L'innalzamento dell'età pensionabile delle donne a 65 anni nel pubblico impiego, entro il 2018, costituisce una parificazione al ribasso (nella condizione sociale) e crea una discriminazione con le lavoratrici del settore privato che presto probabilmente verrebbe sanata, di nuovo al ribasso: si parte dal pubblico impiego per poi estendere il provvedimento a tutti, in nome dell'uguaglianza, principio sempre evocato quando si tratta di ridurre diritti e poteri ai lavoratori. I sindacati, Cgil e Cisl, contestano il fatto di non essere stati nemmeno consultati.
Le donne accedono al lavoro più tardi, hanno più spesso un contratto precario o part-time, minori prospettive di carriera e si sobbarcano la gran parte del lavoro domestico, di cura e assistenza in famiglia. L'elevamento dell'età pensionabile è una parificazione che non si rapporta alla differenza sociale delle parti, una discriminazione travestita da egualitarismo.
Se parità vi deve essere, molto meglio mandare in pensione gli uomini prima. Non è vero che non ci sono i soldi, ci sono nell'evasione contributiva, nella separazione tra previdenza e assistenza, nei nuovi contributi dei lavoratori immigrati e di quelli, centinaia di migliaia, che devono ancora essere regolarizzati. L'elevamento dell'età pensionabile, prolungando la permanenza al lavoro dei lavoratori anziani, ritarda l'ingresso dei giovani, che rimanendo disoccupati costituiscono anch'essi un costo per la società, mentre i giovani al lavoro prima, contribuirebbero di più e meglio al mantenimento della previdenza pubblica.
Le donne accedono al lavoro più tardi, hanno più spesso un contratto precario o part-time, minori prospettive di carriera e si sobbarcano la gran parte del lavoro domestico, di cura e assistenza in famiglia. L'elevamento dell'età pensionabile è una parificazione che non si rapporta alla differenza sociale delle parti, una discriminazione travestita da egualitarismo.
Se parità vi deve essere, molto meglio mandare in pensione gli uomini prima. Non è vero che non ci sono i soldi, ci sono nell'evasione contributiva, nella separazione tra previdenza e assistenza, nei nuovi contributi dei lavoratori immigrati e di quelli, centinaia di migliaia, che devono ancora essere regolarizzati. L'elevamento dell'età pensionabile, prolungando la permanenza al lavoro dei lavoratori anziani, ritarda l'ingresso dei giovani, che rimanendo disoccupati costituiscono anch'essi un costo per la società, mentre i giovani al lavoro prima, contribuirebbero di più e meglio al mantenimento della previdenza pubblica.
