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12.10.2009

Confindustria e il lavoro agli immigrati

Per la Confindustria cresce l'offerta di lavoro delle aziende ai lavoratori immigrati e lo dichiara smentendo Bossi: «Noi restiamo della nostra idea: gli immigrati devono essere mandati a casa loro. Non c'è lavoro nemmeno per noi.» La Confindustria ha spesso criticato le quote troppo basse dell'annuale decreto flussi. Ma la Confindustria può essere amica dei lavoratori immigrati? So domandano maliziosamente gli xenofobi e dandosi anche la risposta: se dice così, avrà il suo tornaconto, nel dividere i lavoratori, nel tenere bassi i salari, nell'avere un esercito di riserva.

Tuttavia, il primo l'offerta di lavoro c'è e i migranti non vengono dunque da noi a fare gli accattoni o i delinquenti. C'è la crisi, molte aziende licenziano, ma altre assumono e in alcuni settori risulta persino difficile reperire la manodopera. Il lavoro degli immigrati non necessariamente entra in concorrenza con quello degli italiani, come spiega Bankitalia. La maggior parte dei disoccupati italiani è concentrata al sud, magari anche impiegata nel lavoro nero, ma l'offerta di lavoro è soprattutto al nord. Infatti, in parte è ripresa la migrazione interna, come dicono i rapporti Svimez, ma non al punto tale da neutralizzare l'immigrazione straniera.

Per sfruttare a basso costo la manodopera straniera, va bene la condizione di clandestinità, ma il direttore della Confindustria, parla di occupazione qualificata e di integrazione economica e dice anche che questa non basta, ad essa deve aggiungersi un disegno di accoglienza e di inclusione sociale. Quindi, regolarizzazione, contratti, diritti. Evidentemente, non tutta la borghesia italiana è unita dietro la doppia morale leghista, che a parole vuole cacciare gli immigrati, ma nei fatti li sfrutta da clandestini. L'integrazione economica e sociale implica la condivisione dei diritti, compresa la sindacalizzazione, e l'aspirazione a nuove rivendicazioni, come è successo per i lavoratori meridionali, integrati negli anni '50-'60, alla testa lotte negli anni '60-'70.

Gli industriali badano al profitto, che non sempre comporta il più brutale sfruttamento della forza lavoro. Nei punti alti della competizione, dove vince la qualità del prodotto e del processo produttivo, bisogna ricorrere a lavoratori qualificati, adeguatamente remunerati e motivati, integrati nel contesto sociale e giuridico della comunità. I capitalisti, spiegava Marx, retribuiscono i lavoratori quel tanto che a loro serve per riprodurre se stessi, ma il livello di questa necessità a garantirsi la sopravvivenza muta nello spazio e nel tempo e si evolve fino ad arrivare ad includere diritti e beni che solo poco anni fa avremmo considerato di lusso, come il computer, la connessione a Internet, il cellulare. Allora, per una parte dell'industria, i lavoratori immigrati devono essere lavoratori regolarizzati. La grande borghesia, nella sua storia ha condotto anche battaglie di progresso nella condizione del lavoro, dall'abolizione della schiavitù a quella del latifondo. A sostenere le lotte dei contadini meridionali che occupavano le terre e venivano caricati dalla celere di Scelba, a fine anni '40 era La Stampa di Torino, giornale della Fiat, che con le sue inchieste rivelò come tante di quelle terre occupate appartenessero in origine al demanio pubblico.

Che la presenza di immigrati poi determini salari più bassi, è discutibile, in quanto, 1) attenua il dumping sociale provocato dalle delocalizzazioni: il salario in Italia è forse più contenuto dai romeni sfruttati in Romania da aziende italiane che non dai romeni che vengono a lavorare in Italia; 2) il lavoro immigrato produce ricchezza equivalente ad un decimo di pil, questa ricchezza a sua volta crea nuovi posti di lavoro, quindi la domanda di lavoro tende a riequilibrarsi con l'offerta. Se davvero interessa la questione salariale, è possibile sostenere: 1) il ripristino della scala mobile; 2) il salario minimo determinato, non più dalla contrattazione collettiva, ma per legge; 3) l'introduzione di un reddito di cittadinanza; 4) il superamento dei tanti cosiddetti contratti atipici. Anche i lavoratori immigrati sono capaci di lottare per gli aumenti salariali e per migliori condizioni di lavoro, come e forse anche meglio dei lavoratori autctoni, come tante volte è successo nelle storie di immigrazione, come dimostra l'esempio francese.

11.17.2009

Esselunga, la cassiera e il mobbing inventato (?)

Può essere che, sulla base di quanto effettivamente accertato, sia plausibile una sentenza di archiviazione relativamente al caso della cassiera della Esselunga, tuttavia, è un po' troppo sbrigativo titolare, come fa il Corriere della Sera nella sua edizione online, La cassiera e il mobbing inventato, trasformando l'incertezza in una verità rovesciata. Idem l'Ansa: Mobbing: cassiera Esselunga mentiva; Il Giornale: La commessa dell'Esselunga inventò mobbing e aggressione; il TGCOM, quanto meno, ha cura di usare le virgolette: Mobbing,"cassiera Esselunga mentì" Milano, Gip archivia il caso. Certo, la richiesta di archiviazione del pm, sostenendo che «Le problematiche che la vitti­ma ha evidenziato appaiono legate ai disturbi psichici e al suo stato di sofferenza psico­logica», e parlando di «totale mancanza di atti­vità o volontà persecutoria», dà adito a queste interpretazioni.

Ma, il mancato accertamento di attività o volontà persecutoria, non dimostra affatto la sua totale mancanza. Che la cassiera abbia problemi psicologici, non significa necessariamente che si sia inventato tutto. I principali fatti a motivo della sua accusa restano: per una ora e mezza non le è stato concesso il cambio alla cassa e lei si è urinata addosso. Non si sa se per disorganizzazione o per vessazione. E' stata picchiata negli spogliatoi: trauma cranico facciale, di­storsione cervicale, ecchimo­si alle gambe e contusione al braccio destro «l’autore del fatto non è stato identificato e pertanto va accolta la richie­sta di archiviazione». Tuttavia, è successo, e le lesioni c'erano, accertate al Pronto Soccorso e riferite anche dalla testimonianza della sindacalista della UIL. Anche chi dice la verità, può fornire versioni contraddittorie, anche chi ha problemi psicologici può subire mobbing, e forse soprattutto, dato che le vittime privilegiate sono proprio le persone più vulnerabili con l'effetto di aggravare ulteriormente il loro stato di sofferenza.

5.31.2009

Brunetta l'anti-fannulloni?




Brunetta, ministro della funzione pubblica, si è costruito un personaggio e un ruolo, nella crociata contro i fannulloni - impiegati statali assenteisti o improduttivi - che di tanto in tanto alimenta e riaggiorna, svillaneggiando le impiegate che fanno la spesa durante l'orario di lavoro o i poliziotti panzoni che lavorano in ufficio e non per le vie della città.

Brunetta insulta, ridicolizza, avvilisce, mortifica, ma non indica nessuna causa. I fannulloni, se ci sono, esistono per natura, basta puntargli il dito contro, minacciarli di qualcosa, mettergli paura, et voilà tornano al lavoro. A fare cosa? A produrre o a giocare al solitario non si sa.

Tra i motivi (non il solo) indicati dai sociologi del lavoro, causa dell'assenteismo, vi è la conflittualità interna ai luoghi di lavoro, con i colleghi o con il capo. Conflittualità giocata sul piano dell'attacco personale, dell'abuso psicologico, da cui vittime e testimoni si difendono, distraendosi e demotivandosi dalle proprie mansioni e dai propri obiettivi.

Questa è una delle ragioni, ma Brunetta non ne fa cenno. Lui vede i fannulloni, non vede gli stronzi. Eppure, una campagna anti-stronzi potrebbe avere uguale e forse superiore popolarità. Forse il ministro non è la persona più credibile per ingaggiarla. Immaginiamo di averlo come capoufficio o come collega. Sapendo di incontrare ogni mattina un tipo come lui e, magari di doverci convivere tutto il giorno per tutti i giorni, andremmo al lavoro più volentieri? I leader alla Brunetta sono la soluzione o sono un problema? Marchionne, o un amministratore delegato di una azienda privata, potrebbe permettersi gli atteggiamenti di Brunetta?

Per farsene una idea, traggo dal best-seller "Il metodo antistronzi" di Robert Suitton questa questa pagina.

Se si sparge la voce che un azienda è diretta da persone malevole e maleducate le ripercussioni sulla sua reputazione rischiano di allontanare i potenziali dipendenti e di minare la fiducia degli investitori. Neal Patterson, amministratore delegato della Center Corporation ha imparato questa amara lezione nel 2001, dopo aver inviato una email "bellicosa" diretta, almeno nelle sue intenzioni solo alle quattrocento persone ai vertici dell'azienda. Patterson, secondo la versione riportata dal «New York Times» si lamentava del fatto che pochissimi dipendenti rispettassero l'orario di quaranta ore settimanali: "Come manager" scriveva "o NON SAPETE quello che fanno i vostri collaboratori, oppure NON VI INTERESSA". Il parcheggio dei dipendenti, proseguiva l'email, d'ora in poi avrebbe dovuto essere "sostanzialmente pieno" tra le 7.30 e le 18.30 durante la settimana e "mezzo pieno il sabato". In caso contrario avrebbe preso misure drastiche, ivi compresi licenziamenti e blocchi delle assunzioni. "Avete due settimane" concludeva Patterson. "Tic, tac...".
L'email di Patterson fu fatta circolare in Internet, provocando dure critiche da parte di vari esperti di management, tra cui il mio collega a Stanford Jeff Pleffer, che la definì l'equivalente aziendale di frusta, corda e catena". Jeff esagerava, secondo me, ma evidentemente l'email non era piaciuta neanche agli investitori visto che il titolo perse ventidue punti in tre giorni. Patterson gestì bene la situazione: si scusò con i dipendenti e ammise di essersi pentito di aver mandato l'email. Il prezzo delle azioni riprese a salire. Ma Patterson aveva imparato sulla sua pelle che, quando un capo si fa la fama del prepotente, rischia di spaventare non solo i suoi sottoposti, ma anche gli investitori.

Il metodo antistronzi, Robert Suitton Roma 2007, pag. 64

5.28.2009

Differenza salariale uomini e donne



Tra i gap gender vi è la differenza salariale. Dipende unicamente dal fatto che le donne scelgono di lavorare meno, per poter far fronte al lavoro domestico e di cura della famiglia che pesa in misura maggiore sulle loro spalle per circa il 70%? In parte si, ma questa spiegazione rende solo l'idea di come uno svantaggio si traduce in altri svantaggi. Vi sono tuttavia altre ragioni: le donne in proporzione agli uomini sono più occupate con contratti atipici e quindi subiscono più interruzioni nella carriera lavorativa; le donne in proporzione agli uomini sono più occupate nelle piccole imprese, non coperte dallo Statuto dei lavoratori e quindi, a parità di mansioni, sono meno pagate dei colleghi occupati nelle grandi e medie imprese. Escluse dalla tutela sindacale o incluse nell'economia sommersa, le donne subiscono anche discriminazioni salariali dirette.


Gap retributivo/1: le dimensioni del fenomeno

Le donne europee guadagnano in media il 15% in meno degli uomini (si va dal 3% delle impiegate pubbliche al 30% tra i manager). Quelle italiane (dati Eurispes 2009) il 16% in meno rispetto ai colleghi, con uno scarto annuale medio che si aggira sui quattromila euro. Si va da un minimo dell'1,7% nelle professioni meno qualificate a un massimo del 20,8% nell'ambito degli operai specializzati. Stessa situazione per le mansioni cosiddette intellettuali, dove la differenza media di reddito arriva al 18,8%, e perfino nelle attività commerciali (13,4%). Meglio va fra gli impiegati (negli uffici lo scarto si riduce fino al 3,9%) e fra i dirigenti (3,3%).

Gap retributivo/2: il corpus normativo

Il gap retributivo tra uomini e donne è contrario a tutto il corpus normativo Ue e italiano. Nel Trattato di Roma, anno 1957, all'art. 141, è scolpito: salario uguale per uguale lavoro. Ci sono direttive Ue, dal 1975 a oggi, che riprendono il principio e sanciscono le pari opportunità per quanto riguarda mansioni, carriera, condizioni di lavoro. Ci sono la strategia di Lisbona e il Gender Pact firmato dai Governi e una tabella di marcia per raggiungere l'eguaglianza tra i sessi entro il 2010. A livello normativo, l'Italia è all'avanguardia con la legge Anselmi del 1977 che vieta discriminazioni. Il problema è che l'applicazione resta problematica. Sulla parte variabile dello stipendio, su premi, incarichi aggiuntivi con gettoni e sugli straordinari non si riesce a intervenire, a livello normativo. Le misure legislative, comunque, non bastano: bisogna cambiare la cultura in molti Paesi, ancora pervasi da stereotipi.


6 marzo 2009
www.ilsole24ore.com

4.23.2009

Diritti senza poteri




Le leggi concedono i diritti, questo è un passo avanti, anche molti passi avanti, ma non è il raggiungimento del traguardo, perchè i diritti per farsi valere, hanno bisogno del potere. La legge può stabilire (e stabilisce) che i diritti sindacali valgono per tutti i lavoratori. Ma i lavoratori, non sono uguali tra loro. Ci sono quelli del pubblico impiego e quelli del settore privato, ci sono i regolari con contratto a tempo indeterminato e gli atipici con il licenziamento inscritto nel contratto. I regolari possono praticare la loro attività sindacale, fare sciopero, partecipare alle assemblee, senza temere rappresaglie. Oddio, le rappresaglie tante volte arrivano anche per loro, con misure di confino, di mobbing, di licenziamento "motivato". Ma possono farsi valere in sede legale, almeno provarci. Per l'azienda può essere un danno, ed è almeno una scocciatura. Per il precario invece non c'è nulla da fare, il contratto non gli viene rinnovato e lui non ha alcun modo di reagire. Il suo diritto non è uguale a quello degli altri, perchè diverso, inferiore, è il suo potere.

4.20.2009

Incidenti domestici (2)

I dati sugli incidenti domestici sono esagerati, bisogna distinguere quelli in casa propria e quelli in casa altrui, la maggior parte sono cadute, la maggior parte sono anziani, riguardano tutti uomini, donne e bambini, insomma, calcolarli non vale, non bisogna fare confusione?

Discussioni che fanno molti distinguo se ne possono trovare anche in merito agli incidenti sul lavoro. Tempo fa, il sottosegretario Castelli, per attutire la crescente sensibilità dell'opinione pubblica sulle cosiddette "morti bianche" affermò che metà di quelli che sono registrati come "incidenti sul lavoro" sono in realtà incidenti stradali. E' vero? E' giusto scremare dal dato degli incidenti sul lavoro gli incidenti stradali di chi va o torna dal lavoro?

Un nostro utente imprenditore ha scritto vari post per sostenere che, secondo lui, molti incidenti sul lavoro sono dovuti al fatto che i lavoratori stessi, per loro negligenza, non rispettano le norme di sicurezza. Per esempio, non si mettono il casco nei cantieri, perchè hanno caldo, etc. E' giusto colpevolizzare i lavoratori per assolvere gli imprenditori?

Nel processo sulla ThyssenKrupp, l'azienda sta cercando di scaricare sugli operai la responsabilità dell'incendio e della inadeguata attivazione delle misure di sicurezza. Lo trovo indegno.

Affermare: non ti succede qui e se ti succede in fondo è colpa tua è da sempre il modo in cui gli imprenditori, i padroni e i loro rappresentanti politici, i loro opinionisti, scansano le questioni relative alle norme di sicurezza, al loro rispetto, alle sanzioni necessarie, alle condizioni materiali di lavoro, ai ritmi ai tempi.

Io sono abituato a trattare gli incidenti sul lavoro e tutti i problemi legati alla condizione del lavoro come se la controparte dei lavoratori fossero gli imprenditori. Non mi era mai venuto in mente di dividere i lavoratori tra maschi e femmine, di considerare solo i problemi dei maschi e di farlo come se la loro controparte fossero le femmine, al fine di negare che nel mondo del lavoro e nella società esiste uno squilibrio sociale a svantaggio delle donne.

Però, se a qualcuno viene in mente (poichè le proiezioni e le percezioni della mente umana sono illimitate), gli faccio notare che anche le donne subiscono infortuni sul lavoro (1 incidente su 4 riguarda una donna), che gli incidenti sul lavoro che vedono vittima una donna sono in aumento, e che le donne che non lavorano, non sono certo al sicuro tra le mura domestiche.

Va bene, distinguiamo le ustioni, dalle cadute dalle scale, dai tagli con il coltello, dai cazzotti ricevuti dal marito (ah no, questo rientra nel dilagante fenomeno della calunnia e della diffamazione), ma si tratta sempre di incidenti legati ad una condizione. Se passi tante ore in casa piuttosto che in ufficio, ti farai più male in casa con maggiori probabilità. Quando a me è successo di farmi male, non è successo in palestra, in ufficio o all'aperto, mi è successo in casa.

In compenso, non sono considerati tra gli infortuni relativi alle attività domestiche, gli incidenti che le donne subiscono quando vanno a fare la spesa: essere investite, rimanere schiacciate tra le porte di un tram, subire uno scippo, etc. Ci mancherebbe altro, vero?

Certo, empiricamente sembra strano anche a me che la casa possa essere un luogo più pericoloso o pericoloso quanto una fabbrica o un cantiere. Penso, ciò sia dovuto al fatto che nelle fabbriche e nei cantieri si trova solo una quota della popolazione e per un tempo limitato: gli operai sono circa sette milioni, vanno in pensione tra i 50 e i 60 anni, magari prima di invecchiare trovano il modo di passare a mansioni più leggere, meno rischiose, sono più concentrati sul pericolo. In casa invece c'è tutta la popolazione e per tutta la vita. Le casalinghe in pensione non ci vanno mai e se una casalinga ha un incidente a 80 anni non dobbiamo considerarlo valido? Mio nonno a 30-40-50 anni faceva l'operaio alla Fiat, mia nonna a 30-40-50 anni faceva la casalinga. Mio nonno a 60-70-80 anni giocava alle bocce. Mia nonna a 60-70-80 anni faceva la casalinga.

Comunque per uscire dalla confusione, si possono leggere in dettaglio i dati dell'Istat, relativi al 1999.

Incidenti domestici (1)





L'usura e gli incidenti sul lavoro colpiscono di più gli uomini rispetto alle donne, poichè sono gli uomini in maggioranza a lavorare e ad essere impiegati nelle mansioni più gravose. Tuttavia, questa valutazione esclude il lavoro domestico, i cui dati non rientrano nelle statistiche sugli infortuni sul lavoro.


INCIDENTI DOMESTICI Denuncia della Federcasalinghe in occasione della giornata europea per la sicurezza nelle abitazioni. Gli episodi gravi sono oltre 3 milioni e 700mila

Ottomila vittime nella "guerra" quotidiana
tra le pareti di casa

Roma - Ogni anno perdono la vita tra le mura domestiche oltre 8000 persone per porre fine a quello che sembra un bollettino di guerra nella casa del futuro la sicurezza dovrà essere protagonista.

Lo ha annunciato ieri Federcasalinghe, nel corso di una conferenza stampa in occasione della giornata europea per la sicurezza nelle abitazioni e nei luoghi di vita, promossa dalla stessa federazione, dalla regione Friuli Venezia Giulia e da Domina.

«Non dobbiamo dimenticare - ha detto Federica Rossi Gasparrini, presidente nazionale di Federcasalinghe - che in Italia come negli altri Paesi industrializzati, la prima causa di morte dei bambini sono gli incidenti domestici; così come non dobbiamo dimenticare che le donne, in particolare le casalinghe, paghino con il più alto numero di infortuni il loro lavoro».

I dati statistici (Istat) ci dicono che 3.672.000 sono gli incidenti che ogni anno avvengono tra le mura domestiche, 2.500.000 le persone infortunate, il 79,1\% delle vittime sono donne, 4 su 10 casalinghe.

Per porre fine a questa «silenziosa strage» Federcasalinghe avanza alcune proposte: l'istituzione dellàagenzia europea per la sicurezza degli ambienti di vita e l'inserimento nella Carta dei diritti alla cittadinanza dei diritti, all'abitazione, alla sicurezza della propria casa e all'informazione per la sicurezza e la salute nelle case. Per raggiungere questi due obiettivi partirà da domenica prossima nelle piazze italiane una raccolta di firme. Tra i primi firmatari il sottosegretario Ventucci che ha assicurato l'attenzione del governo su questo tema.

Inoltre secondo l'associazione sono importanti il riordino della disciplina in materia di sicurezza e prevenzione nelle abitazioni; la definizione di linee guida per la prevenzione, campagne mirate all'informazione per prevenire gli incidenti domestici; stanziamenti per la sicurezza delle nostre case.

«Gran parte degli incidenti avvengono nel silenzio - ha ricordato del Boca - siamo di fronte a una vera e propria guerra se pensiamo che da quando è iniziata la seconda Intifada ci sono stati 1950 morti, un numero inferiore a quello degli incidenti casalinghi». Del Boca ha poi annunciato l'istituzione di un premio giornalistico europeo che verrà presentato il 3 dicembre a Trieste al termine delle celebrazioni per la 'Giornata della sicurezza'. In questa occasione l'intera giornata sarà dedicata a incontri e dibattiti sull'argomento e alla presentazione di tre commissioni di lavoro: una dedicata alla salute, una tecnica scientifica e infine una sull'informazione con il premio giornalistico.


Il Gazzettino" del 30 novembre 2002
http://www.ecologiasociale.org/

Donne e lavori pesanti (3)




Io non voglio fare il manovale e neanche la casalinga.
E non mi interessa mettere il manovale in contrapposizione alla casalinga.

La condizione del manovale riguarda la contraddizione capitale-lavoro.
La condizione della casalinga riguarda la contraddizione uomo-donna.

Mescolare diversi piani di confronto e ridurli tutti ad una fantomatica guerra dei sessi, è una operazione paranoica, per non ammettere gli svantaggi femminili e raccontarsi una storia e un mondo all'incontrario.

Quando al capitale è necessario, le donne vengono tranquillamente utilizzate anche nei cantieri, in fabbrica, in miniera e anche in guerra.

LA LEGISLAZIONE SOCIALE SUL LAVORO FEMMINILE: DALLA TUTELA ALLA PROMOZIONE DI UGUAGLIANZA DI OPPORTUNITÀ

(...) Con il D.L.lgt. 6 agosto 1916, n. 1136, sostitutivo del precedente
regolamento per l’esecuzione della legge a tutela del lavoro femminile e
minorile, le donne furono ammesse a svolgere lavori anche pesanti e nocivi,
prima esclusi dal T.U. del 1907 e furono perfino «militarizzate», in quanto
addette alla produzione di materiale bellico, naturalmente sempre continuando
a percepire retribuzioni inferiori di circa la metà rispetto ai salari maschili.
Della contingenza bellica approfittavano gli imprenditori per incrementare
senza scrupoli i propri profitti, intensificando nuovamente lo sfruttamento della
manodopera femminile6.
Alla fine della guerra, però, non tardò a riaffermarsi un certo
pregiudizio di inferiorità nei confronti delle donne e lo dimostra la legge n.
1176, del 17 luglio 1919, recante “Disposizioni sulla capacità giuridica della
donna” la quale, se da un lato sembrava favorire le donne, riconoscendo loro
una parziale capacità civile (si abrogò l’istituto della autorizzazione maritale e
quello delle limitazioni agli uffici tutelari), dall’altro lato sanciva il divieto di
impegnare personale femminile in tutti i lavori che implicassero poteri pubblici
e giurisdizionali, o l’esercizio di diritti e potestà politiche, quali ad esempio il
ruolo di prefetto, di magistrato, di ufficiale giudiziario, di personale di
cancelleria, di personale di segreteria presso il Consiglio di Stato e la Corte dei
Conti7. Si procedeva, cioè, ad estromettere la donna dall’esercizio di quelle
funzioni pubbliche alle quali era annessa la dignità di “grande ufficiale” dello
Stato e, di conseguenza, ad emarginarla anche nell’ambito dell’impiego
pubblico, individuando su base normativa quelle attività e quelle mansioni
“tipicamente femminili” o “maschili”, che avrebbero contrassegnato in seguito
i ruoli professionali per sesso, relegando le donne nei settori meno redditizi,
nonché in quelli più soggetti a crisi di produzione.

6 M. L., DE CRISTOFARO, Tutela e/o parità ? le leggi sul lavoro femminile tra protezione e
uguaglianza, Cacucci Editore, 1979, pp. 92 e 93.
7 A., GRECCHI, Pari opportunità il diritto e la cultura, Franco Angeli, 1996 2a ed., p. 35 sgg.

www.tesionline.com

Vedi anche: Le donne in fonderia

4.19.2009

Donne e lavori pesanti (2)




I lavori pesanti sono sempre stati svolti dagli uomini, ancora oggi è così, e almeno questo è un bel vantaggio per le donne.

A dire il vero però, tempo fa, ricordo di aver letto un resoconto di una ricerca della Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), in cui si sosteneva, se non ricordo male, che nel mondo, complessivamente, il lavoro pesante pesa di più sulle spalle delle donne.

E in India pare essere proprio così.

CONDIZIONE FEMMINILE IN INDIA

Donne in famiglia e al lavoro, nei cantieri o anche come spaccapietre. Le donne indiane vivono in una condizione di discriminazione: a parità di lavoro una donna percepisce un terzo del salario di un uomo. I lavori più pesanti, la costruzione di strade o di edifici o il lavoro nei campi, sono svolti in gran parte da donne. Col matrimonio la donna diventa “proprietà del marito” : accudisce la casa , i figli e il marito, e lavora per sostenere la famiglia economicamente. Da un rapporto di Amnesty International, si stima che in India il 45 % delle donne sposate subisce violenze fisiche e morali dai loro mariti. Contrariamente a quanto avviene nel resto del mondo, le donne in India rappresentano la minoranza della popolazione (48%). Ci sono 929 donne ogni 1000 uomini: effetto di una selezione spietata, praticata talvolta ancora prima della nascita.

L’infanticidio delle figlie femmine è una pratica ancora tristemente diffusa in molte aree rurali dell’India : nelle famiglie povere, la nascita di una femmina significa una bocca da sfamare e una dote da pagare alla famiglia del futuro marito. Secondo studi dell’Unicef, ogni anno nascono 15 milioni di bambine: 5 milioni di queste non vivono oltre i 15 anni. Quaranta donne su 100 non raggiungono alcun grado di istruzione; la presenza femminile nell’università è solo del 5%. Dice Raffaella Milandri: “ Capita sovente che, nel mio girovagare nelle città indiane, alcune giovani donne mi stringano la mano, all’occidentale: per loro questo è un gesto e un simbolo di conquista e di emancipazione, Nei loro sguardi leggo la voglia di superare l’abisso che tuttora le separa da noi donne occidentali. “


Mostra fotografica Crossing borders:
un emozionante cammino nell’India del XXI secolo
http://www.women.it/

Donne e lavori pesanti (1)




Nemmeno nei cantieri edili non c'è molta parità... di donne non se ne vedono nè si sentono recriminazioni e lotte per raggiungere la parità in quei settori.


Beh, non proprio, qualche iniziativa c'è e qualcuno ne parla.

Londra cerca muratrici per i Giochi Stanziati 30 mln di euro per istruirle

A.A.A. muratrici cercansi. E' questo l'appello del governo inglese in vista della costruzione dei nuovi impianti sportivi che ospiterano le Olimpiadi del 2012 a Londra. Il segretario all'Educazione, Alan Johnson, ha deciso di stanziare circa 30 milioni di euro per preparare il gentil sesso a uno dei lavori più maschili che esistano. "Non c'è nessuno motivo per cui le donne debbano solo guardare o gareggiare", ha detto.

I Giochi londinesi creeranno migliaia di posti di lavoro nell'industria della progettazione e realizzazione, inerenti alla costruzione della rete dei trasporti e degli stadi. E secondo lo stesso Johnson anche le donne potebbero beneficiare di questo boom. "Le donne dovrebbero essere coinvolte anche nella progettazione e realizzazione delle strutture", ha spiegato.

Il cancelliere Gordon Brown ha promesso di trovare la somma prevista nel budget del governo, per aiutare le donne a inserirsi nel mondo del lavoro e il dipartimento dell'Educazione ha deciso di spendere questi soldi nel progetto Londra.

Una sfida per certi versi affascinante e ardua come quella di portare le Olimpiadi alla corte di Sua maestà. Convincere le donne ad armarsi di piccone e cazzuola non sarà facile, ma vuoi mettere l'abbronzatura garantita e il fisico scolpito?

Fonte Tgcom.it

In Italia, per esempio, la Cgil

Comitato Direttivo Nazionale Fillea Cgil. Roma, 29 ottobre 2007

Su questo tema, credo che il lavoro svolto ancora dopo il Congresso abbia testimoniato quanto la Fillea abbia voluto provare ad andare contro una legge quasi fisica. Tra pochi giorni le donne segretarie generali di province saliranno a dodici, diciamolo francamente, una piccola rivoluzione.

Vale qui, quanto detto in precedenza. Non possiamo fermarci, nonostante i risultati, ma badate, non tanto e non solo perché c’è una regola statutaria che ce lo impone. Per me, quel riferimento, non è mai stato il vero stimolo per agire su questo punto, anche perchè, se realmente le donne non esistessero nel settore non ci sarebbe barba di commissione di garanzia che potrebbe imporre una cosa che non esiste.

Abbiamo detto di credere a due cose. La prima, che vogliamo combattere l’idea di una incompatibilità biologia tra il nostro settore prevalente, l’edilizia, e la presenza delle donne nei cantieri. Certamente, si tratta di una attività pesante, soprattutto per le modalità di svolgimento del lavoro. Ma la battaglia per la qualificazione del settore, qualità del lavoro, sicurezza, condizioni di vita nei cantieri, deve servire per ridurre le distanze tra questo lavoro e la possibilità delle donne di entrarvi.

L’altra è che, là dove le donne sono presenti, debbono essere rappresentate e impegnate agli stessi livelli di responsabilità degli uomini, sapendo che per rimontare lo squilibrio vale quello che ancora Carla diceva a Napoli, portando questo problema come esempio. Non solo a parità di condizioni occorre scegliere la donna, ma occorre anche che una donna non entri nei gruppi dirigenti solo per sostituire una donna, ma anche e soprattutto per sostituire un uomo.

Ovviamente, questo non significa che le donne debbono saltare i processi democratici e trasparenti di verifica del consenso. Ma, essendo tutti adulti e vaccinati, sappiamo che alle donne si è soliti presentare un conto più salato, esami supplementari, invece di favorire la creazione di queste condizioni di consenso. E’ triste quando ogni tanto si sentono affermazioni del tipo “ma quella non può farlo, c’ha anche i bimbi da badare e non potrebbe garantire…” E’ triste, ma è anche grave, quando è soprattutto se non esclusivamente l’uomo a fare queste affermazioni.

La nostra volontà di rispettare la regola dello Statuto, lavorando per costruire le condizioni, è innanzitutto una scelta culturale. Vorrei ricordare che già in diversi paesi, anche nel nostro, il tema della parità tra i sessi nella rappresentanza politica ed istituzionale –anche in riferimento all’Art. 51 della Costituzione- è gia oggetto di iniziative, che assumono come obiettivo la presenza paritaria di entrambi i sessi. Non dico che dobbiamo assumere quel riferimento come obiettivo vincolante, ma faccio per ricordare quale sia oggi l’orizzonte che sta orientando la discussione sulla presenza di genere, per far si che la Fillea vi partecipi sia come adesione culturale alla campagna, che come impegno ad una coerente applicazione della norma statutaria.

dalla Relazione di Franco MARTINI, Segretario Generale Fillea Cgil, al Comitato Direttivo - Roma, 29 ottobre 2007

3.06.2009

Assegno di disoccupazione e libertà di licenziamento

Il premier Silvio Berlusconi ha respinto oggi la proposta del segretario del PD, Dario Franceschini di istituire l'assegno di disoccupazione, sostenendo che questo provvedimento costituirebbe una sorta di libertà di licenziamento, poichè gli imprenditori alleggeriti nella coscienza da una misura di protezione sociale, espellerebbero più facilmente manodopera.

Dubito sia dimostrato che gli imprenditori, nel decidere, se assumere, mantenere o licenziare, si facciano condizionare particolarmente da scrupoli morali. Preminente è la convenienza. La crisi ha già prodotto e produrrà ancora disoccupati, che se espulsi dalla media e piccola impresa non avranno alcuna protezione e aggraveranno la condizione propria o di nuclei familiari già in difficoltà nel far quadrare i propri bilanci e ai quali il governo non dà aiuto. Tuttavia, è singolare che un diniego così motivato, venga proprio da quel presidente del consiglio che solo pochi anni fa si batteva in uno scontro frontale con il sindacato, per l'abolizione dell'articolo 18, quello del licenziamento per giusta causa.

3.04.2009

Donne in pensione a 65 anni nel Pubblico impiego

L'innalzamento dell'età pensionabile delle donne a 65 anni nel pubblico impiego, entro il 2018, costituisce una parificazione al ribasso (nella condizione sociale) e crea una discriminazione con le lavoratrici del settore privato che presto probabilmente verrebbe sanata, di nuovo al ribasso: si parte dal pubblico impiego per poi estendere il provvedimento a tutti, in nome dell'uguaglianza, principio sempre evocato quando si tratta di ridurre diritti e poteri ai lavoratori. I sindacati, Cgil e Cisl, contestano il fatto di non essere stati nemmeno consultati.

Le donne accedono al lavoro più tardi, hanno più spesso un contratto precario o part-time, minori prospettive di carriera e si sobbarcano la gran parte del lavoro domestico, di cura e assistenza in famiglia. L'elevamento dell'età pensionabile è una parificazione che non si rapporta alla differenza sociale delle parti, una discriminazione travestita da egualitarismo.

Se parità vi deve essere, molto meglio mandare in pensione gli uomini prima. Non è vero che non ci sono i soldi, ci sono nell'evasione contributiva, nella separazione tra previdenza e assistenza, nei nuovi contributi dei lavoratori immigrati e di quelli, centinaia di migliaia, che devono ancora essere regolarizzati. L'elevamento dell'età pensionabile, prolungando la permanenza al lavoro dei lavoratori anziani, ritarda l'ingresso dei giovani, che rimanendo disoccupati costituiscono anch'essi un costo per la società, mentre i giovani al lavoro prima, contribuirebbero di più e meglio al mantenimento della previdenza pubblica.

2.26.2009

Gli estintori della Thyssen

La sicurezza è anche sicurezza sul lavoro. Può l'operaio o l'impiegato addetto ai controlli portare la responsabilità di un incidente? In teoria si, ma è molto improbabile e comunque non da solo, perchè l'azienda deve in ogni caso vigilare sui vigilanti.

Il lavoratore responsabile dei controlli, può solo segnalare il non funzionamento o la mancata manutenzione di un estintore. Poi, però deve essere la proprietà che ordina al servizio manutenzione (che può essere una ditta esterna) di provvedere.

Riguardo per esempio agli estintori della Thyssen, si veda qui: Depistaggio con gli estintori della Thyssen.

Mi sembra improbabile che l'operaio addetto alla vigilanza non abbia segnalato, perchè avrebbe dovuto? Di solito funziona così: in un reparto uno o più operai sono addetti alla vigilanza e per questo hanno un incentivo economico. Se non svolge il compito, lo perde. A turno fanno il giro di vigilanza, con un modulo prestampato sui cui segnano con una croce, di fianco alle varie voci, le eventuali mancanze.
Una volta consegnato il modulo al responsabile sicurezza dell'azienda, l'operaio addetto alla sicurezza non ha più nessun controllo, nessun responsabilità su quello che succede o non succede in seguito. Se nel frattempo, la manutenzione non viene effettuati, gli estintori difettosi sostituiti, al giro successivo, difetti e mancanze vengono di nuovo segnalati e così via.
Il controllo, se a norma di legge, dovrebbe essere settimanale e giornaliero.
Se è così, l'azienda ha in mano i moduli compilati dall'addetto in cui si dice che è tutto OK, e può attribuire a lui la responsabilità.
Però, non credo che alla Thyssen sia andata in questo modo. Mi sembra anzi di ricordare che in precedenza, da parte degli operai ci fossero state anche delle vertenze sulla sicurezza.
In ogni caso, oltre alle segnalazioni, la proprietà è tenuta a provvedere alla manutenzione degli estintori almeno una volta ogni sei mesi e quindi deve essere in possesso delle fatture del controllo effettuate dalla ditta che assolve al servizio.

Trasporti, sciopero virtuale

Leggo, per ora solo dai titoli dei giornali, che il governo propone per il trasporto pubblico lo sciopero virtuale e il referendum preventivo per ammettere l'astensione dal lavoro. Non so bene cosa possa essere uno sciopero virtuale, ma credo valga poco più di una pubblica petizione e se non crea disagio, difficilmente può essere efficace in relazione alle ragioni per cui si sciopera, i cui effetti sono invece reali. Il referendum preventivo è una lesione del diritto di sciopero, che è un diritto di ogni lavoratore e di tutti i lavoratori, non solo della maggioranza. Piuttosto, i referendum andrebbero effettuati sui contratti, a verifica della rappresentatività di Cgil, Cisl e Uil, o delle sole Cisl e Uil quando firmano accordi separati. Qui invece il governo è contrario.

700 mila lavoratori irregolari

Secondo il ministero dell'interno esistono 700 mila lavoratori stranieri illegali. Sono illegali perchè non rientrano nel decreto flussi. Eppure hanno un posto di lavoro e un datore che vorrebbe legalizzarli. Le domande sono pendenti e continuano ad essere pendenti al ministero degli interni. Quello che dico io è che finora abbiamo sempre stabilito delle quote di ingresso inferiori alla possibilità di assorbimento dell'offerta. Lo dice anche la Confindustria. L'Unione industriali in Veneto definisce "ridicole" le quote d'ingresso.

Ciò detto, non credo che noi possiamo soltanto mangiare la pastasciutta, il ragù, l'arrosto, il gorgonzola, la macedonia e il dessert, senza poi dover fare la cacca. Se agli altri paesi chiediamo cervelli, braccia, servitù, è inevitabile che ci si prenda anche un po' di delinquenti. L'idea di una immigrazione asettica è il realismo delle favole.

2.24.2009

Dagli immigrati un decimo del Pil italiano

A proposito di statistiche e proporzioni sul fatto che in tutto, gli immigrati ci danno di tutto e di più rispetto a noi, ecco giungere una prima conferma: sono il cinque per cento della popolazione, ma contribuiscono alla formazione di un decimo del pil.

12.28.2008

Le badanti straniere e il lavoro delle donne

La precondizione affinché le badanti straniere stiano a casa loro e che le donne italiane facciano altrettanto: casalinghe part-time o casalinghe a tempo pieno. Come le disgrazie, le idee restauratrici non vengono mai sole. Il lavoro non è soltanto una questione di retribuzione, ma anche qualità della vita, progetti, carriera, autorealizzazione. Ma a volte, la differenza tra un lavoro e l'altro significano ancora meno, ma già abbastanza. Nella pubblica amministrazione il part-time può precludere la partecipazione ad un concorso interno, perchè non hai accumulato sufficienti requisiti e così resti ad un livello più basso con una retribuzione più bassa. Nel privato, in tempi di crisi, i contratti atipici e part-time sono i primi ad essere tagliati. Noi non lavoriamo solo per avere uno stipendio, ma anche per essere cittadini, cioè persone autonome, indipendenti, socializzanti, realizzate o che tendono alla realizzazione. Non è affatto detto che persone realizzate e gratificate siano genitori peggiori per i loro figli, anzi è più probabile il contrario. Non solo: il lavoro ha valore come fattore di produzione della ricchezza nazionale. L'Italia è il paese più arretrato tra i paesi ricchi, perchè metà delle donne italiane non lavora. Si calcola che questa condizione ci costa il 17% del PIL. Al singolo marito, la moglie badante costa solo vitto e alloggio, ma allo stato costa la rinuncia ad una ricchezza enorme. Con questa ricchezza si potrebbe: finanziare la riduzione dell'orario di lavoro; lavorare tutti, ma meno, per avere più tempo per sè e per la propria famiglia.; sostenere un Welfare più efficiente per bambini e anziani; offrire lavori più qualificati agli stranieri. Perchè una laureata deve venire a farci la badante? Anche lei può svolgere un lavoro più gratificante e contribuire direttamente alla formazione della ricchezza nazionale.

12.15.2008

Se il capo è inadeguato

Si racconta che molti italiani, forse uno su due, subiscano il rapporto con un capo "stronzo". E' verosimile. Nelle organizzazioni gerarchiche, i capi sono cooptati, per fedeltà. Il burocrate affidabile, ha l'intelligenza sufficiente per non essere un asino, ma insufficiente per essere autonomo. Insomma, un mediocre, di solito inadeguato per la gestione delle risorse umane, dato che non è un vero leader, ma consapevole della propria inadeguatezza, almeno a livello subliminale, dato che non è un asino. Sta qui, in questo suo sentimento interiore, il fulcro della propria instabilità, che può tradursi nell'essere stronzo. Se questo è il caso, forse è bene che il subalterno non dimostri al suo capo quanto è inadeguato, rischia così di aggravare il problema. Senza alcuna piaggeria, dovrebbe invece rafforzarlo nella legittimazione del suo ruolo, senza necessariamente rinunciare a criticarlo. C'è il contenuto, ma anche il modo, e soprattutto il riconoscimento di ruolo. Se non si è in condizioni di dimetterlo è la sola alternativa.


8.21.2008

Falsi leader a capo di molte imprese

Foto stazione di Treviso da Atalmi.itIl precariato serve ad abbassare il costo del lavoro di una imprenditoria stracciona, priva di un senso di responsabilità sociale, incapace di competere sull'innovazione tecnologica e sulla qualità dei suoi prodotti.

Per giustificarlo, si ricorre a tanti pretesti. Per esempio l'assenteismo, i falsi malati. Montezemolo che pure è un imprenditore "grande", ben prima di Brunetta avviò la campagna contro i fannulloni, lamentando che i lavoratori in un anno stanno a casa un mese per le ferie e un mese per permessi e malattie. Come se questi non fossero tempi e pause di recupero normali. Così il precariato viene usato per non pagare le malattie, ma anche per non pagare le ferie. Perchè? Si teme si tratti di false ferie? In ogni caso, a proposito di malati veri o falsi, meglio una persona sana a casa, che una persona malata al lavoro. Se le persone sane vengono trattate bene, con equità, adeguatamente motivate, al lavoro ci vanno.

Nonostante l'accusa di voler evitare il lavoro, con la caduta del potere d'acquisto dei salari,sono gli stessi lavoratori a chiedere di poter fare lo straordinario. Entrambi gli schieramenti elettorali, PD e PDL, hanno proposto la detassazione degli straordinari, misura vista con favore (purtroppo) secondo tutti i sondaggi, anche dalla maggioranza dei lavoratori dipendenti. Le cause della caduta del potere d'acquisto, non riguardano certo un orario troppo corto, sono almeno tre. 1) L'abolizione della scala mobile. 2) L'indisponibilità degli imprenditori a redistribuire gli aumenti di produttività. 3) La speculazione sui prezzi.

Non esiste nessuna prova statistica che dimostri che i precari, sentendosi sotto ricatto, siano più produttivi dei lavoratori regolari. Semmai il contrario, dato che sono spesso più giovani, inesperti, e demotivati dall'assenza di prospettive di stabilizzazione o di carriera. Piuttosto, è vero che gli imprenditori non sono disposti a redistribuire gli aumenti di produttività, se non in un rapporto di 9 a 1. Fossero meno ingordi, i loro dipendenti sarebbero certo più motivati a produrre.

E' indicativo che negli esempi contro i "fannulloni" siano citate anche le assenze per un raffreddore. Come se i raffreddori non dovessero essere curati e in mancanza di cura non comportassero il rischio di complicazioni. Dipende dalle persone, dalle condizioni di lavoro e di trasporto per recarsi al lavoro. Nelle malattie di origine batterica o virale, il lavoro può essere più o meno un disagio, ma il pericolo viene dal contatto con gli altri, soprattutto nei luoghi pubblici. Per malato, non intendo una persona in punto di morte o che non si regge in piedi. Intendo solo un malato.  Queste accuse sono generalizzazioni di comodo, facilmente ricambiabili. Incominciano i datori a dare il buon esempio, nel rispetto dei contratti, delle norme di sicurezza, nella dichiarazione dei redditi, nella redazione del bilancio aziendale. Siano autentici e veritieri, senza pretendere impunità e depenalizzazioni. In tal modo, saranno stimati e imitati dai loro dipendenti.

Si invocano i controlli fiscali (per i "fannulloni", non per gli evasori) Avere un medico fiscale per ogni giorno di malattia è impossibile, sia gratis, sia a pagamento. E' sufficiente stabilire che il certificato medico sia emesso da un dottore del SSN. Che è poi una delle misure introdotte dai provvedimenti di Brunetta, per il pubblico impiego, tra tante, almeno una misura condivisibile. Il problema dell'assenteismo (problema confiato ad arte) si risolve solo motivando, incentivando i lavoratori. Le lotte degli anni '70 sono iniziate nel 1969, la scintilla scoppiò a Mirafiori: un operaio arrivò a farsi la cacca nei pantaloni mentre stava alla catena di montaggio, perchè gli era stato ripetutamente vietato di andare al gabinetto. Imprenditori, invece di accusarli di essere falsi, prendi sul serio i bisogni dei vostri dipendenti.

Controlli, sanzioni, divieti, minacce, licenziamenti e rappresaglie sproporzionate, fanno pensare ad un ambiente pesante nel quale i rapporti sono cattivi, e soprattutto, tendono a incattivirsi in una spirale degenerativa. Un posto dove si rimane a lavorare se e fino a quando non si trova un posto meno peggiore, in cui ci si libera prima delle persone che alla fine possono permettersi una alternativa, realizzando una sorta di selezione alla rovescia. Proprietà e leadership spesso coincidono, ma non sono la stessa cosa. La proprietà è un dato di fatto, la leadership, l'essere riconosciuto come il leader, implica una legittimazione che bisogna conquistarsi sul campo e poi mantenere giorno per giorno. Il ricorso a metodi autoritari e vessatori, che appartengono ancora ad una classe di imprenditori che continua ad avere la mentalità dei padroni delle ferriere, indicano un evidente difetto di autorevolezza.

8.14.2008

Piccole borghesie (reazionarie)

Palude Brabbia (Varese)In Italia non è mai esistita una polarizzazione netta Borghesia vs Proletariato. Quando ancora era riconosciuta l'esistenza delle classi, vi era un'ampia area di ceto medio, e l'alleanza con i ceti medi, ha sempre assillato la sinistra e il Partito comunista, trovando soluzione solo nelle regioni rosse.  Negli anni Ottanta si parlava di "ceti emergenti", su cui puntava il craxismo vincente. Con la globalizzazione degli anni '90 e con l'approssimarsi della recessione negli anni 2000, quei ceti, prima simbolo di rampantismo e modernità, oggi rappresentano l'arretratezza e le debolezze strutturali del paese: l'estrema frammentazione del tessuto produttivo, che non permette l'innovazione e la crescita, tante piccole piccolissime imprese che nascono e muoiono, tanti padroncini e liberi professionisti, artigiani, commercianti, che vivono di supersfruttamento, autosfruttamento e, se possono, evitano di pagare le tasse. Ex lavoratori che si sono messi in proprio, non per amore del rischio, nè perchè attratti dalla prospettiva della scalata sociale, anche se qualcuno un po' di soldi magari li ha fatti, ma perchè obbligati a farsi imprenditori di se stessi, in seguito ad un licenziamento ed alla possibilità di trovare un nuovo lavoro, qualcosa si sono dovuti inventare ed oggi sono, si sentono proprietari, anche se hanno profitti pari o poco superiori a quelli di un normale salario.

Dal punto di vista della gerarchia sociale, stanno appena sopra i lavoratori dipendenti, potrebbero esserne gli alleati naturali, contro la globalizzazione neoliberista, contro la grande borghesia, le grandi banche, talvolta infatti si sente parlare Tremonti come se fosse Bertinotti. Eppure questo mondo pulviscolare non è amico dei valori collettivi, nella competizione semmai aderisce ad un individualismo esasperato, ad un egoismo sociale ai limiti della civiltà, rancoroso contro chi sta sopra, l'aristocrazia borghese delle grandi famiglie del capitalismo italiano,  la tecnocrazia europea, l'euro (rimpiangono, se esportatori, la svalutazione della lira) ma anche contro chi sta sotto: i precari, i migranti, gli zingari, i diversi, e ovviamente, contro la politica, il parlamento, i sindacati, i partiti, la sinistra, i comunisti. E' impossibile determinare una maggioranza di sinistra nel paese, senza una modificazione della struttura sociale, nel senso della sua semplificazione (semplificazione che finora si è tentato di agire, con scarso successo, nella sovrastruttura della rappresentanza istituazionale) o senza conquistare una parte decisiva di questi ceti. Una questione tanto antica quanto irrisolta. Irrisolta anche dal partito democratico che vanta una vocazione maggioritaria imitando la destra. Non esistono solo padroni e operai, infatti esiste anche un'ampia e plurale piccola borghesia (reazionaria quando teme di proletarizzarsi) la cui analisi più approfondita è forse il Saggio sulle classi sociali, di Sylos Labini, che risale però al 1974.