
Tra i gap gender vi è la differenza salariale. Dipende unicamente dal fatto che le donne scelgono di lavorare meno, per poter far fronte al lavoro domestico e di cura della famiglia che pesa in misura maggiore sulle loro spalle per circa il 70%? In parte si, ma questa spiegazione rende solo l'idea di come uno svantaggio si traduce in altri svantaggi. Vi sono tuttavia altre ragioni: le donne in proporzione agli uomini sono più occupate con contratti atipici e quindi subiscono più interruzioni nella carriera lavorativa; le donne in proporzione agli uomini sono più occupate nelle piccole imprese, non coperte dallo Statuto dei lavoratori e quindi, a parità di mansioni, sono meno pagate dei colleghi occupati nelle grandi e medie imprese. Escluse dalla tutela sindacale o incluse nell'economia sommersa, le donne subiscono anche discriminazioni salariali dirette.
Gap retributivo/1: le dimensioni del fenomeno
Le donne europee guadagnano in media il 15% in meno degli uomini (si va dal 3% delle impiegate pubbliche al 30% tra i manager). Quelle italiane (dati Eurispes 2009) il 16% in meno rispetto ai colleghi, con uno scarto annuale medio che si aggira sui quattromila euro. Si va da un minimo dell'1,7% nelle professioni meno qualificate a un massimo del 20,8% nell'ambito degli operai specializzati. Stessa situazione per le mansioni cosiddette intellettuali, dove la differenza media di reddito arriva al 18,8%, e perfino nelle attività commerciali (13,4%). Meglio va fra gli impiegati (negli uffici lo scarto si riduce fino al 3,9%) e fra i dirigenti (3,3%).
Gap retributivo/2: il corpus normativo
Il gap retributivo tra uomini e donne è contrario a tutto il corpus normativo Ue e italiano. Nel Trattato di Roma, anno 1957, all'art. 141, è scolpito: salario uguale per uguale lavoro. Ci sono direttive Ue, dal 1975 a oggi, che riprendono il principio e sanciscono le pari opportunità per quanto riguarda mansioni, carriera, condizioni di lavoro. Ci sono la strategia di Lisbona e il Gender Pact firmato dai Governi e una tabella di marcia per raggiungere l'eguaglianza tra i sessi entro il 2010. A livello normativo, l'Italia è all'avanguardia con la legge Anselmi del 1977 che vieta discriminazioni. Il problema è che l'applicazione resta problematica. Sulla parte variabile dello stipendio, su premi, incarichi aggiuntivi con gettoni e sugli straordinari non si riesce a intervenire, a livello normativo. Le misure legislative, comunque, non bastano: bisogna cambiare la cultura in molti Paesi, ancora pervasi da stereotipi.
6 marzo 2009
www.ilsole24ore.com
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