sto dalla parte dei palestinesi.


(Metaforum, 9 gennaio 2009)

8.19.2009

Gli immigrati delinquono più degli italiani?

Gli immigrati delinquono più degli italiani? Questa è una domanda sbagliata che induce a risposte sbagliate, o persino peggio: sono le risposte sbagliate a prodursi quella domanda, per potersi giustificare. Chi pone questa domanda dice di non farlo perchè mosso da pregiudizi razziali, in quanto la presunta correlazione tra immigrazione e criminalità la spiega in termini sociologici: gli immigrati sarebbero più poveri, più emarginati, più isolati, e quindi più esposti all'eventualità di commettere reati. Però poi, il problema così impostato va a parare nella proposta di soluzioni xenofobe indiscriminate: dato che gli immigrati sarebbero più esposti all'eventualità di commettere reati, per prevenzione è opportuno respingere ed espellere il maggior numero di immigrati possibile.

La domanda è sbagliata, non solo per la risposta che implica, ma anche per la rappresentazione generica generalizzante che propone. Gli immigrati sono un insieme molto grande ed eterogeneo. Ci sono molte comunità nazionali di provenienza. Ci sono i regolari, gli irregolari e i clandestini. E poi tutte le differenze per censo, cultura, lingua, religione, genere, professione, etc. A cosa può servirmi considerare gli immigrati in blocco, a parte impostare politiche xenofobe?

La domanda è del tutto arbitraria, così come sarebbe arbitrario domandarsi o considerare che i maschi delinquono più delle femmine, i giovani più degli adulti e degli anziani, i meridionali più dei settentrionali, i poveri più dei ricchi, i residenti in città più dei residenti in campagna. Nessuno si pone domande del genere, perchè nessuno ha in mente misure discriminatorie contro l'insieme più delinquente, nell'ambito del dualismo scelto.

Quei dualismi sono trasversali ad immigrati e italiani, ma in modo diverso, tale per cui il confronto non può risultare omogeneo. Tra gli italiani gli uomini e le donne sono cinquanta e cinquanta, i giovani sono un terzo (declinante) rispetto ad adulti ed anziani. Tra gli immigrati il rapporto è almeno inverso, prevalgono i giovani sugli anziani e gli uomini sulle donne, e in proporzione, gli abitanti nelle città. Se maschi, giovani e residenti in città delinquono di più in ogni società, l'insieme che contiene più maschi, più giovani e più residenti in città, risulterà più delinquente.

Ogni società giovane sarà più delinquente, perchè sarà più di ogni cosa. E' probabile che gli immigrati rispetto agli italiani, facciano di più, in tutte le cose. Più impresa, più lavoro, più assistenza, più ricchezza, e forse anche più delinquenza. Rispetto alla quale, se primeggiano come autori, primeggiano anche come vittime.

Qualche mese fa, circolava il dato secondo cui, il 60% degli stupratori denunciati era italiano e il 40% era straniero. Si obiettava però che gli stranieri erano solo il 5% della popolazione. Vero. Ma anche il 30-40% delle stuprate era straniero e il 50-60% italiane. Dunque, se anche quella maggiore violenza esiste, si esercita non tanto sulla nostra pelle, quanto sulla loro. Tuttavia, il calcolo viene effettuato sugli stupri denunciati che sono soltanto un decimo degli stupri effettivi. Quali sarebbero le proporzioni considerando gli altri nove decimi? La verità è che non lo sappiamo. Stesso discorso vale per gli omicidi e per gli altri reati.

Il Giornale, 20 giugno 2007, scriveva:

Un omicidio su tre commesso da stranieri Su tre persone denunciate per omicidio, una è straniera. E, quasi sempre, è irregolare. La fotografia scattata dal rapporto è abbastanza nitida: la quota degli stranieri sul totale dei denunciati e degli arrestati per la gran parte dei reati, è decisamente più altra rispetto all’incidenza della popolazione straniera nel nostro paese: su 442 denunciati per omicidio, il 32% sono stranieri, mentre la popolazione immigrata non supera il 5% del totale. Ma, afferma il Viminale, "è importante sottolineare che la netta maggioranza dei reati viene commessa da stranieri irregolari, mentre quelli regolari hanno una delittuosità non molto dissimile alla popolazione italiana". Lo dicono i numeri: il 74% degli stranieri denunciati per omicidio è irregolare; così come il 72% dei denunciati per tentato omicidio; il 62% per violenza carnale, il 63% per sfruttamento della prostituzione. Nel complesso, gli stranieri regolari denunciati nel 2006 sono stati quasi il 6% del totale dei denunciati, un numero che si avvicina di molto alla percentuale di immigrati rispetto alla popolazione residente (5%). Quanto alle nazionalità degli stranieri che commettono reati, anche in questo caso i paesi sono gli stessi che forniscono il maggior numero di irregolari: Albania, Marocco e Romania. I romeni sono i primi per gli omicidi, le violenze sessuali, le estorsioni, le rapine nelle abitazioni e i furti con destrezza. Gli albanesi primeggiano per i furti in abitazione mentre i marocchini per i tentati omicidi, le lesioni dolose e gli scippi.


Un omicidio su tre commesso da stranieri è una verità parziale, perchè riguarda solo gli omicidi di cui è stato accertato l'autore. Il 90% degli omicidi commessi dalla criminalità organizzata e il 30% degli omicidi commessi da altre forme di crimnalità si risolve con indagini dall'esito negativo e l'omicida resta sconosciuto.

Secondo, Marzio Barbagli, in tutte le storie di immigrazione, in America e in Europa, i contemporanei hanno avuto la percezione che gli immigrati fossero più delinquenti e portassero ad un aumento della criminalità. Poi però le inchieste ufficiali e gli studi definitivi sull'argomento smentivano questa tesi. E' stata smentita anche la tesi secondo cui gli italiani in America erano più criminali dei nativi. Secondo Barbagli però questa tesi è vera rispetto all'immigrazione attuale in Europa a partire dalla metà degli anni '70. Si potrebbe obiettare che siamo ancora agli studi intermedi, in itinere, come nelle storie precedenti, e non ancora agli studi definitivi. Tuttavia, Barbagli ritiene che la causa prima di questa condizione stia proprio nelle politiche di contrasto all'immigrazione, che renderebbero più difficile l'integrazione legale degli immigrati. Nella sua inchiesta su immigrazione e sicurezza (2008) Barbagli cita il dato dei romeni. Noi siamo erroneamente convinti che da quando i romeni sono potuti entrare liberamente in Italia, siano stati autori di un numero crescente di reati. Invece questo non è vero. I reati compiuti dai romeni sono cresciuti rapidamente negli anni precedenti, ma proprio nel 2007, nel momento in cui hanno smesso di essere clandestini, si sono stabilizzati.

8.18.2009

Se aumenta l'immigrazione aumenta la criminalità?

La paura degli italiani di subire un reato, negli ultimi anni non è cresciuta, perchè non sono cresciuti i reati, anzi forse sono diminuiti. Questo dato statistico, mette in crisi l'assunto secondo cui esisterebbe una correlazione tra immigrazione e criminalità: all'aumento della popolazione immigrata, nel corso degli anni, non è corrisposto un aumento dei reati più gravi e sono invece dimuniti gli omicidi e le rapine che si concludono con un morto.

Lo spiega Pino Arlacchi in una sua intervista del 2007

Nel 1992 in Italia c’erano pochissimi stranieri: 648mila permessi di soggiorno, pari allo 0,6 per cento della popolazione. Francia e Germania avevano già una percentuale 10 volte superiore. Anche se raddoppiamo la cifra italiana per includere i clandestini, il numero degli immigrati era il più basso d’Europa. Nel 2004 gli immigrati in Italia erano diventati 2 milioni 200mila, pari al 3,9 per cento della popolazione. Un aumento del 550 per cento.

Abbiamo recuperato in soli 14 anni parte del gap con il resto dell’Europa. Restiamo sempre al di sotto del 5,6 per cento della Francia e dell’ 8,9 per cento di popolazione straniera della Germania, ma il cambiamento è stato enorme. Lo scossone alla società italiana dato da un ingresso così rapido di stranieri avrebbe potuto far saltare molti equilibri. Sarebbero potuti nascere grandi ghetti a ridosso delle maggiori città, e si sarebbe potuta verificare un’ esplosione di disagio e di criminalità giovanile, e di terrorismo pure.

La criminalità grave, quella violenta, che si esprime nel numero degli omicidi, o nelle rapine che finiscono con il morto, è diminuita regolarmente lungo tutto questo periodo e fino adesso. Per la precisione, gli omicidi si sono più che dimezzati tra il 1990 e il 2004: da 1773 sono passati a 714. E’ vero che sono diminuiti di più al Sud, dopo che sono finite le guerre di mafia, ma anche nelle regioni del Nord dove si sono concentrati gli immigrati sono molto decresciuti: da 135 in Lombardia nel 1990 a 91 nel 2004. Da 44 a 31 in Emilia Romagna, e così via. Nel Nord sono diminuiti meno perché partivano già da una base più ridotta. Le rapine cruente, quelle più feroci dove si spara e muore qualcuno, hanno provocato 118 morti nell’Italia del 1990, e solo 18 nel 2003. In Lombardia gli omicidi per rapina sono passati da 11 a 3. In Piemonte da 5 a 1. In Emilia Romagna da 6 a zero.

Nel resto dell’Europa la criminalità grave è pure diminuita. Il trend italiano è stato parte di un trend europeo che ha riguardato la gran parte dei reati. Sono aumentati solo quelli che possono essere connessi ad una attività criminale monopolizzata da stranieri, cioè il traffico degli esseri umani. I reati connessi allo sfruttamento della prostituzione e al trasporto e la schiavizzazione dei clandestini sono in effetti cresciuti notevolmente in questo periodo. Ma qui c’è il problema della domanda e dell’offerta. La criminalità straniera ha riempito un vuoto lasciato dalla malavita italiana, ed ha soddisfatto un offerta - quella di sesso o di lavoro a basso costo – che proveniva e proviene dalla società legale.

Tutti i reati connessi agli stupefacenti sono diminuiti in Italia dal 1991-92 in poi, passando da 40-42mila in quel biennio a poco più di 37mila nel 2003. Il bello è che questi reati sono decresciuti di più proprio nell’ Italia del Nord, dove sono affluiti la maggior parte degli immigrati. Questi ultimi, tra l’altro, non sono mai riusciti a dominare veramente il mercato illecito più lucroso, perché tra i due terzi e la metà delle denunce per reati di droga eseguite dalle forze dell’ordine continuano a riguardare cittadini italiani.

Circa un terzo dei detenuti sono stranieri. Ma ciò dipende dalla loro vulnerabilità all’azione della polizia ed alle disposizioni che li escludono dalle misure alternative alla detenzione, come l’affidamento ai servizi sociali o gli arresti domiciliari. Questo accade perché, spesso, non hanno un domicilio stabile in cui attendere il giudizio o una famiglia che possa ospitarli, e quindi il carcere rimane l’unica alternativa. La maggior parte degli stranieri che compaiono nelle statistiche hanno commesso reati connessi all’immigrazione clandestina, quali il rifiuto di fornire le proprie generalità, il falso, ecc. E sono stati, inoltre contati più volte dalle nostre statistiche poco accurate. Molti di loro sono semplicemente dei clandestini e non dei criminali. Ci sono anche i delinquenti che spacciano, rubano e schiavizzano, ovviamente, ma non c’è l’equazione tra clandestino e criminale.

Pino Arlacchi, Rosso di Sera 21 maggio 2007

8.15.2009

Cresce la paura degli italiani di subire un reato?

Gli italiani hanno sempre più paura di subire reati? La risposta affermativa è data per scontata fino al punto di non porsi neppure la domanda. Sia chi rappresenta una realtà di crescente insicurezza provocata dalla presenza straniera, sia chi denuncia l'enfatizzazione mediatica di crimini e reati aventi per autore zingari o immigrati, condivide l'idea che gli italiani, la "gente", a torto o a ragione, abbia più paura che in passato e necessiti di una risposta.

Su questo assunto, l'attuale governo, in particolare per impulso della Lega, ha costruito buona parte della sua politica: il censimento dei campi nomadi con le impronte da rilevare agli zingarelli, il prolungamento dei tempi di detenzione nei CIE (centri di identificazione ed espulsione); l'esercito nelle città; la legalizzazione delle ronde; l'introduzione del reato di clandestinità; il respingimento degli sbarchi in Sicilia.

Il tutto con la certezza che è la gente che lo vuole, i sondaggi sono favorevoli, abbiamo la maggioranza.

Può essere. Ammesso sia così, è possibile concedere un si o un no ad un sondaggista, senza particolare coinvolgimento. Lei è favorevole ad una missione su Marte? Si, no, ma in fondo che me ne importa; oppure si, no, dev'essere questa la risposta giusta.

Quale che sia la realtà dell'effettivo livello delle paure italiane e della loro evoluzione, ci muoviamo nel campo delle ipotesi e delle congetture: crediamo quello che ci sembra più plausibile, ma non siamo in grado di dimostrare nulla e magari viviamo, senza rendercene particolarmente conto, una dissociazione tra la nostra realtà quotidiana, negli uffici, nelle scuole, nelle fabbriche, tra i vicini di casa, nel quartiere, ai giardini, sui mezzi di traporto pubblico, e la nostra realtà ideologica nella sfera dell'opinione pubblica, quando leggiamo un giornale, assistiamo ad una trasmissione, partecipiamo ad un dibattito, discutiamo in rete. Anch'io penso che la gente abbia più paura, ma personalmente non conosco nessun pauroso. Immagino ce ne siano altrove, in luoghi diversi da quelli che frequento io. Perchè lo immagino? Perchè lo sento raccontare sui giornali e in televisione e lo leggo su Internet. Ma ad esser sincero, la realtà non la conosco. Non la conosciamo, come scrive il sociologo Asher Colombo sulla rivista Il Mulino n. 1/2008.

(...) sull'andamento del senso di insicurezza degli italiani (...) i dati e le opinioni a nostra disposizione sono lontani dall'essere risolutivi, anche se le prove a sostegno dell'idea che la paura di subire reati nel nostro paese sia aumentata non sembrano molto convincenti e non è improbabile che, invece, il periodo di crescita di tale paura, sia ormai alle spalle da tempo e che, da molti anni si sia raggiunto un livello relativamente elevato, ma anche stabile.

I dati ricavabili da 13 anni di indagini sociali "Aspetti della vita quotidiana" condotti dall'Istat su un amplissimo campione di famiglie italiane non mostrano alcuna crescita del numero di famiglie che considerano la zona in cui vivono molto o abbastanza a rischio di criminalità (su questo si veda: Ministero dell'Interno, Rapporto sulla criminalità in Italia. Analisi, prevenzione, contrasto, Roma, Ministero dell'Interno, 18 giugno 2007). Altre indagini, oltre a basarsi su indicatori poco precisi, hanno un respiro temporale assai corto e non permettono ragionamenti sul lungo periodo. Insomma, non ci sono prove che in Italia, negli ultimi dieci-quindici anni, si sia registrata una crescita della paura di subire un reato. Che la paura della criminalità sia in crescita è sostenuto invece, come è noto da tempo tra gli altri da I. Diamanti. Si veda per esempio il rapporto di I. Diamanti , Valori e significati della sicurezza. Tra difesa individuale, protezione sociale e prevenzione, Bologna, Indagine Demos & Pi per Unipolis, 2007. Questa indagine, tuttavia, consente confronti in un arco temporale solo biennale, e si basa su numerosità campionarie di gran lunga inferiore a quelle delle citate indagini Istat. (Asher Colombo, Razza di delinquenti. A proposito di crimini e criminali. Il Mulino 1/2008).


La paura di subire reati in Italia


Da tempo in molti Paesi, e più recentemente ma ormai stabilmente anche in Italia, il senso di insicurezza dei cittadini viene preso sul serio dagli studiosi e collocato al Centro di ricerche e indagini volte ad misurarne le dimensioni, ad analizzarne la distribuzione tra i vari gruppi sociali, a esaminarne le relazioni con la diffusione dei reati.

È opportuno precisare però che l’espressione senso di insicurezza viene sovente usata in modo ambiguo, in genere per indicare due fenomeni che, da tempo, nella letteratura scientifica internazionale, vengono analiticamente tenuti distinti. Il primo (concern about crime) è la preoccupazione, di ordine sociale, politico o anche morale per la criminalità. Questo sentimento è, in genere, influenzato dal grado di partecipazione politica, dall’adesione ad una determinata visione del mondo, dai valori che la comunità dovrebbe perseguire e che lo Stato dovrebbe incoraggiare. La paura della vittimizzazione (fear of crime) è, invece, il timore che gli individui hanno di poter subire un reato, per la propria incolumità personale o per i propri beni. Entrambi i fenomeni si presentano distribuiti in modo ineguale tra la popolazione a seconda della zona in cui vive, del sesso, dell’età, della collocazione sociale. Ma, solo in parte, queste due dimensioni si sovrappongono e ciascuna può essere ricondotta a fattori diversi. La preoccupazione per la criminalità è, infatti, più diffusa tra gli strati medio-alti della popolazione, tra gli individui che hanno posizioni politiche conservatrici e cresce nei periodi di rapido cambiamento sociale e politico. La paura della vittimizzazione è in genere, invece, più diffusa tra gli strati medio-bassi della società ed è legata ai livelli di criminalità o devianza del quartiere in cui si vive. È della seconda che ci occuperemo in questo paragrafo finale del capitolo.

Chi legga i giornali, guardi la televisione o comunque sia esposto al discorso pubblico relativamente al senso di insicurezza, potrebbe ricavare l’impressione che la paura personale della criminalità sia fortemente cresciuta negli ultimi anni nel nostro Paese. È assai probabile, in effetti, che la quota di cittadini che teme di subire un reato sia cresciuta nel corso degli anni settanta, contemporaneamente alla crescita dei reati. Ma senz’altro in Italia da almeno quattordici anni, tale paura appare stabile, se non addirittura in lieve declino. Dal 1993 l’Istat ha infatti chiesto a un campione rappresentativo di famiglie italiane se considerasse a rischio di criminalità la zona in cui vivevano. Nel 2005 meno del 30% dichiara di considerarla molto o abbastanza a rischio, e la quota corrispondente nel 1993 era di poco superiore al 30% (Tab. I.2).

I dati mostrano però che tale paura varia a seconda della zona del Paese, ed è più elevata al Sud che al Nord e al Nord che al Centro. Ma le differenze territoriali riguardano anche le tendenze nel tempo. Infatti in almeno un gruppo di regioni, quelle del Nord-Centro, la quota di cittadini che considera molto o abbastanza a rischio di criminalità la zona in cui vivono è, invece, fortemente cresciuta. Nel 1993 i cittadini di queste regioni si sentivano assai più sicuri dei residenti di altre regioni. Oggi queste differenze sono scomparse e i cittadini di queste zone si sentono solo un po’ meno insicuri di quelli del Nord-Ovest, ma un po’ di più di quelli del Centro Italia.

Ma se non ci sono prove per affermare che la paura di subire un reato sia cresciuta nell’arco degli ultimi 14 anni, è indubbio che tale paura ha comunque dimensioni tutt’altro che trascurabili, e che essa si concentra in alcuni strati specifici della popolazione italiana. La Tab. I.3 mostra che in Italia oltre una persona su quattro si sente poco o per niente sicura quando cammina sola al buio la sera nel proprio stesso quartiere, e che questa insicurezza è particolarmente elevata in Sicilia, nel Lazio e in Lombardia, ma raggiunge il massimo in Campania, dove supera un terzo della popolazione. Ma la paura di subire un reato, o un’aggressione, non varia solo a seconda delle zone del Paese. La principale differenza riguarda, infatti, il genere. La paura, infatti, cresce fortemente passando dagli uomini alle donne. Per questa ragione, in regioni come il Veneto, il Lazio, la Campania, la quota di donne che si sente insicura supera il 40%.

Queste differenze non dipendono, evidentemente, da paure irrazionali. Alcuni reati colpiscono più frequentemente le donne degli uomini, come accade per i borseggi o gli scippi. Ma altri, in particolare le violenze sessuali, colpiscono quasi esclusivamente le donne e quindi esse temono tutti i reati che subiscono gli uomini più alcuni aggiuntivi.


Rapporto sulla criminalità in Italia
Analisi, prevenzione, contrasto,
Roma, Ministero dell'Interno, 18 giugno 2007

8.14.2009

Quel che conta è la percezione?

Affermare che quel che conta è la percezione, significa rinunciare a cambiare la realtà e la sua rappresentazione. Nel caso dei migranti la percezione riguarda l'equiparazione immigrazione / criminalità.

Una percezione condivisa, prevalente, maggioritaria? Magari, io non lo percepisco, ma sono convinto che gli altri lo percepiscono. Esiste anche una percezione della percezione, l'idea che la gente pensi e agisca in tal mondo, intendendo come "gente" sempre una entità altra di cui non facciamo parte.

Quindi, abbiamo due percezioni: gli immigrati sono mediamente più delinquenti di noi e gli italiani (gli altri) sono di conseguenza diventati un po' più razzisti.

Che queste due percezioni siano corrispondenti alla realtà, non esiste nessuna prova. Possiamo considerare alcuni indizi e costruirci sopra delle ipotesi, ma gli indizi non sono una prova e le ipotesi non sono una realtà assodata.

Esistono inchieste da cui risulta che gli italiani indicano la sicurezza come una delle priorità nazionali, ma altre inchieste danno risultati diversi, mettendo in cima ai pensieri nazionali l'occupazione, l'economia. Dipende da come viene condotta l'inchiesta e dal periodo. Dipende da cosa si occupano giornali e televisioni, a cosa danno maggior risalto.

In una inchiesta del Censis di alcuni anni fa, agli intervistati che ponevano la sicurezza in cima alle loro preoccupazioni si chiedeva di specificare da quale dato di esperienza facevano derivare questa loro indicazione ed essi rispondevano in una percentuale di circa il 90%: da quel che apprendiamo dall'informazione di giornali e TV. Dunque, sono giornali e TV che decidono di cosa dobbiamo preoccuparci, a volte in conformità con quanto realmente accade, a volte no. Come ha spiegato Ilvo Diamanti l'enfasi televisiva sulla criminalità, non segue l'andamento dei reati.

Poi, c'è da considerare la psicologia dell'intervistato. Le risposte che dà, corrispondono a quanto realmente pensa, relazionandosi con spontaneità all'intervistatore, o sono parte di un gioco di ruolo? Una persona distinta, con un microfono, un taccuino, una penna, magari una telecamera, si rivolge a me oppure mi telefona una voce professionale, per chiedermi quali sono i principali problemi del paese. Allora, cerco di dare una risposta responsabile, competente, come si deve, come farebbero i politici, gli esperti, quelli che di solito parlano in televisione. Compio una sorta di imitazione e rispondo per sentito dire. Questo atteggiamento, quanto incide sull'esito dei sondaggi?

8.13.2009

Il partito che sussurrava ai razzisti

Nello scontro tra Bossi e Fini sull'immigrazione, come non sentirsi solidali con Fini? Da qualche tempo, il presidente della camera ha assunto posizioni coraggiose e innovative, se si considera la sua matrice politica: diritto di voto per gli immigrati, tempi più brevi per la concessione della cittadinanza; modifica della legge da lui stesso firmata, per la regolarizzazione dei lavoratori stranieri; inoltre, dichiarazioni e interventi contro la xenofobia e il razzismo, mentre nel paese montavano episodi di aggressione e di intolleranza contro gli stranieri.

L'evoluzione di Fini è funzionale alla contesa per la leadership del centrodestra; reagisce al protagonismo vessatorio della Lega; e supplisce ad un ruolo lasciato vacante dall'unica sinistra presente in parlamento, tant'è che il Giornale può ironizzare, immaginando l'ex segretario di An come leader ideale del PD.

Alla determinazione leghista fa infatti da controcanto la debolezza del Partito democratico, il quale oscilla tra la denuncia del razzismo e l'idea che, per contenere la Lega e gli umori xenofobi del paese, un po' razzisti bisogna esserlo. Dalla legge Turco Napolitano che introduce i centri di permanenza temporanea (1997), alla campagna securitaria del candidato Rutelli (2001), agli sgomberi di Cofferati e alle ordinanze dei sindaci sceriffo, a Veltroni che insorge contro la Romania dopo l'omicidio Reggiani e il governo Prodi che si riunisce d'emergenza per decretare espulsioni più facili, a Fassino che legittima i respingimenti degli sbarchi in Sicilia.

A fare opposizione e campagne morali c'è il quotidiano Repubblica, che però a suo tempo diede spazio in prima pagina alla lettera del razzista di sinistra accompagnata da successivo e favorevole dibattito: oltre alle mancanze del partito, ci sono tanti progressisti e democratici che, dopo aver concesso una dichiarazione di principio, solidale ed egualitaria, manifestano più o meno pudicamente i loro sentimenti di avversione verso zingari e stranieri.

Nel confronto tra destra e sinistra, il razzismo è al tempo stesso una discriminante di civiltà e una zona di contiguità. Una discriminante, perchè la sinistra nella sua anima, nella sua pancia, non aderisce ad un immaginario valoriale che divide gli uomini per nazionalità, religione, tratti somatici, colore della pelle; una zona di contiguità, perchè la sinistra sembra aver smarrito la fiducia nella razionalità e così ricorre anch''essa alle razionalizzazioni: non interiorizza l'antirazzismo come sua ragione fondante, mantiene l'idea del tutto astratta, che la xenofobia diffusa, va capita e spiegata, magari con la solita correlazione tra immigrazione e criminalità, e in qualche modo corrisposta.

Si afferma un principio incredibile: quel che conta è la percezione - proprio quella falsa coscienza, indotta da giornali e telegiornali - a cui si risponde con l'offerta di un'altra percezione, quella immediata, reattiva, rassicurante di una risposta improntata a severità e durezza. Così, Bossi può permettersi di parlare come parla e il governo di legiferare provvedimenti inutilmente vessatori contro i migranti. Dall'altra parte c'è una assoluta sfiducia nelle proprie ragioni e nella propria gente e forse una sfiducia nella ragione in sè. Paradossalmente, il campione dei diritti civili degli immigrati, diventa il secondo firmatario della peggiore legge sull'immigrazione in Europa.

8.12.2009

«Noi andavamo a lavorare, non ad ammazzare la gente»

A Marcinelle, il presidente della Camera Gianfranco Fini ha ricordato come anche gli italiani del nord siano stati protagonisti dell'emigrazione dall'Italia all'estero. Il ministro delle riforme istituzionali, Umberto Bossi gli ha replicato che "Noi andavamo a lavorare, non ad ammazzare la gente".

E' lo stesso uomo politico tra le cui frasi celebri si possono trovare affermazioni come queste:
“Leghisti, prendete nota dei nomi dei vostri vicini che votano per Alleanza Nazionale, perché al momento giusto la Lega andrà casa per casa a prenderli: li abbiamo già cacciati i fascisti dal Nord, è guerra con i nemici. Su questo non scherzo. Li teniamo sotto il tiro del nostro Winchester”. (Umberto Bossi, festa della Lega Nord ad Albano Sant’Alessandro, 4 agosto 1995);
"Da noi un proiettile costa solo 300 lire" (riferito al giudice Papalia che indaga sui "patroiti" di Piazza San Marco);
«Finora gli è andata bene. Noi padani pagavamo e non abbiamo mai tirato fuori il fucile, ma c'è sempre una prima volta» (U. Bossi, Piazza San Marco, Venezia, agosto 2007);
«I fucili sono sempre caldi. Ho trecentomila uomini sempre a disposizione» (Bossi, all'ingresso di Montecitorio, aprile 2008)

Il personaggio è noto, ma lascia sempre di stucco sentir parlare un ministro, un leader politico, come se fosse un "padola" qualsiasi, di scarsa cultura, afflitto da paranoie xenofobe, bisognoso di infierire contro un capro espiatorio: i meridionali, gli ebrei, i gay, gli stranieri, le donne, quel che passa il convento della marginalità o della diversità. Questo tratto gli è pure riconosciuto come un punto di forza, che gli permette di stabilire una connessione epidermica con una parte della popolazione.


APPELLO
Bossi si dimetta, le sue dichiarazioni sono razziste
Nell'anniversario della tragedia del 1956 a Marcinelle, dove 136 minatori italiani persero la vita, perfino esponenti dell'attuale maggioranza di destra hanno riconosciuto che quei lavoratori erano trattati non diversamente da come oggi si trattano da noi gli «extracomunitari», hanno domandato «rispetto» per gli stranieri anche «se senza documenti», e riconosciuto sbagliato quel reato di clandestinità che pure hanno concorso a introdurre, insieme ad altre leggi razziali.
L'esponente della Lega Nord, Umberto Bossi, ha invece avuto l'impudenza di dichiarare: «Noi andavamo a lavorare, non ad ammazzare». Questa affermazione insultante e razzista - che nega la realtà, finge di ignorare quanti lavoratori italiani siano stati trattati come criminali dai bossi dell'epoca e definisce delinquenti centinaia di migliaia di onesti lavoratori stranieri, molto spesso supersfruttati - non può essere ancora una volta archiviata come folklore perché è stata fatta da un ministro della Repubblica. Lo stesso che qualche giorno fa ha dichiarato che non gli interessa il tricolore (di cui è rappresentante come ministro) piacendogli solo la bandiera della Lombardia o dell'inesistente Padania. E che in altre occasioni ha giustificato l'incendio del campo rom di Ponticelli, o ha invocato il ricorso ai fucili, a seconda dell'umore del momento, contro magistrati, migranti, meridionali o contro Roma ladrona (di cui pure è ministro).
Né il fatto che pochi o molti lo abbiano votato può valere da «scudo» a chi incita alla violenza squadrista, alla secessione e all'odio razziale, come non potrebbe garantire l'immunità a un ministro pedofilo o mafioso.
Chiediamo che le forze politiche dell'opposizione, parlamentare e no, pretendano le dimissioni immediate di questo signore, data l'incompatibilità manifesta dei suoi comportamenti con il suo ruolo e che i presidenti delle Camere intervengano a tutelare la dignità delle istituzioni.

Primi firmatari:
Walter Peruzzi, Piero Maestri, Alberto Stefanelli, Gianluca Paciucci ("Guerre&Pace"); Giuseppe Faso, Marina Veronesi (Centro interculturale empolese-Valdelsa); Filippo Miraglia (resp. immigrazione Arci); Anna Maria Rivera (Università di Bari); Piero Soldini (resp. Immigrazione CGIL); Enzo Mazzi, Firenze; Enrico Peyretti, Torino; Marcello Maneri, Fabio Quassoli (Università Bicocca, Milano); Federico Celestini (Universita' della Musica Graz, Austria); Fulvio Vassallo Paleologo (Università di Palermo); Antonio Moscato (storico); Gordon Poole (Orientale di Napoli); Giovanni Russo Spena (PRC); Angelo Baracca (Università di Firenze).
Hanno inoltre aderito: Paolo Buffoni (Ass. «Todo Cambia» e «Università Migrante», Milano); Rosetta Riboldi («Coordinamento pace», Cinisello); Alfonso Di Stefano (Rete Antirazzista Catanese); Guido Piccoli; Giuseppe Lodoli; Stefania Silva; Beatrice Biliato, Floriana e Alberto Lipparini, Paolo Limonta, Marco Capra, Milvia Naja, Ariele Agostini, Milano; Lorenza Giangregorio, Roma.
Per adesioni: immigrazione@arci.it (www.sosdiritti.ning.com)

8.11.2009

Quelli che sognano di essere come Berlusconi

Quando scrivo sulla guerra, sul conflitto di civiltà, sul diritto internazionale, sul Medio Oriente, sulla storia, mi sembra in fondo di trattare cose troppo grandi per me. Chi sono io, per dare consigli ai capi delle grandi potenze, del presente e persino del passato, dallo zar della Russia al presidente degli Stati Uniti? Dovrei prenderla più bassa e occuparmi di cose più piccine, tipo lo stile di vita del nostro presidente del consiglio. Il fatto è che come molti uomini comuni, sogno di essere Napoleone e resto davvero disorientato quando sento dire che gli uomini italiani sognano di essere Berlusconi. Poi, mi oriento di nuovo pensando che la storia non ha uno sviluppo lineare e progressivo.

Se stiamo andando avanti o indietro, in alto o in basso, possiamo consultare tanti indicatori, compresi i personaggi oggetto di invidia e ammirazione. Essi stessi si invidiano e si ammirano, e spesso sopravvalutano il proprio appeal restando imbambolati di fronte alla propria immagine. Sarà forse solo una bella trovata del proprio entourage avvocatesco quella di dire che ogni italiano vorrebbe poter essere l'utilizzatore finale di grandi quantitativi di donne e di possedere così tanta ricchezza e così tanto potere da non dover essere neppure in obbligo di ricorrere a ricompense. E' una valutazione diffusa anche sulla stampa internazionale. Questo spiegherebbe perchè il cavaliere rimane in sella nonostante il susseguirsi degli scandali sessuali che lo coinvolgono: il grande consenso popolare, nonostante e forse persino grazie al suo stile di vita.

Però, è pur vero che alle elezioni europee, al contrario delle previsioni, non ha sfondato, che nei sondaggi i consensi sono in calo, che al governo, il premier, sembra in balia di forze centrifughe, anche in conseguenza del proprio indebolimento. Dunque in sella, ma acciaccato. L'informazione omissiva delle televisioni e di buona parte dei giornali italiani, è stata sufficiente a ridurre il danno, ma non a superarlo. La maggioranza degli italiani, forse non ci pensa neppure a identificarsi nel piccolo grande seduttore, senza contare il fatto che la maggioranza degli italiani sono italiane, magari non proprio contente di essere potenziali oggetti di un utilizzatore finale.

Ma anche nel rapporto con i galletti o con i puttanieri impenitenti credo qualcosa si sia rotto, perchè è stata ignorata la loro seconda natura: quella di essere dei mammoni ammogliati. La doppia morale dei vizi privati e delle pubbliche virtù richiede di essere rispettata nella sua doppiezza: vizi privati e, appunto, pubbliche virtù. Perchè le donne come gingillo erotico hanno la loro importanza, ma insieme alla necessità di salvaguardare il rapporto con la moglie. Lei non deve sapere niente, nè chi può informarla e se le cose si mettono male, allora si batte in ritirata per salavare il matrimonio e rimandare le avventure a a tempi migliori. Altro che farsi pubblicamente fotografare alla festa di compleanno di una diciottenne. Bisogna tenere tutto insieme, la botte piena e la moglie ubriaca, se non contemporaneamente, almeno in tempi differiti. Repubblica e la stampa estera possono dire tutto quello che vogliono, ma se è la moglie a chiedere il divorzio, allora è un bel guaio e moltitudini di seduttori latini, allo stato civile coniugati, anzichè inneggiare al loro campione, si mettono a camminare rasente i muri.

Chi scopa bene, governa bene (se non sfascia la famiglia).

8.10.2009

Lo spettro di Monaco 1938

L'equiparazione di un soggetto al nazismo può avere una valenza propagandistica demonizzante e fermarsi lì. Per esempio, quando i serbi in piazza a Belgrado, sotto i bombardamenti della Nato, rappresentavano il presidente americano Clinton con i baffetti del fuhrer. A volte invece, non si ferma lì. Al documento equiparatore, si aggiunge un allegato: non possiamo fare come fecero Francia e Inghilterra a Monaco nel 1938 che, per scongiurare la guerra in Europa, acconsentirono all'annessione dei Sudeti alla Germania.

Fu un argomento usato contro Milosevic nel 1999, e prima ancora (1991), ma anche dopo, contro Saddam Hussein. E' stato usato contro Al Qaeda e contro il fondamentalismo islamico o il terrorismo in generale. Riecheggia oggi contro l'Iran.

La citazione della Conferenza di Monaco del 1938 indica un proposito di guerra e accusa la diplomazia e il pacifismo di pavidità; implica che il nemico sia ideologicamente paragonabile al nazismo e temibile come la Germania degli anni '30: lo stato più forte d'Europa, con l'ambizione di dominare il mondo.

Sul piano dei rapporti di forza il paragone tra quella Germania e medie potenze regionali come la Serbia, l'Iraq e l'Iran, diventa improponibile. Sul piano ideologico, il movimento politico del Medio Oriente, più simile al fascismo, secondo quanto argomenta Sergio Romano, è stato il Bath, ma si tratta di una somiglianza, relativa al partito unico, al primato del leader, alla militarizzazione e burocratizzazione della società, che estende il significato di fascismo a quello di autoritarismo.

Riguardo ruolo, intenzioni e fatti dei presunti nuovi nazifascismi, troviamo: l'invasione del Kuwait (1991) da parte dell'Iraq, una indubbia violazione del diritto internazionale e della sovranità di uno stato autonomo, che l'Iraq ha sempre rivendicato come sua provincia e che probabilmente pensava di poter annettere come ricompensa per il suo impegno nella guerra contro l'Iran, appoggiata dagli Stati Uniti e da altri paesi occidentali, quindi non per dare avvio ad un progetto espansionista; il conflitto a bassa intensità nel Kosovo (1991), che contrapponeva l'UCK kosovaro albanese alla polizia serba e che fece 125 morti dal nei primi tre mesi del 1999, di cui il 15 per cento serbi: sempre tanti, ma nulla a che vedere con le proporzioni di un genocidio o addirittura di una soluzione finale e nulla che avesse come presupposto una teoria razziale, ma solo la semplice contesa di un territorio tra due comunità nazionali; i comizi deliranti e odiosi di Ahamadinejad, il presidente iraniano che farnetica, negando l'olocausto e la legittimità dello Stato di Israele, senza però osare finora nessun concreto atto aggressivo, mentre la corsa al nucleare rimanda più ad una analogia con la Corea del Nord, o con la competizione tra India e Pakistan, che non al Terzo Reich: questioni di status e di deterrenza, oltre alla necessità economica di disporre di una risorsa energetica.

Mentre la seconda guerra mondiale si apriva nell'incertezza su chi avrebbe potuto vincerla e si rappresentava come uno scontro mortale, le guerre contro la Serbia, l'Iraq, l'Afghanistan, sono stati conflitti tra una potenza preponderante che non ha precedenti nella storia e paesi inermi, incapaci di reagire e di difendersi, i cui regimi si sono arresi o sono crollati quasi immediatamente. Qualcosa di analogo accadrebbe anche con l'Iran. Salvo poi impantanarsi nel controllo territoriale, in un conflitto estenuante con formazioni guerrigliere e terroristiche, in una condizione divenuta asimmetrica.

Questa è un altra differenza, che rende fuorviante il confronto con il nazismo e con la Conferenza di Monaco del 1938. Oggi, è facile biasimare Chamberlain e Daladier, perchè sappiamo come è andata la storia: una guerra devastante, ma relativamente breve, conclusasi vittoriosamente, a cui ha fatto seguito un lungo ciclo economico espansivo: la tragedia fu a lieto fine. Fosse stata una guerra lunga, interminabile, dagli esiti sempre incerti, contestuale ad una rovina economica delle parti in lotta, probabilmente il giudizio su Monaco sarebbe oggi diverso.

I promotori, sostenitori del conflitto di civiltà, che paragonano la loro guerra a quella contro il nazifascismo, potrebbero considerare questo aspetto: la loro guerra finora non è stata né breve nè vittoriosa, nè ha la prospettiva di esserlo e non si comprende come e quando potrebbe concludersi: essi mettono a paragone una simmetria con una asimmetria. La seconda guerra mondiale si concluse a Berlino, occupata dalle truppe sovietiche. Quale capitale dovrebbero prendere le truppe occidentali per vincere la guerra contro il «nazifascismo islamico»?

8.08.2009

L'equiparazione tra Israele e il nazismo

Nel 2002, a seguito di un corteo in cui sfilarono, tra gli altri, giovani travestiti da Kamikaze con lo striscione "Stato di Israele, Stato terrorista" e le esse del nazismo, Fausto Bertinotti dichiarò: «Respingiamo ogni scivolamento verso l' antisemitismo e dissentiamo da qualunque parola d'ordine che equipari non dico gli ebrei, ma anche soltanto Israele ad uno Stato nazista».

Questa equiparazione talvolta è comparsa anche nel dibattito pubblico israeliano.

Aharon Zislig, ministro dell’Agricoltura, dirà al Consiglio dei ministri, il 17 novembre 1948: « Non ho potuto dormire tutta la notte. Ciò che sta accadendo ferisce il mio animo, quello della mia famiglia e di tutti noi (…). Adesso anche gli Ebrei si comportano come i nazisti ed io ne sono profondamente scosso (Tom Segev, 1949).

Il poeta e scrittore israeliano, Yitzhak Laor, cita un articolo di Ha'aretz, del 25 gennaio 2002, tre mesi prima dell'invasione della West Bank, in cui l'analista militare Amir Oren riporta le parole di un ufficiale: «Per preparare adeguatamente la prossima campagna è essenziale imparare da ogni possibile fonte. Se la missione e' invadere un campo profughi densamente abitato o la kasbah di Nablus, bisogna imparare anche, per quanto brutto possa sembrare, da come l'esercito tedesco combatte' nel ghetto di Varsavia». La citazione sarà ripresa e ricordata anche dal pacifista israeliano Uri Avnery.

Nel 2002, rastrellati alcuni villaggi in Cisgiordania, i militari israeliani, segnano dei numeri con la biro sui prigionieri palestinesi. Arafat accusa: «un nuovo crimine razzista, è quello che i nazisti facevano agli ebrei», ma anche Tommy Lapid, deputato e sopravvissuto della Shoa, si scopre il braccio con i numeri marchiati dalle Ss e chiede al Capo di stato maggiore Mofaz: «Come pensa che si sentano, davanti a questa storia, gli scampati dai lager?»

Nel 2004, al sesto giorno dell'operazione «Arcobaleno», il ministro Yosef Lapid, al consiglio dei ministri, dichiara: «Ho visto alla Tv una vecchia donna palestinese frugare fra le macerie della sua casa, a Rafah, in cerca delle sue medicine, e mi si sono ricordato di mia nonna che fu espulsa dalla sua casa durante l' Olocausto».

Nel 2008, a denuncia delle violenze dei coloni di Hebron, il primo ministro Olmert dichiara: «In quanto ebreo mi vergogno dopo aver visto ebrei che sparano verso arabi a Hebron. Non ho altra definizione che quella di "pogrom". Noi siamo figli di un popolo che sa bene cosa siano i "pogrom"». Qui l'equiparazione non è propriamente con il nazismo, ma con quelll'antisemitismo violento che ne fu alle origini.

Queste citazioni non dimostrano che sia lecito, giusto, opportuno equiparare Israele al nazismo. Un conto è che quella equiparazione sia sostenuta razionalmente o emotivamente da ebrei o da israeliani, un altro è che a sostenerla siano persone non facenti parte di quel popolo, a scopo di propaganda, provocazione, insulto, in spregio beffardo della memoria di una tragedia.

Dal mio punto di vista, il conflitto arabo-israeliano è, per molti aspetti, simile ad una guerra coloniale e questa mi sembra l'equiparazione più sensata.

Queste citazioni dimostrano soltanto che ovunque nel dibattito pubblico, l'evocazione del nazismo è la metafora del male, e quando non ha significato propagandistico, agisce come un campanello d'allarme, quasi fosse la paura, non di ciò che si è, ma di ciò che si può diventare, se non ci si ferma per tempo.


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Il ministro degli esteri israeliano, Avigdor Lieberman, ha inviato a tutte le rappresentanze diplomatiche di Israele nel mondo, copia di una foto, scattata a Berlino a novembre del 1941, al fine di darne il massimo risalto.

La foto ritrae il dittatore nazista Adolf Hitler e il Gran Muftì di Gerusalemme Haji Amin al-Husseini.

Una operazione propagandistica che vuol suggerire l'equazione tra la causa palestinese e il nazismo.

Il paragone con il nazismo è un motivo ricorrente della più recente propaganda bellica. Dal dopoguerra, in ogni conflitto le parti belligeranti si sono reciprocamente accusate di essere naziste e hanno indicato il leader avversario come il nuovo Hitler. Il conflitto arabo-israeliano non fa eccezione.

Ma gli israeliani, prima degli altri, non dovrebbero essere contrari ad una banalizzazione del nazismo?

8.07.2009

Internazionalismo democratico

C'è chi mette in discussione il principio di interventismo democratico o di regolazione sovranazionale delle controversie interne ad uno stato in base al principio di autodeterminazione: la democrazia è il sistema dell'Occidente; la democrazia non può essere esportata dall'Occidente al resto del mondo.

Eppure i sudanesi, i russi, gli iraniani, gli arabi, gli honduregni, i cinesi, i birmani, non sono tutti d'accordo tra loro sui propri ideali politici, sul rapporto tra politica e religione, sulla forma di governo, sui valori e sui costumi. Nel mondo arabo si trovano insieme quelli che ritengono di dover frustare una donna che non porta il velo e quelli che ritengono che il velo debba essere vietato per legge, in alcuni luoghi o in tutti i luoghi. Il Sudan è il paese di Omar Hasan Ahmad al-Bashir, ma anche di Lubna Al Hussein; l'Iran è il paese di Ahmadinejad, ma anche di Neda Agha Soltan, la Russia è il paese di Putin, ma anche di Anna Politkovskaya e Natalia Estemirova. Non vi è motivo di ritenere che gli uni rappresentino la cultura del loro paese e gli altri siano invece dei corpi estranei, degli stranieri in patria. Se fossero davvero e soltanto minoranze irrilevanti, sarebbe superfluo reprimerle. Perchè le dittature le guerre civili, i colpi di stato, i genocidi, se quel che si vuole imporre è già connaturato alla cultura di quei popoli?

Allo stesso modo, neppure noi siamo tutti d'accordo sui nostri ideali politici, sui nostri valori, i nostri costumi, sul rapporto tra stato e chiesa, sulla democrazia, la laicità, la libertà, l'uguaglianza. Solo 60-70 anni fa eravamo governati da una dittatura, da cui ci siamo liberati con una guerra civile e un intervento straniero. Durante la democrazia, le forze che si ispiravano al passato regime hanno continuato ad agire, anche con mezzi illegali e violenti. Ed oggi ci dividiamo tra chi si riconosce in un vincolo nazionale di solidarietà sociale e chi vuole promuovere piccole patrie chiuse ed egoiste, tra chi vuole accogliere gli immigrati e chi vuole ributtarli a mare, tra chi crede nella centralità del parlamento e della partecipazione democratica e chi vuole un presidenzialismo aziendalista, tra chi si riconosce nei principi della laicità e chi nel primato della chiesa.

Noi siamo divisi e loro anche. In noi esistono molte culture e in loro anche. Noi e loro sono concetti relativi che possono essere costantemente ridefiniti. Per quale motivo chi lotta per la democrazia in Italia e chi lotta per la democrazia in Iran, non dovrebbero sostenersi a vicenda?