4.30.2009

Donne poliziotto




La Cgil denuncia l'inserimento di agenti di sesso femminile nella polizia penitenziaria, poichè ciò espone le poliziotte a condizioni operative di ulteriore pericolo, peggiorando la possibilità di tutela della loro sicurezza personale dentro l'ambiente di lavoro.

Sono d'accordo in parte. Penso che le donne poliziotto, se adeguatamente preparate, addestrate, attrezzate, non corrano particolari pericoli in un carcere rispetto ai loro colleghi uomini. Ricordo le soldatesse di Abu Ghraib e mi riesce difficile pensare a loro come soggetti bisognosi di maggior tutela.

Al tempo stesso, non condivido la motivazione delle pari opportunità a suggello del loro inserimento nelle sezioni penitenziarie maschili, da parte dell'amministrazione. Qui, non c'entrano niente le pari opportunità, c'entra la carenza di personale maschile e la coerenza dell'organizzazione carceraria: carceri miste? Allora personale misto. Carceri separate? Allora personale separato. E' sbagliato inserire uomini poliziotto nelle sezioni femminili e donne poliziotto nelle sezioni maschili. Nel primo caso, c'è senz'altro un problema di tutela per le detenute, nel secondo non vedo, come già spiegato, un problema di tutela delle poliziotte, ma la possibilità che si verifichino altri problemi di difficile gestione. Per esempio, un poliziotto può innamorarsi di una carcerata e una poliziotta di un carcerato. Nel libro di Anna Salter, nel capitolo dedicato alla detenzione dei criminali sessuali, gli episodi relativi al rapporto con le poliziotte, evidentemente presenti nelle sezioni maschili, non erano di aggressione e violenza, ma di continui tentativi di raggiro, di plagio, di seduzione, di corruzione.

Il procedimento del sadico




Di fronte ad una storia di violenza nell'ambito di una coppia, ci si chiede increduli, perchè lei si è messa con lui, perchè non lo abbandona e quasi quasi tutto il biasimo si sposta sulla vittima, ignorando il tema della dipendenza psicologica. Come è giunta alla sua situazione di impotenza, può essere indicativamente spiegato dallo schema attraverso cui Robert Hazelwood spiega il profilo e il procedimento del sadico sessuale.


Il sadico sessuale è un uomo profondamente convinto che tutte le donne rappresentino il male, che siano donnacce e sgualdrine. Il perverso va alla ricerca di conferme alla propria teoria, e quindi non sceglie tossicodipendenti o prostitute come compagne, perchè già conosce e disprezza questo tipo di donne. Vuole una donna vulnerabile, e il percorso attraverso il quale la trasforma in sua vittima compiacente si declina in cinque passaggi successivi:

1. La selezione

I sadici sessuali hanno sviluppato una particolare abilità nell'identificare donne passive e vulnerabili, nel coglierle in un momento difficile della loro vita, sia per situazioni contingenti, come la rottura di un legame sentimentale, sia per problemi legati ad una bassa autostima. In ogni caso si tratta di bersagli ideali per essere manipolati, attorno ai quali costruire scenari interpersonali il suo bisogno di dominio e di controllo.

2. La seduzione

Le donne raccontano che i loro partner, almeno all'inizio della relazione, erano affascinanti e premurosi, capaci di arrivare con sorprese e regali inaspettati, sempre attenti ai loro desideri. Il sadico si accosta alla donna in modo romantico, l'opposto delle esperienze di abuso che lei ha sperimentato nel passato. Come il pedofilo, prosegue nella strategia fino a quando è certo della sua abilità di manipolare. Coltiva l'affetto della donna, prima di passare alla fase successiva.

3. Nuove norme sessuali

Il tempo dedicato a modificare gli schemi del comportamento sessuale dipende dalla vulnerabilità e suscettibilità della donna. All'inizio il sadico persuade la compagna a impegnarsi in attività sessuali che vanno oltre l'usuale repertorio, e una volta che lei ha partecipato usa tecniche di rinforzo positivo (gratitudine o complimenti) o negativo (evitamento e silenzio). Tutto al fine di ottenere la sua complicità in attività sempre più devianti. Con il passare del tempo. Con il passare del tempo, ciò che è iniziato come pratica sessuale atipica diventa presto un comportamento abituale.

4. L'isolamento sociale

Plasmato il comportamento sessuale della donna, l'uomo passa alla quarta fase: isolare la compagna da amici, parenti e conoscenti. L'uomo diventa sempre più possessivo e geloso. Alla fine, nessuno può far parte del mondo della donna se non il maschio sadico.

5. Punizione

Il quinto passaggio del processo è quello della punizione fisica e psicologica. Avendo trasformato una donna normale in una complice sessuale. Il sadico ha provato la correttezza delle proprie teorie. Al suo fianco c'è ormai una serva, un essere inferiore che partecipa ad atti sessuali che nessuna donna «per bene» farebbe mai. E l'autostima della vittima è così bassa che finisce di credere lei stessa di meritarsi la punizione.


Tratto da: La sposa del mostro, Mente & Cervello, marzo 2009

Il video con Knightley sulla violenza



La trasmissione di questo video, che denuncia gli abusi domestici, è stata bloccata in Gran Bretagna, perchè ritenuto troppo violento. (Corriere della Sera, 27 aprile 2009)

4.26.2009

Onorevole Formigoni




Ho visto Formigoni al telegiornale ieri sera. Ha detto una cosa sul 25 aprile. Il suo discorso a Milano è stato contestato. Nella breve dichiarazione che ho sentito, Formigoni ha detto una cosa simile a quella detta da Berlusconi: ricordiamo tutti i caduti del '43-'45, anche quelli che stavano dalla parte sbagliata, ma questo non vuol dire neutralità, etc. etc. Non so bene cosa voglia dire. Non l'ho capito neppure quando lo disse Violante nel 1996. Nel dirlo, Formigoni ha usato due parole: rispetto e onore. Si, dobbiamo rispetto e onore anche ai repubblichini. Addirittura onore. A quelli in buona fede. Ciò che mi sfugge è la ratio per cui la buona fede costituisca di per sè motivo per meritare rispetto e onore. Azzardo la probabilità che pure Hitler e Mussolini fossero in buona fede, convinti di avere ragione, di agire per il bene, magari non immediato, ma futuro. Ieri erano in buona fede i terroristi delle Brigate Rosse e forse in molti nell'arcipelago dello stragismo nero. Ed oggi, i miliziani di Al Qaeda, non sono in buona fede? Magari lo stesso Bin Laden. Dobbiamo rispetto e onore anche a tutti loro? Ho il sospetto che Formigoni abbia detto una stupidaggine, certo in buona fede. Vabbè, allora rispetto e onore anche a Formigoni.

4.24.2009

Osservazioni alla risposta




Il dilemma se rispondere o non rispondere, nei forum, agli interlocutori "poco degni", può essere risolto nelle possibilità intermedie.

Invece di scegliere tra il silenzio e la replica immediata, muro contro muro, paragrafo contro paragrafo, si può rispondere solo qualche volta; rispondere solo a qualcuno; rispondere solo a qualcosa; differire la risposta; mollare il colpo per poi rilanciare la discussione in un secondo momento.

Se tempo ed energie sono limitate, meglio selezionare, per privilegiare l'argomento e altri potenziali lettori/interlocutori. Sfruttare l'occasione, per fare una ricerca, approfondire un tema, divulgare dati e informazioni, fare esercizio sulle fallacie logiche, mettere alla prova il proprio autocontrollo.

Se interveniamo su un tema che ci sta a cuore, replicando ad una persona di cui abbiamo poca o nessuna stima, possiamo scrivergli senza concentrarci sul fatto che sarà proprio lei a leggerci. Se teniamo conto che ci leggeranno anche altri, possiamo scrivere per gli altri, concentrandoci sui nostri lettori e interlocutori preferiti. Mentre siamo impegnati in un confronto, qualcuno che osserva, c'è sempre.

I forum, più che luoghi di dialogo (tra due) sono luoghi di confronto (tra tanti, anche quando si dibatte solo in due).

4.23.2009

Gerusalemme non è la capitale di Israele




Non sto scrivendo questo post per affermare che Gerusalemme non deve essere la capitale di Israele o che io non voglio che lo sia o che lo possa essere in futuro, in seguito ad un accordo con i palestinesi. Non ho nulla in contrario a Gerusalemme capitale di Israele. Io. Ma non lo è. La Knesset, il parlamento israeliano, nel 1980 ha deciso l'annessione di Gerusalemme Est e ha dichiarato Gerusalemme capitale unica e indivisibile dello Stato d'Israele, ma questa decisione non è stata riconosciuta dalla Comunità internazionale ed ogni stato, compresi gli Usa, ha mantenuto la sede della sua ambasciata a Tel Aviv. Sbagliano perciò i giornali e i media a riferirsi a Gerusalemme per intendere l'autorità politica di Israele, così come ci si riferisce a Washington per intendere l'autorità politica americana, o Londra per quella britannica, o Parigi per quella francese e così via. Ha ragione il Manifesto a riferirsi a Tel Aviv. In questo modo, molti giornali rivelano il loro orientamento filo-israeliano. Legittimo essere filo-israeliani, sostenere Gerusalemme capitale di Israele, e persino appoggiare la decisione della Knesset. Quello che non va bene è fare finta che il contenzioso su Gerusalemme non esista e non sia ancora e tuttora aperto.

(...) I tentativi di dare uno status definito alla città risalgono al periodo che seguì la fine del mandato britannico della Palestina. Il regime internazionale originariamente previsto dall'ONU per la città di Gerusalemme (corpus separatum)[14], ideato nel quadro del Piano di partizione della Palestina1947, non fu mai realizzato e venne abbandonato negli anni seguenti. Dal 1948 al 1967, a seguito dell'assedio della città vecchia da parte della Legione Araba, sfociato nell'espulsione della popolazione ebraica dalla stessa, la città fu separata tra Gerusalemme Est, inclusa la città vecchiagiordana, e Gerusalemme Nuova con sovranità israeliana. Israele acquisì il controllo dell'intera città in seguito alla guerra dei sei giorni del 1967. La città fu proclamata capitale di Israele nel 1950 e designata in seguito come tale nella legislazione israeliana il 30 luglio 1980, data di promulgazione della Jerusalem Law[4]. del più alcuni quartieri orientali minori con sovranità Tali proclamazioni sono state condannate da Risoluzioni ONU e sentenze di corti internazionali, poiché la città di Gerusalemme comprende territori non riconosciuti come israeliani dal diritto internazionale. La Corte Internazionale di Giustizia ha confermato nel 2004 che i territori occupati dallo Stato di Israele oltre la "Linea Verde" del 1967 continuano ad essere "territori occupati" e dunque con essi anche la parte est di Gerusalemme. (...)

Wikipedia

Ai matti bisogna sempre dare ragione?




Il confronto non è mai inutile, perchè è anche un confronto con sè stessi e poi con tutti gli altri, specie nelle conversazioni pubbliche. Anche un interlocutore inadeguato, può essere una buona spalla, per affrontare un argomento e rivolgersi a tutti. Un ubriaco talvolta dice esplicitamente, quello che molti sobri pensano implicitamente. Certo, l'interlocutore che scegliamo può anche essere misura del nostro valore, ma credo questo valga molto per gli insicuri, in realtà il nostro valore dipende solo da come gestiamo la situazione e da come la mettiamo a frutto. Qualunque situazione, come si dice: "dal letame nascono i fiori".

La legge contro il fumo




La legge può seguire una tendenza, ma può anche precederla e guidarla. L'importante è che non se la inventi di sana pianta. Vi sono state molte leggi che hanno guidato un processo di innovazione culturale. Per esempio, il divieto di fumare. La legge istituita nel 1975, per alcuni locali pubblici è stata generalizzata soltanto nel 2003. Ricordo, proprio nel 1975, mio padre rimproverò un fumatore su un tram e questi reagì ridendo, come se il divieto, anche se sancito per legge, fosse una cosa ridicola. Vuoi farmelo rispettare? E per molti anni, ancora fino ai primi anni '90 era abbastanza difficile ottenere l'allontanamento di una persona che fumasse durante una riunione. Io stesso ho fumato nelle sezioni di partito almeno fino al 1994. Chi oggi ci prova è trattato quasi come un appestato, fino al punto che non solo nei cinema non si permette più di fumare, ma anche nel cinema si è deciso di togliere la sigaretta dalla bocca dei grandi attori e di non farne più motivo di status e di fascino. Meno male. Oggi è cultura diffusa che fumare fa male, ma soprattutto che fumare in presenza d'altri, in locali pubblici, è una grave mancanza di rispetto, oltreche nocivo alla salute propria e altrui.

Diritti senza poteri




Le leggi concedono i diritti, questo è un passo avanti, anche molti passi avanti, ma non è il raggiungimento del traguardo, perchè i diritti per farsi valere, hanno bisogno del potere. La legge può stabilire (e stabilisce) che i diritti sindacali valgono per tutti i lavoratori. Ma i lavoratori, non sono uguali tra loro. Ci sono quelli del pubblico impiego e quelli del settore privato, ci sono i regolari con contratto a tempo indeterminato e gli atipici con il licenziamento inscritto nel contratto. I regolari possono praticare la loro attività sindacale, fare sciopero, partecipare alle assemblee, senza temere rappresaglie. Oddio, le rappresaglie tante volte arrivano anche per loro, con misure di confino, di mobbing, di licenziamento "motivato". Ma possono farsi valere in sede legale, almeno provarci. Per l'azienda può essere un danno, ed è almeno una scocciatura. Per il precario invece non c'è nulla da fare, il contratto non gli viene rinnovato e lui non ha alcun modo di reagire. Il suo diritto non è uguale a quello degli altri, perchè diverso, inferiore, è il suo potere.

Maschilista è misogino?




Mi chiedo se misoginia e maschilismo vadano necessariamente insieme. Un maschilista si sente superiore alle donne, ma non per questo le vede in modo ostile.

Se prendessimo una discussione tra un antisessista (o una femminista) e un mascolinista misogino, uno (o una) di quelli che si battono per la "liberazione del maschio", penso che un maschilista in senso tradizionale, dopo aver strabuzzato gli occhi, si porrebbe in una posizione intermedia, equidistante, super-partes.

Non può concordare con l'antisessista, perchè lui ci tiene alla divisione gerarchica dei ruoli sessuali (chi in modo più hard, chi in modo più soft), ma non può neppure concordare con il mascolinista misogino, perchè a lui l'idea di vivere in un modo in cui la donna gli sta sopra gli deprime ogni atteggiamento di superiorità. Dev'essere lui a frignare perchè le donne lo picchiano e lo violentano? Deve rinfacciare alla moglie, i morti sul lavoro? Deve organizzarsi con altri uomini (l'unione fa la forza) per raggiungere la parità di diritti con le donne gravide, che scansano le fatiche dei muratori, si fanno mantenere a sbafo dai datori di lavoro e poi li fregano con le agevolazioni all'imprenditoria rosa, un attimo dopo aver sottratto il figlio al padre? Nessun maschilista serio accetterebbe di farsi mettere a testa in giù, per poi dover sgambettare come un folle con i piedi per aria.

Direbbe: "dio mi guardi da questi e da quelli" e se ne andrebbe in un altro luogo a discutere di politica ,di calcio, o di motori insomma a discutere di cose da uomo. Perciò, forse il mascolinismo misogino, nella sua allucinante irrazionalità, è un discorso più che dai maschilisti, dalle donne misogine, che possono ergersi a protettrici del nuovo sesso debole, e per questa via in fondo, essere e sentirsi forti. Un maschilista invece, se non è proprio un re, almeno è un realista.

La donna antifemminista




Adoro la geisha, ma non vorrei mai avere al mio fianco una donna maschilista o una donna antifemminista o una donna misogina. Il mio ideale sarebbe una geisha femminista. Se ho delle esigenze contraddittorie, nella figura della geisha femminista, esse trovano una perfetta conciliazione: se ogni donna è libera, io potrò avere una geisha autentica, per puro amore (e per puro gioco).

La donna maschilista, antifemminista, misogina invece è un obbrobrio. Lei davvero corrisponde alla caricatura meschina che si fa delle donne battagliere che scendono in piazza. Capita di confonderle. La senti parlare, leggi quello che scrive e pensi: "questa sembra proprio femminista": fiera, sicura di sè, schiena diritta, a testa alta. Eppure, è una donna maschilista, antifemminista, misogina. Lo è come tanti uomini, i quali infatti non strisciano per terra, nè camminano rasente i muri, anzi esibiscono baldanzosamente la propria arroganza, pensando così di farsi valere.

La differenza tra l'una e l'altra è abbastanza semplice. La donna femminista parla, scrive, si batte per l'emancipazione delle donne, di tutte le donne, e attraverso l'emancipazione di tutte le donne, insieme con loro, anche della propria, per conquistare un rapporto alla pari con gli uomini. La donna maschilista, antifemminista e misogina invece si batte solo per la sua personale emancipazione. Le vanno benissimo invece la sottomissione, l'emarginazione, l'esclusione delle altre. Le altre, in fondo, sono sue rivali. E non ambisce ad un rapporto alla pari con gli uomini: gli uomini devono stare sotto di lei, a godersi la sua possessività, il suo autoritarismo. Ci pensa lei a difenderli dalle altre e a fargli il deserto intorno.

Se poi la donna maschilista, antifemminista e misogina è pure di formazione clerico-fascista, la sua identità, il suo modo di essere, assume uno spessore ideologico e religioso, una cosa molto pesante, una croce da portare, un calvario lungo tutta la vita, salvo evadere prima e per tempo. Sancito anche dalle inchieste, negli Stati Uniti, le coppie che durano più a lungo sono quelle nelle quali lei è femminista e si può ben capire il perchè.

4.22.2009

Una battuta di Silvan




Non guardo quasi mai la televisione, ma grazie a YouTube riesco a recuperare delle chicche che altrimenti mai potrei conoscere, salvo leggerne i commenti sui giornali. Questa è stata abbastanza commentata, tra gli altri da Marco Travaglio e da Massimo Gramellini. Una innocua battuta del mago Silvan manda nel panico la conduttrice di Domenica in (di cui ignoro il nome) e forse parte del suo staff. Che dire? Che pena, dopo gli attacchi censori contro Annozero e la sospensione di Vauro.

Liberate dal progresso dei maschi




Se le donne sono emancipate possono ringraziare gli uomini che hanno realizzato il progresso.
La prova che del progresso avrebbero beneficiato soprattutto le donne starebbe nel fatto che nella modernità sono diventate più longeve dei maschi.

Che la rivoluzione industriale, l'innovazione scientifica e tecnologica siano stati il principale fattore di progresso sociale, sono d'accordo.

Che di questo debbano essere ringraziati gli uomini in quanto sesso maschile, ho qualche perplessità. Non capisco bene cosa voglia dire. Devo sentirmi ringraziato anch'io per una qualche proprietà transitiva? Non vorrei che a qualcuno saltasse in mente di ringraziarmi pure per i campi di concentramento e per la bomba atomica. Preferisco che per quanto riguarda scoperte, invenzioni e relative applicazioni i meriti siano riconosciuti individualmente. Poi è ovvio che essendo stati gli uomini a egemonizzare storicamente la sfera pubblica, possono attribuirsi nel bene e nel male la gran parte dei meriti storici, ma anche grazie al fatto di aver potuto contare sulle retrovie assistenziali femminili. E alla fine i ringraziamenti possono essere reciproci.

La superiore longevità femminile è vera in Occidente, non nel resto del mondo, dove sono gli uomini a vivere più delle donne. Nel mondo industrializzato ci sono tre fattori che, pur allungando anche la vita media degli uomini, l'hanno allungata meno di quella delle donne: 1) il fumo e l'alcol, 2) gli incidenti stradali, 3) l'esposizione ai lavori usuranti. C'è anche un quarto fattore: gli uomini vanno dal dottore meno delle donne, sono più esitanti e procrastinatori quando viene il momento di doversi curare. In ogni caso, il divario negli ultimi anni si sta riducendo, grazie al fatto che anche le donne ormai fumano, bevono vanno in auto, lavorano, etc.

Agevolazioni imprenditoria rosa




Nel repertorio di una discriminazione di genere percepita all'incontrario c'è anche l'idea che le agevolazioni concesse all'imprenditoria rosa costituisca un privilegio, una forma di concorrenza sleale nei confronti degli imprenditori maschi, insomma un indubbio vantaggio femminile.

Ma si tratta di finanziamenti per investimenti compresi tra i 60 e i 400 mila euro, nulla che possa fare la differenza tra una impresa di successo ed una impresa in bancarotta, nulla che sia sufficiente ad avviare una solida attività. Le donne a cui si rivolgono le misure di agevolazione sono individuate come destinatarie dell'aiuto pubblico solo in quanto categoria, tra le altre, più esclusa dal mondo del lavoro. Tra gli agevolati, le donne si ritrovano in buona compagnia con i giovani, i lavoratori in mobilità, i lavoratori provenienti da aziende in liquidazione, persone iscritte da almeno 24 mesi all'ufficio di collocamento, emigrati che rientrano, etc.

Donne sempre schiave?




Dipingo l'intera storia dell'universo come una continua vessazione dell'uomo sulla donna, la forma di schiavismo più prolungata e diffusa della storia?


Questa è una obiezione frequente anche tra gli antisemiti: se dite che gli ebrei sono sempre stati oggetto di persecuzione, allora ritenete che gli ebrei abbiano qualcosa che non va. Il fatto è che gli ebrei sono sempre stati minoranza, sia nei paesi a maggioranza cristiana, sia nei paesi a maggioranza musulmana. In questa condizione di minoranza sono stati oggetto di discriminazione. Poi, la discriminazione solo in alcuni momenti della storia è diventata pogrom e sterminio. In prevalenza è stata esclusione da alcune professioni e diffusione di pregiudizi e vulgate a loro ostili. La discriminazione ha varie gradazioni.

La stessa obiezione si rimodula riguardo le donne: se le considerate storicamente schiave, allora sono effettivamente inferiori.

Lo schiavismo è solo un estremo del rapporto gerarchico. Esistono anche qui molte gradazioni intermedie tra la schiavitù e la libertà, esistono condizioni di dipendenza e di subalternità. E' corretto dire che considero generalmente le donne, non schiave, ma meno libere degli uomini, spesso dipendenti da loro, e dotate di minor potere come soggetto collettivo, nella sfera sociale.

Un dato permanente di inferiorità esiste ed è quello della forza fisica. Inutile far finta che non abbia importanza. Tante volte i rapporti conflittuali nelle famiglie sono stati risolti così: con la forza fisica. E così tante volte succede tuttora. Tante volte, pensando di giocare l'asso di briscola sulla disputa relativa alla parità, si fa riferimento alla citazione dei lavori pesanti, dove appunto si ritiene possono starci gli uomini, ma non le donne, e questo in fondo costituirebbe il fondamento, la legittimazione di un divario di potere: le donne non stanno in parlamento, ma neanche nei cantieri.

Un altro dato permanente, non di inferiorità, ma di diversità che gioca a sfavore delle donne sul piano dei rapporti sociali è la gravidanza. Fare figli, farne tanti, ha spesso allontanato le donne dalla sfera pubblica per periodi prolungati e poi indefinitivamente, perchè alla procreazione si aggiungeva per forza di cose, l'accudimento, l'educazione e va da sè il lavoro domestico.

Solo nella seconda metà dell'altro secolo, le donne hanno potuto in parte neutralizzare lo svantaggio della gravidanza, appropriandosi mediante i contraccettivi e l'aborto, del potere di scelta e di controllo della maternità. Potere e controllo della maternità a cui la destra, la chiesa cattolica, il maschilismo in genere, sono contrari.

4.21.2009

La genderizzazione ribaltata (3)




La violenza sessuale è violenza di genere. Non tutte le donne sono stuprate, ma tutte le stuprate sono donne, non tutti gli uomini sono stupratori, ma tutti gli stupratori sono uomini. Esiste una piccola minoranza di uomini stuprati, i cui violatori sono in maggioranza uomini anch'essi. Gli uomini violentati da donne corrispondono ai cani morsicati dagli uomini.

La genderizzazione diventa una assurdità al di fuori di un dualismo di genere, un rapporto sessuato, storicamente diseguale: nella violenza sessuale è reale, negli incidenti sul lavoro è immaginaria.

Un uomo violenta una donna perchè è una donna. Se per incanto, nell'atto dello stupro, lei smettesse di essere una donna e si trasformasse in un uomo, lui smetterebbe all'istante di violentarla.

Invece se l'uomo che cade dall'impalcatura, per incanto si trasformasse in una donna, continuerebbe a precipitare lo stesso. Perciò, quello che gli succede non gli succede in quanto "uomo", ma in quanto "muratore", "operaio", etc. e gli succederebbe lo stesso se fosse donna.

La donna violentata ha un uomo come controparte, il violentatore. L'operaio che subisce un incidente sul lavoro, anche se maschio, non ha una controparte femminile, bensì molto più probabilmente una controparte maschile: imprenditori, legislatori.

La genderizzazione ribaltata (2)




Non paragono, naturalmente, il rapporto uomo/donna ad un rapporto di schiavismo. Nel post precedente ho solo fatto un paragone tra costruzioni logiche, tra corrispondenze.

Ho preso uno schema applicato al rapporto uomo/donna, entro il quale si vede corrispondere la violenza sessuale (a danno delle femmine), agli incidenti sul lavoro (a danno dei maschi); e l'ho applicato ad altri rapporti, per esempio il rapporto adulto/minore, entro il quale allo stesso modo posso far corrispondere la pedofilia (a danno dei minori) agli incidenti sul lavoro (a danno degli adulti), oppure al rapporto bianco/nero, entro il quale allo stesso modo posso far corrispondere lo schiavismo (a danno dei neri) con i morti nella guerra di secessione (a danno dei bianchi), oppure al rapporto cristiani/ebrei, entro il quale allo stesso modo posso far corrispondere le persecuzioni, i pogrom, l'olocausto (a danno degli ebrei), con i morti nelle carestie, nelle guerre, nelle pestilenze in Europa (a danno in maggioranza dei cristiani).

Se il criterio, per identificare una questione è solo il dato quantitativo prevalente relativo alla composizione delle vittime questo può valere per i maschi, come per gli adulti, come per i bianchi, come per i cristiani. Può valere per qualsiasi soggetto: che sia negativo, neutro, positivo, nell'economia del discorso è irrilevante.

E' probabile che la seconda, la terza e la quarta corrispondenza, appaiano in modo chiaro del tutto assurde. Mentre la prima, chissà perchè, a qualcuno sembra una trovata intelligente. Evidentemente, nel criterio usato per identificare una questione (la genderizzazione), c'è qualcosa che non funziona. Altrimenti, non si avrebbe difficoltà ad applicarlo a tutti i dualismi.

Entro le costruzioni logiche che ho messo a paragone, le equivalenze corrette sono le seguenti: i pedofili stanno agli adulti come gli stupratori stanno ai maschi, come i razzisti stanno ai bianchi, come gli antisemiti stanno ai cristiani. Ovvio che nè gli adulti, nè i bianchi, nè i cristiani, nè i maschi sono tutti pedofili, razzisti, antisemiti e stupratori.

4.20.2009

La genderizzazione ribaltata




Come si crea la percezione che esista uno svantaggio sociale femminile? Lo spiega una donna misogina: è semplice portare numerosi svantaggi sociali femminili, basta genderizzare ad hoc qualsiasi problema sociale, che coinvolga o interessi in percentuale superiore il genere femminile rispetto a quello maschile e negare la genderizzazione ai problemi sociali che coinvolgono o interessano in percentuale superiore il genere maschile. Per ovviare, basta genderizzare i problemi sociali maschili, per esempio gli incidenti sul lavoro e contrapporli alla violenza sessuale. I primi, violenza contro gli uomini, i secondi, violenza contro le donne. E siamo pari! Non ci credete? Leggete qui.

Immaginate si rimproverasse ai talebani l'esclusione delle donne dall'istruzione scolastica (svantaggio sociale femminile).
E questi rispondessero: è vero, le donne sono escluse dalla scuola, però la selezione scolastica, brutti voti e bocciature, colpisce solo i maschi (svantaggio sociale maschile). Dunque pari e patta.

Immaginate si rimproverasse ai pedofili o ai genitori maneschi la violenza sui minori (svantaggio sociale dell'infanzia).
E questi rispondessero: è vero, ma sul lavoro, gli incidenti colpiscono solo i grandi (svantaggio sociale degli adulti). Dunque pari e patta.

Immaginate si fosse un tempo rimproverato al Ku Klux Klan lo schiavismo dei neri (svantaggio sociale dei neri).
E questi avessero risposto: è vero, ma lo sfruttamento capitalistico del lavoro salariato colpisce i bianchi (svantaggio sociale dei bianchi). Dunque pari e patta.

Immaginate si rimproverasse alla mafia i magistrati morti ammazzati (svantaggio sociale dell'antimafia).
E questi rispondessero: è vero, però la maggior parte dei morti ammazzati dalla mafia sono i mafiosi stessi nella guerra tra cosche (svantaggio sociale della mafia). Dunque pari e patta.

Non vi sentireste presi in giro?

La determinazione di una questione (sessuale, etnica, religiosa, generazionale) in rapporto ad un problema sociale, dipende solo da un mero dato di prevalenza quantitativa (delle vittime)? Per cui, in base ai dati di prevalenza, gli incidenti sul lavoro farebbero emergere una questione maschile, una questione adulta, una questione razziale bianca, una questione settentrionale, una questione cattolica?

Ve lo immaginate, magari in risposta al giorno della memoria, un titolo sugli incidenti sul lavoro che recitasse: basta con lo sfruttamento dei battezzati alla religione cattolica.

Il dato quantitativo prevalente, in rapporto all'appartenenza religiosa, è certamente quello. Ma farebbe ugualmente ridere.

La parità delle libertà




I piatti della bilancia pareggeranno quando saranno pari le libertà di scelta. Non si tratta di indurre le persone a fare questo o quello. Anzi, si tratta di smettere di farlo e permettere alle persone di fare quello che vogliono o almeno di poterci provare senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

Incidenti domestici (2)

I dati sugli incidenti domestici sono esagerati, bisogna distinguere quelli in casa propria e quelli in casa altrui, la maggior parte sono cadute, la maggior parte sono anziani, riguardano tutti uomini, donne e bambini, insomma, calcolarli non vale, non bisogna fare confusione?

Discussioni che fanno molti distinguo se ne possono trovare anche in merito agli incidenti sul lavoro. Tempo fa, il sottosegretario Castelli, per attutire la crescente sensibilità dell'opinione pubblica sulle cosiddette "morti bianche" affermò che metà di quelli che sono registrati come "incidenti sul lavoro" sono in realtà incidenti stradali. E' vero? E' giusto scremare dal dato degli incidenti sul lavoro gli incidenti stradali di chi va o torna dal lavoro?

Un nostro utente imprenditore ha scritto vari post per sostenere che, secondo lui, molti incidenti sul lavoro sono dovuti al fatto che i lavoratori stessi, per loro negligenza, non rispettano le norme di sicurezza. Per esempio, non si mettono il casco nei cantieri, perchè hanno caldo, etc. E' giusto colpevolizzare i lavoratori per assolvere gli imprenditori?

Nel processo sulla ThyssenKrupp, l'azienda sta cercando di scaricare sugli operai la responsabilità dell'incendio e della inadeguata attivazione delle misure di sicurezza. Lo trovo indegno.

Affermare: non ti succede qui e se ti succede in fondo è colpa tua è da sempre il modo in cui gli imprenditori, i padroni e i loro rappresentanti politici, i loro opinionisti, scansano le questioni relative alle norme di sicurezza, al loro rispetto, alle sanzioni necessarie, alle condizioni materiali di lavoro, ai ritmi ai tempi.

Io sono abituato a trattare gli incidenti sul lavoro e tutti i problemi legati alla condizione del lavoro come se la controparte dei lavoratori fossero gli imprenditori. Non mi era mai venuto in mente di dividere i lavoratori tra maschi e femmine, di considerare solo i problemi dei maschi e di farlo come se la loro controparte fossero le femmine, al fine di negare che nel mondo del lavoro e nella società esiste uno squilibrio sociale a svantaggio delle donne.

Però, se a qualcuno viene in mente (poichè le proiezioni e le percezioni della mente umana sono illimitate), gli faccio notare che anche le donne subiscono infortuni sul lavoro (1 incidente su 4 riguarda una donna), che gli incidenti sul lavoro che vedono vittima una donna sono in aumento, e che le donne che non lavorano, non sono certo al sicuro tra le mura domestiche.

Va bene, distinguiamo le ustioni, dalle cadute dalle scale, dai tagli con il coltello, dai cazzotti ricevuti dal marito (ah no, questo rientra nel dilagante fenomeno della calunnia e della diffamazione), ma si tratta sempre di incidenti legati ad una condizione. Se passi tante ore in casa piuttosto che in ufficio, ti farai più male in casa con maggiori probabilità. Quando a me è successo di farmi male, non è successo in palestra, in ufficio o all'aperto, mi è successo in casa.

In compenso, non sono considerati tra gli infortuni relativi alle attività domestiche, gli incidenti che le donne subiscono quando vanno a fare la spesa: essere investite, rimanere schiacciate tra le porte di un tram, subire uno scippo, etc. Ci mancherebbe altro, vero?

Certo, empiricamente sembra strano anche a me che la casa possa essere un luogo più pericoloso o pericoloso quanto una fabbrica o un cantiere. Penso, ciò sia dovuto al fatto che nelle fabbriche e nei cantieri si trova solo una quota della popolazione e per un tempo limitato: gli operai sono circa sette milioni, vanno in pensione tra i 50 e i 60 anni, magari prima di invecchiare trovano il modo di passare a mansioni più leggere, meno rischiose, sono più concentrati sul pericolo. In casa invece c'è tutta la popolazione e per tutta la vita. Le casalinghe in pensione non ci vanno mai e se una casalinga ha un incidente a 80 anni non dobbiamo considerarlo valido? Mio nonno a 30-40-50 anni faceva l'operaio alla Fiat, mia nonna a 30-40-50 anni faceva la casalinga. Mio nonno a 60-70-80 anni giocava alle bocce. Mia nonna a 60-70-80 anni faceva la casalinga.

Comunque per uscire dalla confusione, si possono leggere in dettaglio i dati dell'Istat, relativi al 1999.

Incidenti domestici (1)





L'usura e gli incidenti sul lavoro colpiscono di più gli uomini rispetto alle donne, poichè sono gli uomini in maggioranza a lavorare e ad essere impiegati nelle mansioni più gravose. Tuttavia, questa valutazione esclude il lavoro domestico, i cui dati non rientrano nelle statistiche sugli infortuni sul lavoro.


INCIDENTI DOMESTICI Denuncia della Federcasalinghe in occasione della giornata europea per la sicurezza nelle abitazioni. Gli episodi gravi sono oltre 3 milioni e 700mila

Ottomila vittime nella "guerra" quotidiana
tra le pareti di casa

Roma - Ogni anno perdono la vita tra le mura domestiche oltre 8000 persone per porre fine a quello che sembra un bollettino di guerra nella casa del futuro la sicurezza dovrà essere protagonista.

Lo ha annunciato ieri Federcasalinghe, nel corso di una conferenza stampa in occasione della giornata europea per la sicurezza nelle abitazioni e nei luoghi di vita, promossa dalla stessa federazione, dalla regione Friuli Venezia Giulia e da Domina.

«Non dobbiamo dimenticare - ha detto Federica Rossi Gasparrini, presidente nazionale di Federcasalinghe - che in Italia come negli altri Paesi industrializzati, la prima causa di morte dei bambini sono gli incidenti domestici; così come non dobbiamo dimenticare che le donne, in particolare le casalinghe, paghino con il più alto numero di infortuni il loro lavoro».

I dati statistici (Istat) ci dicono che 3.672.000 sono gli incidenti che ogni anno avvengono tra le mura domestiche, 2.500.000 le persone infortunate, il 79,1\% delle vittime sono donne, 4 su 10 casalinghe.

Per porre fine a questa «silenziosa strage» Federcasalinghe avanza alcune proposte: l'istituzione dellàagenzia europea per la sicurezza degli ambienti di vita e l'inserimento nella Carta dei diritti alla cittadinanza dei diritti, all'abitazione, alla sicurezza della propria casa e all'informazione per la sicurezza e la salute nelle case. Per raggiungere questi due obiettivi partirà da domenica prossima nelle piazze italiane una raccolta di firme. Tra i primi firmatari il sottosegretario Ventucci che ha assicurato l'attenzione del governo su questo tema.

Inoltre secondo l'associazione sono importanti il riordino della disciplina in materia di sicurezza e prevenzione nelle abitazioni; la definizione di linee guida per la prevenzione, campagne mirate all'informazione per prevenire gli incidenti domestici; stanziamenti per la sicurezza delle nostre case.

«Gran parte degli incidenti avvengono nel silenzio - ha ricordato del Boca - siamo di fronte a una vera e propria guerra se pensiamo che da quando è iniziata la seconda Intifada ci sono stati 1950 morti, un numero inferiore a quello degli incidenti casalinghi». Del Boca ha poi annunciato l'istituzione di un premio giornalistico europeo che verrà presentato il 3 dicembre a Trieste al termine delle celebrazioni per la 'Giornata della sicurezza'. In questa occasione l'intera giornata sarà dedicata a incontri e dibattiti sull'argomento e alla presentazione di tre commissioni di lavoro: una dedicata alla salute, una tecnica scientifica e infine una sull'informazione con il premio giornalistico.


Il Gazzettino" del 30 novembre 2002
http://www.ecologiasociale.org/

Donne e lavori pesanti (3)




Io non voglio fare il manovale e neanche la casalinga.
E non mi interessa mettere il manovale in contrapposizione alla casalinga.

La condizione del manovale riguarda la contraddizione capitale-lavoro.
La condizione della casalinga riguarda la contraddizione uomo-donna.

Mescolare diversi piani di confronto e ridurli tutti ad una fantomatica guerra dei sessi, è una operazione paranoica, per non ammettere gli svantaggi femminili e raccontarsi una storia e un mondo all'incontrario.

Quando al capitale è necessario, le donne vengono tranquillamente utilizzate anche nei cantieri, in fabbrica, in miniera e anche in guerra.

LA LEGISLAZIONE SOCIALE SUL LAVORO FEMMINILE: DALLA TUTELA ALLA PROMOZIONE DI UGUAGLIANZA DI OPPORTUNITÀ

(...) Con il D.L.lgt. 6 agosto 1916, n. 1136, sostitutivo del precedente
regolamento per l’esecuzione della legge a tutela del lavoro femminile e
minorile, le donne furono ammesse a svolgere lavori anche pesanti e nocivi,
prima esclusi dal T.U. del 1907 e furono perfino «militarizzate», in quanto
addette alla produzione di materiale bellico, naturalmente sempre continuando
a percepire retribuzioni inferiori di circa la metà rispetto ai salari maschili.
Della contingenza bellica approfittavano gli imprenditori per incrementare
senza scrupoli i propri profitti, intensificando nuovamente lo sfruttamento della
manodopera femminile6.
Alla fine della guerra, però, non tardò a riaffermarsi un certo
pregiudizio di inferiorità nei confronti delle donne e lo dimostra la legge n.
1176, del 17 luglio 1919, recante “Disposizioni sulla capacità giuridica della
donna” la quale, se da un lato sembrava favorire le donne, riconoscendo loro
una parziale capacità civile (si abrogò l’istituto della autorizzazione maritale e
quello delle limitazioni agli uffici tutelari), dall’altro lato sanciva il divieto di
impegnare personale femminile in tutti i lavori che implicassero poteri pubblici
e giurisdizionali, o l’esercizio di diritti e potestà politiche, quali ad esempio il
ruolo di prefetto, di magistrato, di ufficiale giudiziario, di personale di
cancelleria, di personale di segreteria presso il Consiglio di Stato e la Corte dei
Conti7. Si procedeva, cioè, ad estromettere la donna dall’esercizio di quelle
funzioni pubbliche alle quali era annessa la dignità di “grande ufficiale” dello
Stato e, di conseguenza, ad emarginarla anche nell’ambito dell’impiego
pubblico, individuando su base normativa quelle attività e quelle mansioni
“tipicamente femminili” o “maschili”, che avrebbero contrassegnato in seguito
i ruoli professionali per sesso, relegando le donne nei settori meno redditizi,
nonché in quelli più soggetti a crisi di produzione.

6 M. L., DE CRISTOFARO, Tutela e/o parità ? le leggi sul lavoro femminile tra protezione e
uguaglianza, Cacucci Editore, 1979, pp. 92 e 93.
7 A., GRECCHI, Pari opportunità il diritto e la cultura, Franco Angeli, 1996 2a ed., p. 35 sgg.

www.tesionline.com

Vedi anche: Le donne in fonderia

4.19.2009

Donne e lavori pesanti (2)




I lavori pesanti sono sempre stati svolti dagli uomini, ancora oggi è così, e almeno questo è un bel vantaggio per le donne.

A dire il vero però, tempo fa, ricordo di aver letto un resoconto di una ricerca della Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), in cui si sosteneva, se non ricordo male, che nel mondo, complessivamente, il lavoro pesante pesa di più sulle spalle delle donne.

E in India pare essere proprio così.

CONDIZIONE FEMMINILE IN INDIA

Donne in famiglia e al lavoro, nei cantieri o anche come spaccapietre. Le donne indiane vivono in una condizione di discriminazione: a parità di lavoro una donna percepisce un terzo del salario di un uomo. I lavori più pesanti, la costruzione di strade o di edifici o il lavoro nei campi, sono svolti in gran parte da donne. Col matrimonio la donna diventa “proprietà del marito” : accudisce la casa , i figli e il marito, e lavora per sostenere la famiglia economicamente. Da un rapporto di Amnesty International, si stima che in India il 45 % delle donne sposate subisce violenze fisiche e morali dai loro mariti. Contrariamente a quanto avviene nel resto del mondo, le donne in India rappresentano la minoranza della popolazione (48%). Ci sono 929 donne ogni 1000 uomini: effetto di una selezione spietata, praticata talvolta ancora prima della nascita.

L’infanticidio delle figlie femmine è una pratica ancora tristemente diffusa in molte aree rurali dell’India : nelle famiglie povere, la nascita di una femmina significa una bocca da sfamare e una dote da pagare alla famiglia del futuro marito. Secondo studi dell’Unicef, ogni anno nascono 15 milioni di bambine: 5 milioni di queste non vivono oltre i 15 anni. Quaranta donne su 100 non raggiungono alcun grado di istruzione; la presenza femminile nell’università è solo del 5%. Dice Raffaella Milandri: “ Capita sovente che, nel mio girovagare nelle città indiane, alcune giovani donne mi stringano la mano, all’occidentale: per loro questo è un gesto e un simbolo di conquista e di emancipazione, Nei loro sguardi leggo la voglia di superare l’abisso che tuttora le separa da noi donne occidentali. “


Mostra fotografica Crossing borders:
un emozionante cammino nell’India del XXI secolo
http://www.women.it/

Donne e lavori pesanti (1)




Nemmeno nei cantieri edili non c'è molta parità... di donne non se ne vedono nè si sentono recriminazioni e lotte per raggiungere la parità in quei settori.


Beh, non proprio, qualche iniziativa c'è e qualcuno ne parla.

Londra cerca muratrici per i Giochi Stanziati 30 mln di euro per istruirle

A.A.A. muratrici cercansi. E' questo l'appello del governo inglese in vista della costruzione dei nuovi impianti sportivi che ospiterano le Olimpiadi del 2012 a Londra. Il segretario all'Educazione, Alan Johnson, ha deciso di stanziare circa 30 milioni di euro per preparare il gentil sesso a uno dei lavori più maschili che esistano. "Non c'è nessuno motivo per cui le donne debbano solo guardare o gareggiare", ha detto.

I Giochi londinesi creeranno migliaia di posti di lavoro nell'industria della progettazione e realizzazione, inerenti alla costruzione della rete dei trasporti e degli stadi. E secondo lo stesso Johnson anche le donne potebbero beneficiare di questo boom. "Le donne dovrebbero essere coinvolte anche nella progettazione e realizzazione delle strutture", ha spiegato.

Il cancelliere Gordon Brown ha promesso di trovare la somma prevista nel budget del governo, per aiutare le donne a inserirsi nel mondo del lavoro e il dipartimento dell'Educazione ha deciso di spendere questi soldi nel progetto Londra.

Una sfida per certi versi affascinante e ardua come quella di portare le Olimpiadi alla corte di Sua maestà. Convincere le donne ad armarsi di piccone e cazzuola non sarà facile, ma vuoi mettere l'abbronzatura garantita e il fisico scolpito?

Fonte Tgcom.it

In Italia, per esempio, la Cgil

Comitato Direttivo Nazionale Fillea Cgil. Roma, 29 ottobre 2007

Su questo tema, credo che il lavoro svolto ancora dopo il Congresso abbia testimoniato quanto la Fillea abbia voluto provare ad andare contro una legge quasi fisica. Tra pochi giorni le donne segretarie generali di province saliranno a dodici, diciamolo francamente, una piccola rivoluzione.

Vale qui, quanto detto in precedenza. Non possiamo fermarci, nonostante i risultati, ma badate, non tanto e non solo perché c’è una regola statutaria che ce lo impone. Per me, quel riferimento, non è mai stato il vero stimolo per agire su questo punto, anche perchè, se realmente le donne non esistessero nel settore non ci sarebbe barba di commissione di garanzia che potrebbe imporre una cosa che non esiste.

Abbiamo detto di credere a due cose. La prima, che vogliamo combattere l’idea di una incompatibilità biologia tra il nostro settore prevalente, l’edilizia, e la presenza delle donne nei cantieri. Certamente, si tratta di una attività pesante, soprattutto per le modalità di svolgimento del lavoro. Ma la battaglia per la qualificazione del settore, qualità del lavoro, sicurezza, condizioni di vita nei cantieri, deve servire per ridurre le distanze tra questo lavoro e la possibilità delle donne di entrarvi.

L’altra è che, là dove le donne sono presenti, debbono essere rappresentate e impegnate agli stessi livelli di responsabilità degli uomini, sapendo che per rimontare lo squilibrio vale quello che ancora Carla diceva a Napoli, portando questo problema come esempio. Non solo a parità di condizioni occorre scegliere la donna, ma occorre anche che una donna non entri nei gruppi dirigenti solo per sostituire una donna, ma anche e soprattutto per sostituire un uomo.

Ovviamente, questo non significa che le donne debbono saltare i processi democratici e trasparenti di verifica del consenso. Ma, essendo tutti adulti e vaccinati, sappiamo che alle donne si è soliti presentare un conto più salato, esami supplementari, invece di favorire la creazione di queste condizioni di consenso. E’ triste quando ogni tanto si sentono affermazioni del tipo “ma quella non può farlo, c’ha anche i bimbi da badare e non potrebbe garantire…” E’ triste, ma è anche grave, quando è soprattutto se non esclusivamente l’uomo a fare queste affermazioni.

La nostra volontà di rispettare la regola dello Statuto, lavorando per costruire le condizioni, è innanzitutto una scelta culturale. Vorrei ricordare che già in diversi paesi, anche nel nostro, il tema della parità tra i sessi nella rappresentanza politica ed istituzionale –anche in riferimento all’Art. 51 della Costituzione- è gia oggetto di iniziative, che assumono come obiettivo la presenza paritaria di entrambi i sessi. Non dico che dobbiamo assumere quel riferimento come obiettivo vincolante, ma faccio per ricordare quale sia oggi l’orizzonte che sta orientando la discussione sulla presenza di genere, per far si che la Fillea vi partecipi sia come adesione culturale alla campagna, che come impegno ad una coerente applicazione della norma statutaria.

dalla Relazione di Franco MARTINI, Segretario Generale Fillea Cgil, al Comitato Direttivo - Roma, 29 ottobre 2007

Sessismo ecclesiastico




Esiste il sessimo nella chiesa? Ovvio che si, le donne sono escluse dall'ordinazione sacerdotale.

«Nelle parrocchie collaboriamo il più possibile con i preti, ma restiamo sempre un gradino sotto - spiega suor Emilia Smorgon, domenicana delle Ancelle del Signore -. Noi sgobbiamo per ottenere un ruolo sul campo e, piuttosto che attendere innovazioni dall’alto, ci impegniamo ogni giorno ad allargare i settori del nostro impegno: dall’assistenza, alla formazione, dalla catechesi all’animazione liturgica». Una parità dal basso, quindi, senza attendersi particolari avalli dalla gerarchia. L’ostacolo maggiore è la preparazione: per varcare la soglia della «stanza dei bottoni», infatti, mancano l’esperienza e la «scuola di comando», appannaggio esclusivo dei sacerdoti. «La gran parte di noi consacrate siamo state indirizzate fin da giovani alle opere di solidarietà e carità piuttosto che ad un percorso di studi - analizza suor Emma Bottamedi, 63 anni, delle Missionarie del Sacro Cuore di Roma -. Nella Chiesa si avverte ancora la tradizionale linea maschilista e, rispetto alla società, siamo rimaste indietro. Certo, i posti di responsabilità restano irraggiungibili per le donne, ma è altrettanto vero che per raggiungere quegli incarichi serve una preparazione che nella quasi totalità dei casi non abbiamo. Se c’è da costruire un seminario, nulla impedisce che sia una donna a gestire le finanze di una diocesi o del Vaticano. Però, dobbiamo guadagnarci sui libri la nostra fetta di potere. Non agognarla come una concessione»

La Stampa 21 luglio 2007
Leggi articolo integrale

Come pure l'omofobia: i gay non possono diventare preti.


4.17.2009

Il divario tra i sessi



La situazione per cui, un uomo può essere padre senza dover rinunciare al lavoro o alla carriera, mentre la donna può ancora essere costretta a scegliere tra essere madre e avere un lavoro o una prospettiva di avanzamento corrisponde ad una concezione superata. Superata, forse nella coscienza, ma un po' meno nella realtà.

Diciamo una concezione in via di superamento. Il trend è questo ed è un trend strutturale, ma non è ancora una realtà acquisita e i risultati raggiunti sono diversi da paese a paese, anche in Occidente. Nei paesi scandinavi lavorano sette donne su dieci. Negli Usa la percentuale è sopra il 60%. Nella UE lavora il 53% delle donne. In Italia solo il 46% e non tutte a tempo pieno.

Inoltre, anche nell'ambito della carriera tra uomini e donne continuano ad esserci differenze di trattamento. In Italia, al 2006, le donne manager risultano avere un reddito in media del 15% inferiore ai colleghi maschi (Rapporto trattamenti economici della Federmanager).

Al 2008, una ricercatrice italiana guadagna in media il 33% in meno di un ricercatore italiano (Observa Unesco).

Esiste poi uno scarto di reddito complessivo tra lavoratori e lavoratrici che aumenta con l'età.

La legge del più debole




La maionese impazzita "mascolinista" produce schizzi di continuo. Uno di questi dice che la legge del più debole, ispiratrice delle cosiddette"discriminazioni positive", potrà un indomani ritorcersi contro le donne. Questo sarebbe già successo in America, dove Hillary Clinton è stata battuta da Barack Obama. Per fermare una donna sarebbe stato usato un nero.

Non capisco bene il senso di questo discorso. D'altra parte si tratta di una insensatezza. Somiglia alla massima di Bertold Brecht girata a rovescio (come un po' tutte le cose che essi scrivono).

E' meglio che stia zitto oggi se vengono a prendere me, altrimenti mi toccherà protestare anche domani quando verranno a prendere gli ebrei, gli zingari o i comunisti.

Come che sia, non è vero che in America i neri sono più "deboli" delle donne. Hanno conquistato prima di loro il diritto di voto, sono molto più presenti di loro nei consigli di amministrazione delle aziende, ai vertici della politica e dell'esercito. E sono arrivati prima di loro alla Casa Bianca.

Che poi Obama sia rappresentativo dei neri, della questione razziale e Hillary Clinton delle donne, è tutto da dimostrare. Probabilmente, agli occhi dell'elettorato la scelta è stata in prevalenza tra vecchio e nuovo. Quindi, la legge del più nuovo. Quando venne candidata Sarah Palin come vice di McCain, per un mesetto i repubblicani furono in vantaggio sui democratici, poi il crollo di Wall Street ha rilanciato Obama.

4.16.2009

Solidarietà a Vauro sospeso da Annozero



La sospensione di Vauro Senesi da Annozero è indecente.

4.15.2009

Informazione Corretta (con la grappa)




Esiste un sito che si chiama Informazione Corretta. Questo sito si è dato il compito di bacchettare ogni giorno, giornali e giornalisti che scrivono cose "sbagliate" su Israele. Sbagliate: non sufficientemente filo-israeliane. In particolare, le bacchettate toccano ai giornali di centrosinistra. Quelli di destra stanno nell'area di governo e il governo Berlusconi è in Europa il miglior amico di Israele. Prima o dopo le bacchettate toccano a tutti. Di recente è toccato a Dacia Maraini, alla quale è stato attribuito un errore, il pregiudizio e l'incapacità di usare il proprio cervello. Naturalmente, quando si parla di Israele, poichè si sa, tutto il mondo è coalizzato contro Israele e Dacia Maraini, evidentemente, se ha commesso quell'errore, fa parte della coalizione.

Quale errore ha commesso Dacia Maraini? In un articolo pubblicato sul Corriere della Sera, il 12 aprile, sul terremoto, ha citato nello spazio di due righe, la sorte di un ragazzo palestinese che sarebbe scampato alle bombe israeliane su Gaza, per venire poi a morire in Abruzzo. Apriti cielo, ecco la lettera di protesta pubblicata da InformazioneCorretta, introdotta dalle carinerie di cui sopra.

Gentile signora Maraini, leggo nel suo articolo sul terremoto dell'Aquila pubblicato sul Corriere l'8 aprile 2009. "....Fra le tante storie mi ha colpito quella degli studenti che abitavano nella casa costruita per loro.....lì sono sotterrati alcuni studenti che oggi avrebbero potuto essere vivi. Compreso UN RAGAZZO CHE ERA SCAMPATO ALLE BOMBE DI GAZA ed è rimasto sepolto sotto le macerie di una casa abruzzese...." (testo ripreso nei sottotitoli dell'articolo) Immagino che lei si riferisca a Hussein Hamada, studente arabo il cui corpo era stato identificato quel giorno dal padre. Non riesco a capire il riferimento alle bombe di Gaza. Hussein Hamada era uno studente arabo ISRAELIANO che era a L'Aquila da due anni per studiare medicina. Proveniva da Kaboul, villaggio della Galilea (che come è noto è situata nel nord di Israele, e non nel sud come Gaza). Forse poteva essere scampato ai bombardamenti degli Hezbollah del 2006 che hanno fatto vittime anche tra i cittadini arabi del Nord di israele, ma certamente non era scampato alle bombe di Gaza. Le sarei grata se volesse gentilmente spiegarmi se si riferiva ad altri, o se si tratta, come mi sembra di un errore. In questo caso mi piacerebbe capire da cose sia nato questo errore. La ringrazio per la cortese attenzione e resto in attesa di una sua gentile risposta Donatella Misler Nota : Ho letto le informazioni su Hussein Hamada sui giornali israeliani in lingua inglese su Internet; i giornali ne hanno parlato ampiamente sin dal primo giorno, quando ancora si sperava che fosse sopravvissuto al terremoto.


Non so se e cosa abbia risposto la signora Maraini, ma sarebbe stato sufficiente da parte di Donatella Misler e soprattutto da parte di "Informazione Corretta", immaginare che a L'Aquila, nel giorno del terremoto, fosse presente più di uno studente arabo e fare una breve ricerca su Google. Ecco il risultato.


Da Gaza all'Abruzzo senza ritorno


Kader è ancora sotto le macerie: era scappato da Gaza lasciandosi alle spalle la distruzione della guerra per cercare nello studio un futuro migliore: uno qualunque, sempre meglio delle bombe e della paura. Alle 3,32, quando la terra ha tremato per 20 lunghissimi secondi, lui era lì, nella Casa dello Studente dell'Aquila, sbriciolata come cartapesta.

Quanti altri ce ne sono, lì sotto con Kader, nessuno lo sa di preciso: al completo, l'edificio può ospitare 140 ragazzi, ma alcuni dicono che la scorsa notte ce ne fossero un'ottantina. Per le vacanze di Pasqua in molti erano partiti già venerdì e si sono salvati. Anche altri hanno avuto fortuna, come i sei ragazzi che dopo 15 ore sono stati estratti, feriti ma vivi. Le voci si sono rincorse per tutto il giorno: prima li hanno dati nella Casa dello Studente, poi in una palazzina a 100 metri di distanza, abitata sempre da studenti e crollata per intero. Ovunque fossero, è un mezzo miracolo in una giornata buia e triste. Li hanno tirati fuori scavando a mani nude o con i picconi: pezzo dopo pezzo, blocco di cemento dopo blocco di cemento.

Ansa, 7 aprile 2009


P.s. Il copyright del titolo, spetta a Liame/Artas

4.12.2009

Rapportarsi alle differenze come un WC




Esiste lo svantaggio femminile?
Lei ha l'utero, lui no, il resto è fuffa.

Di nuovo, per tornare alla domanda iniziale: lo svantaggio esiste.
Poi viene giustificato naturalmente.

Ma il resto non è fuffa, il resto è una costruzione umana.
L'organizzazione sociale di una civiltà non è una pura proiezione della natura. Infatti, avere l'utero o non averlo, non ha la stessa conseguenza in tutte le aziende e in tutti i paesi. In Italia incide abbastanza, in Norvegia molto meno quasi nulla, in Pakistan incide tantissimo.

Dipende dagli asili, dal welfare, dalle leggi sul congedo di paternità, dalla equa divisione del lavoro domestico, dagli elettrodomestici.

Uomini e donne, entrambi scriviamo in Internet, ci pubblichiamo, e possiamo entrare in contatto con il resto del mondo. Oggi. Vent'anni fa, con o senza l'utero non avremmo potuto farlo così facilmente, ci sarebbe parso straordinario, sensazionale, magico. Oggi ci sembra naturale.

Perchè porre limiti alla Divina provvidenza?
O meglio, alla capacità umana di organizzare società più giuste e funzionali, rapportandosi alla differenza delle parti.

Ci si può rapportare alla differenza delle parti, per determinare inclusione e uguaglianza o per determinare esclusione e gerarchia.

* * *

Immagina l'organizzazione sociale di fronte alla differenza uomo/donna come un gabinetto.

Puoi organizzare la società come un "cesso alla turca".
Vedrai maschi che fanno la pipì in modo composto e persino baldanzoso, stando fermi in piedi. Vedrai femmine che si arrabattano scomodamente sedute, cercando di non perdere l'equilibrio e magari qualcuna lo perderà e cadrà nel buco. In piedi e stabile lui, accovacciata e precaria lei.

Commento del maschio selvatico:
per forza è così, è la natura: lui ha il pisello, lei no.

Però, puoi anche organizzare la società come un gabinetto dotato di tazza e bidé. Lui stabile in piedi, lei stabile e seduta. Sempre diversi, ma senza svantaggio.

Commento del maschio selvatico:
è un gabinetto misandrico, lei impone a lui di tenere l'asse abbassato e lo rimprovera ogni volta di farla fuori, allora lui si femminilizza e si riduce mortificato a far la pipì seduto.

Vabbè, il progresso continua.

Commercio equo solidale con i palestinesi




Comprare i prodotti palestinesi piuttosto che boicottare quelli israeliani?

Certo, bisogna aiutare i palestinesi, ma pure ostacolare gli israeliani nel fare il contrario. L'occupazione e lo stato d'assedio limitano anche la libertà di lavorare, di produrre e di commerciare dei palestinesi.

Comunque, esistono progetti di questo tipo

Commercio equo per sostenere i contadini palestinesi

La disgregazione sociale ed economica, la presenza militare israeliana, i disordini, l’occupazione delle terre, l’isolamento rispetto al resto del mondo: tutti questi fattori soffocano le possibilità di sviluppo del popolo palestinese in tutte le aree, inclusa la produzione agricola e alimentare.
Gaza: cartina geografica

PARC (Palestinian Agriculture Relief Committees) è un'organizzazione Fair Trade che da oltre 20 anni lavora con la popolazione rurale in Palestina. Fu fondata nel 1983 da un gruppo di agronomi, come risposta al deterioramento dell’attività agricola nei territori occupati dall’esercito israeliano.

Gli agronomi si rivolgevano agli agricoltori poveri e marginalizzati dell’area, offrendo loro la propria consulenza professionale e coinvolgendoli in progetti sociali. Lo sforzo del primo gruppo di volontari si sviluppò rapidamente, diventando un’organizzazione stabile, che crebbe a sua volta negli anni aumentando e differenziando le attività.

Oggi PARC, che lavora con circa 400 comunità locali, oltre a favorire la creazione di opportunità lavorative, difende e promuove il ruolo della donna nell’economia e nella società.

Dopo le prime esportazioni di prova, la vendita nel Fair Trade è cresciuta costantemente negli anni, trainata principalmente dalle esportazioni di cous-cous, un prodotto pregiato e differente dal cous cous tradizionale per la qualità conferita dal metodo di lavorazione artigianale, svolta dalle donne di Gaza secondo la tradizione.[1] Altri prodotti tipici sono le mandorle, l'olio d'oliva e i datteri al naturale.

Nonostante il difficile contesto nel quale opera, PARC non si limita al semplice sussidio, ma promuove attivamente la qualità: ricerca di varietà agricole adatte all’esportazione, certificazioni biologiche ecc.

Maggiori informazioni sul progetto qui:
http://www.altromercato.it/

LG


15 febbraio 2009
http://protonutrizione.blogosfere.it/

Boicotto la Cina?





Quando posso si, per diffidenza.

Finora ho controllato sempre e solo due cose: il marchio Nestlé e il Made in China. Purtroppo, il Made in China pervade completamente alcuni settori, dalle scarpe, ai computer, ai giocattoli. Non sempre è possibile evitarlo.

Esistono alcune campagne di boicottaggio contro la Cina, per esempio quella per il Tibet. Di certo, non la giudico una iniziativa razzista. Credo sia scarsamente praticabile, perchè la Cina è un grande paese, un primo attore della globalizzazione, molte aziende occidentali producono in Cina, molti settori, come già detto, sono del tutto invasi dai prodotti cinesi.

Una campagna di boicottaggio sarebbe impraticabile anche contro gli Stati Uniti e infatti non ne ho mai sentito parlare, malgrado l'antiamericanismo, le guerre, etc.

4.11.2009

Apologia di comunismo?




Tra i vari esercizi di equiparazione ideologica, vi è quello che propone all'Unione europea di introdurre il reato di apologia di comunismo. Una proposta che finora non è mai presa in considerazione e non ha senso, almeno in questa parte del mondo, ma secondo me in tutto il mondo.

Il comunismo è stato un sistema autoritario, ma instaurato sulla tradizione di regimi autocratici. Non ha abolito democrazie, non ha chiuso parlamenti. Si è affermato nella lotta violenta contro le vecchie classi dirigenti. Il fascismo e il nazismo sono state dittature instaurate con l'abolizione di precedenti istituzioni democratiche e con il concorso delle vecchie classi dirigenti contro le classi subalterne. Questa è una differenza, ma ve n'è sono almeno altre due.

Mentre il nazifascismo hanno solo portato dittatura, repressione e guerra, il comunismo oltre a migliorare la condizione materiale di vita delle popolazioni che ha governato, rispetto alle società precedenti (es. lo zarismo in Russia), ha dato un contributo determinante alla vittoria della seconda guerra mondiale, ha dato impulso al nostro stato sociale, ha contribuito al processo di decolonizzazione. Wojtyla sintetizzò la differenza a suo modo con una massima molto efficace: il nazifascismo fu il male assoluto, il comunismo fu un male necessario. Per questo durò molto più a lungo.

La terza differenza fu che nazismo e fascismo furono coerenti: diedero quello che promettevano. E infatti, non esistono nazifascisti che criticano i loro regimi storici da un punto di vista nazifascista per l'inveramento di un ideale più nobile. Anzi, non ha senso essere nazisti o fascisti senza identificarsi nella storia di quei regimi e dei loro leader. Mussolini e Hitler non hanno fatto nessuna rivoluzione, non hanno tradito nessuna rivoluzione.

Nel comunismo invece vi fu una grande contraddizione tra fini e mezzi. E infatti, abbiamo una vasta letteratura che critica l'esperienza del socialismo reale da un punto di vista comunista e numerose personalità che di quel sistema sono stati critici precursori e persino vittime. Da Rosa Luxemburg a Trockij, a Bucharin. Mentre non si può essere nazisti e fascisti senza stare dalla parte di Mussolini e Hitler, si può benissimo essere comunisti senza stare dalla parte di Stalin o di Breznev. Anzi, nella coscienza delle ultime tre generazioni di comunisti, lo si può essere solo coerentemente solo nel rifiuto della loro vicenda storica.

Io sono comunista, perchè sono per l'abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione e la comunione dei beni: da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni. E sfido chiunque a dire che sto commettendo un reato. Quando un consulente della Microsoft suggerì a Bill Gates di renderre Internet Explorer gratuito, per competere con Netscape, la prima reazione di Bill Gates fu quella di dirgli: tu sei un comunista! Non ebbe certo il dubbio di potergli dare anche indifferentemente del fascista. Obama, nella sua campagna elettorale, in cui proponeva la copertura universale del sistema sanitario, è stato accusato più volte di essere un "comunista". Non avrebbe avuto senso accusarlo di essere fascista.

Mentre fascista è indissolubilmente legato ad un regime nazionalistico e autoritario, comunista lo è solo in parte, questa parola continua innanzitutto ad evocare la questione sociale, l'ideale dell'uguaglianza. Ed è così anche nella mente di chi evoca quella parola come fosse un'accusa. Solo il comunismo può avere un'icona libertaria e rivoluzionaria come Che Guevara.

«Se do da mangiare al povero mi dicono che sono un santo, se cerco di capire perché il povero non ha di che mangiare allora mi dicono che sono un comunista» (Dom Helder Camara)

Boicottare Israele?




Bollare come "razzista" il boicottaggio a Israele è una presa di posizione fuori contesto. E' vero che si tratta di una nazione e non di una semplice azienda, ma la motivazione del boicottaggio è politica, quella nazione e i suoi prodotti vengono boicottati per come agisce nei confronti dei suoi vicini palestinesi. Ad una correzione di comportamento, corrisponderebbe la revoca del boicottaggio. Si può discutere sull'efficacia o sugli effetti ingiusti di un boicottaggio a danno dei lavoratori delle imprese israeliane, ma questo è un argomento ben diverso dal razzismo. Furono forse razzisti i boicottatori del Sudafrica?

Il boicottaggio a Israele non è paragonabile all'embargo all'Iraq o a Cuba, e neppure allo stesso blocco economico di Gaza, certamente più devastante negli effetti sulla popolazione civile, per tacere dei bombardamenti, senza che ciò susciti indignazione e accuse di razzismo. Gli embarghi, le sanzioni internazionali, sono decise dalle Nazioni Unite o da alleanze di stati e possono comportare un obbligo per tutti i contraenti e sanzioni per chi viola il blocco. Il boicottaggio è invece una libera scelta dei consumatori, una manifestazione dell'opinione pubblica.

Il consumatore che boicotta non è direttamente responsabile di alcuna conseguenza negativa, non può farsi carico dei profitti di tutte le aziende, di tutte le nazioni: in un supermercato, in un negozio, sceglie tra vari prodotti, contribuisce al fatturato di alcuni marchi e al declino di altri. I suoi criteri di scelti possono riguardano la qualità dei prodotti, il prezzo, ma possono riguardare anche motivazioni di carattere etico, politico, civile, sindacale, ambientale. Possono riguardare qualsiasi motivo. Il consumatore decide lui cosa scegliere e perchè. Il boicottaggio di un prodotto è un suo diritto, una sua libera scelta.

Sono favorevole al boicottaggio a Israele? Dipende. Più favorevole, dopo il massacro di Gaza. Posso decidere di non acquistare quello che uno stato occupante produce nei territori da lui occupati. Posso decidere di non acquistare i prodotti di uno stato in guerra, perchè non voglio finanziare in alcun modo la sua guerra. La strada giusta la cerco in accordo con chi lotta in prima linea in quei paesi. Cosa ne pensano i palestinesi, cosa ne pensa la minoranza araba-israeliana, cosa ne pensano i pacifisti israeliani? E' insieme a loro che vanno valutate le strategie di boicottaggio o altre forme di lotta non violenta.

Vedi: Aziende boicottate, è fuga dalle colonie

4.10.2009

Jene sulle discriminazioni positive



Un video delle Jene denuncia le discriminazioni positive: la composizione delle commissioni sulle pari opportunità di alcune Regioni escluderebbero gli uomini, sarebbero formate di sole donne. Una bella contraddizione per un organismo che dovrebbe promuovere la parità di diritti, delle opportunità e combattere le discriminazioni. Se non che, è molto probabile che si tratti di una baggianata. Le commissioni sulle pari opportunità valgono come il due di picche e sicuramente quando sono state formate, nessun consigliere regionale maschio ha protestato per l'esclusione dei signori uomini, miranti a ben altre posizioni di potere. Le Jene provino a fare una inchiesta sulla composizione delle commissioni edilizia e urbanistica o dei lavori pubblici e vedranno che i conti tornano subito a posto.