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12.12.2009

Manifesti pre-elettorali

Da alcuni giorni sono comparsi i manifesti per le elezioni regionali del prossimo marzo. Non dicono vota questo, vota quello, perchè ufficialmente la campagna elettorale non è ancora cominciata. Quelli che ho visto, annunciano o ricordano l'esistenza del tal politico o l'arrivo di un nuovo candidato. Tutti lasciano il proprio contatto (email o cellulare), invitano a chiamare, si propongono come notabili.

Uno dice: Alzati Piemonte (Gian Luca Vignale - PDL); un'altro dice: Insieme a voi, in Regione (Fabrizio Comba - PDL); un'altro dice L'impegno continua, mandami un sms, con su scritto «sono con te» (Claudia Porchietto - già candidata sconfitta alla presidenza delle Provincia, che ora ci prova per la conquista di un seggio in Regione, perciò l'impegno continua); un'altro dice: Con il Piemonte nel cuore (Davide Gariglio - PD); un'altro dice Moderati per Bresso, per Chiamparino, per Saitta, la coerenza paga (I moderati).

Quest'ultimo è l'unico ad avere un significato, sia pure tutto interno alla sfera separata della politica: il partito dei moderati, emanazione dell'azienda di servizi Call Center "Contacta", scisso da Forza Italia, comunica di essere all'interno della stessa alleanza in Regione Piemonte, in Provincia e al Comune di Torino. Gli altri promuovono se stessi, il proprio nome, la propria faccia, senza alcun messaggio, se non l'appartenenza ad un partito nazionale, come se l'elettore dovesse rimanere persuaso da non si sa bene cosa, qualcosa di subliminale, che mi sfugge, perchè non c'è nulla: nè un accenno di proposta programmatica, nè un principio, nè un valore, nè una scelta di campo, una ragione sociale, niente di niente, neppure nel modo più vago.

Non fa eccezione Mercedes Bresso, che pure ha il suo motivo per promuovere il messaggio della sua presenza in largo anticipo, data l'incertezza della sua ricandidatura, da parte del PD, poichè lei, insieme a Nichi Vendola, poteva essere uno dei presidenti da sacrificare sull'altare dell'alleanza con l'UDC.

A parte ciò, quelle facce autopromuoventi, non mi ispirano nè fiducia, nè sfiducia, non mi dicono nulla, nel vero senso della parola, anzi nell'assenza di qualsiasi parola significativa, persino al di sotto dei più comuni marchi pubblicitari. Sarebbe bello se questa politica, questi partiti, questi candidati, si elevassero, nella comunicazione e nei contenuti, almeno al livello di un detersivo.

12.10.2009

PPE, Berlusconi e la «sovranità dei giudici»

E' una bella forzatura dire che la Consulta è un organo politico perchè un terzo dei suoi membri sono stati nominati di volta in volta da presidenti della repubblica non appartenenti allo schieramento berlusconiano.

Di essi, solo Napolitano è stato eletto a maggioranza e questo, certo, non gli permette di essere più libero e disinvolto nei rapporti con il governo.

Quei signori sono tre moderati concilianti e conciliabili con entrambi gli schieramenti, anche con una destra guidata da un uomo la cui principale missione politica è salvarsi dai processi. Il lodo Schifani fu controfirmato da Ciampi e il lodo Alfano è stato controfirmato da Napolitano. Scalfaro, forse il più a sinistra dei tre, coabitò per un periodo troppo breve, e l'allora decreto salvaladri fu abortito dalla protesta popolare.

Direi quindi che la Consulta ha seguito una linea sua, indipendente dal presidente della repubblica, e difficilmente confutabile. Se la Costituzione dice che la legge è uguale per tutti, cos'altro potevano decidere i giudici costituzionali? Sarebbero organo politico solo perchè in maggioranza non sono andati a cena dal premier e non hanno votato come desiderava lui?

Se vieni eletto presidente del consiglio e vuoi fare il monarca al di sopra delle leggi, è difficile andare accettare la divisione dei poteri, quali che siano i nominati, qualcuno si metterà di traverso: i presidenti delle camere sono entrambi di destra, ma anche qui i rapporti con Palazzo Chigi vanno bene solo al cinquanta per cento.

Poi, in tempo di bipolarismo, si può pure pensare ad una riforma del metodo di elezione della Consulta, allo scopo di rafforzarne la funzione di garanzia, e sarebbe allora opportuno esplicitare una proposta, anzichè qualificare come veritiero un discorso eversivo.

Vorrei chiederei ai D'Alema boys, va bene che le riforme devono essere condivise, ma perchè condivise proprio con Berlusconi, adesso? Avete paura che esca di scena prima di poterle condividere con lui? Un conto era essere bicameralisti nel 1996, un conto è esserlo nel 2009 al crepuscolo di una stagione politica, anche solo per motivi fisiologici: il vostro prediletto interlocutore ha ormai 73 anni e tiene insieme la sua maggioranza a colpi di voti di fiducia. Avete passato 15 anni senza riuscire a fare di Berlusconi il padre di una nuova Costituzione. Ancora un po' di pazienza. Il prossimo interlocutore, chiunque sarà, sarà meno peggio. O no? Certo, dipende sempre dall'obiettivo. Da lungo tempo, la parola "riforma" è una carta coperta.

11.12.2009

Comunisti: nostalgici e rifondatori

L'Ernesto torna a lamentare la censura di Liberazione, perchè il direttore non ha pubblicato un articolo di Andrea Catone contro l'articolo di Paolo Ferrero sul ventennale della caduta del Muro di Berlino, poichè quell'articolo non voleva aprire un dibattito sull'argomento.

Sono d'accordo con la scelta del direttore di Liberazione. Aprire un dibattito sull'articolo di Ferrero sul giornale del partito equivarebbe a dire che il giudizio politico sull'esperienza delsocialismo reale è, per il partito, ancora un nodo irrisolto. Saremmo quelli che, in rapporto a quella esperienza, la pensano alcuni bene, alcuni male, ma il partito in sè, una sua visione coerente non l'avrebbe. E dunque, una delle sue opzioni possibili sarebbe lariproposizione di quel modello o il rapporto alleatorio con stati che in qualche modo e misura si ispirano ancora, in tutto o in parte, a quel modello. Credo e spero che il partito non sia in questo stato e sono d'accordo nel fatto che non dia di sè questa immagine.

Per questo l'unità di tutti i "comunisti" (sedicenti tali) non ha senso. Ha senso l'unità dei comunisti che perseguono la rifondazionevolta a coniugare giustizia e libertà e ha senso l'unità dei nostalgici del collettivismo burocratico. Ciascuno per la sua strada. Mi si obietta a questo punto, che le divisioni sul passato non devono inibire l'unità oggi e che questa unità può fondarsi sulla contraddizione capitale-lavoro, sulla centralità della classe.

In linea di principio sono d'accordo, le divisioni sul passato non precludono necessariamente l'unità sul presente e sul futuro. Se i tot partiti della sinistra esistenti confluissero in uno o si dessero una forma organizzativa unitaria, un coordinamento, una federazione come proponiamo, sarei più che contento. Purtroppo questi partiti sono divisi, in modo neppure ordinato, per cui alcune "sensibilità" risultano persino trasversali ad essi. Io stesso sono plurisensibile. Non sono mai stato antisovietico. Non festeggio la caduta del Muro, non sono stato contento nel 1989. Penso che quell'evento sia qualcosa di simile alla morte di Eluana Englaro. Una cosa che è avvenuta molto tempo prima, forse proprio quando il muro è stato tirato su. Se la tua gente scappa dall'altra parte e per trattenerla devi chiuderla dentro, hai già perso. La tenuta della reclusione è solo questione di tempo.

Dato che così è successo, vediamo cosa c'è di buono, quali sono le opportunità. Una è quella di emancipare definitivamente la cultura comunista da una concezione geopolitica del conflitto. Si dice la classe ed io sono proprio d'accordo. Ha senso unirsi sulla base di una ispirazione originaria, quella che vede nella classe operaia, nei soggetti collettivi, il soggetto della trasformazione. E penso che questo non si concilia con una impostazione diversa che continua a vedere invece il soggetto della trasformazione in uno stato, in una coalizione di stati, in un asse del bene. E che giudica gli operai, gli studenti, le donne, rivoluzionari o controrivoluzionari a seconda delle piazze che occupano.

Si tratta in fondo solo di una minoranza. Ma dato che abbiamo alle spalle una storia che pesa come un macigno, anche una minoranza nostalgica è molto ingombrante, perchè in assenza di una storia nuova, finisce per essere molto più facilmente riconoscibile e identificabile. A giugno qui a Torino, Ferrero disse sulle condizioni di un rilancio della rifondazione comunista che: 1) il partito deve stare dentro la crisi, dentro il conflitto sociale; 2) il lavoro interno deve essere funzionale al lavoro esterno; 3) occorre lavorare ad una nuova narrazione del comunismo; 4) bisogna partire da quello che c'è, dalle forze che compongono la nostra lista, per poi provare ad allargare il campo. Purtroppo, riguardo la terza condizione, finchè manca la narrazione nuova, nell'immaginario collettivo continua a valere quella vecchia. E noi continuamo a convivere (e a confonderci) con una minoranza petulante che insiste nel raccontare la narrazione vecchia. Questo secondo me è un problema.

11.10.2009

Il muro di Berlino e la nostalgia del comunismo

La caduta del Muro di Berlino sembrava una bella festa. Occhetto, l'allora segretario del PCI, diceva di esserne contento. Andreotti - si narra - la pensava in tutt'altro modo: Occhetto dice di essere contento? Non si rende conto che è un disastro? In questa curiosa inversione di ruoli, il mio sentimento era più prossimo a quello di Andreotti.

Il Muro era una grave limitazione alla libertà di movimento. Settantotto persone che cercarono di varcarlo lungo tutta la sua storia, iniziata nel 1961, rimasero uccise. Era inoltre il simbolo di un regime autoritario, di un sistema di potere statuale, quello dell'Urss e dei paesi del Patto di Varsavia. Un regime che però assumeva come propria e ufficiale una ideologia di liberazione, trovandosì così in contraddizione tra mezzi e fini.

Una contraddizione che poteva risolversi a destra o a sinistra. La caduta del Muro, in quel modo e in quel momento, pensavo che l'avrebbe risolta a destra. Era la fine del regime di Breznev, ma anche del tentativo riformatore di Gorbaciov. Anche della prospettiva di un "socialismo dal volto umano". Perciò, io non mi sentivo contento.

La caduta del Muro ha questa doppia valenza: è stata una liberazione, che però non ha avuto un impulso progressivo. Forse non fu causa di nulla, ma solo una accelerazione di un processo che si trovava già lungo un piano inclinato, che la Perestroijka non riuscì a raddrizzare, qualcosa di simile alla morte per eutanasia o alla spina staccata per una morte celebrale, uno stato vegetativo, la fine definitiva di qualcosa che era già morto prima. Sta di fatto che ne seguirono più povertà, più diseguaglianza, più guerre. A vent'anni di distanza se ne parla con disincanto, mettendo in rilievo i costi sociali e la nostalgia delle popolazioni dell'Est.

In fondo però, pure noi occidentali abbiamo nostalgia degli anni '60-'70. Il trentennio successivo al dopoguerra è stato un periodo di cresciuta, nel quale anche coloro che stavano male avevano la prospettiva, la speranza di stare meglio in futuro e si pensava fosse naturale che i figli avrebbero avuto una vita migliore dei loro genitori. Oggi non è più così, anzi la tendenza sembra rovesciata. Senza contare il fatto che tutti, in vario, modo rimpiangiamo gli anni in cui eravamo giovani.

"La nostalgia del comunismo non va presa troppo sul serio: più che esprimere un vero desiderio di tornare alla grigia realtà del socialismo, è una forma di lutto, un modo garbato di sbarazzarsi del passato (...) Vale la pena ricordare la sorte di Viktor Kravcenko, il diplomatico sovietico che nel 1944 chiese asilo politico in occidente mentre si trovava a New York e scrisse il famoso Ho scelto la libertà, la prima autobiografia sugli orrori dello stalinismo. Il libro comincia con un resoconto dettagliato della collettivizzazione forzata in Ucraina e della carestia di massa che devastò il paese. La parte più nota della sua storia finisce a Parigi nel 1949, quando Kravcenko vinse trionfalmente il processo contro i suoi accusatori sovietici, che portarono in tribunale perfino la sua ex moglie perché testimoniasse che era corrotto, alcolizzato e colpevole di violenze domestiche.

Quel che è meno noto è che subito dopo la sua vittoria, mentre il mondo lo accoglieva come un eroe della guerra fredda, Kravcenko era sempre più preoccupato per la caccia alle streghe anticomunista promossa da McCarthy negli Stati Uniti e dichiarò più volte che quel modo di combattere lo stalinismo cominciava a somigliare troppo al nemico che voleva sconfiggere. Sempre più consapevole delle ingiustizie del mondo occidentale, Kravcenko fu travolto dall’ossessione di voler cambiare radicalmente anche le società democratiche.

E così, dopo aver scritto un seguito assai meno famoso di Ho scelto la libertà, significativamente intitolato Ho scelto la giustizia, si gettò in una crociata per una nuova organizzazione della produzione industriale, che sfruttasse di meno i lavoratori. La lotta lo condusse in Bolivia, dove investì (e perse) tutti i suoi soldi per organizzare delle cooperative contadine. Schiacciato dal peso dei fallimenti, Kravcenko si ritirò a vita privata e si suicidò sparandosi nella sua casa di New York.

Oggi i nuovi Kravcenko si trovano ovunque: dagli Stati Uniti all’India, dall’America Latina all’Africa, dalla Cina al Giappone, dal Medio Oriente all’Europa occidentale e orientale. Sono diversi tra loro e parlano lingue diverse, ma sono più numerosi di quel che si pensa. E chi sta ancora al governo teme più di ogni altra cosa che le loro voci diventino sempre più forti e compatte.

Questi novelli Kravcenko vedono che le circostanze ci stanno spingendo verso la catastrofe e sono disposti ad agire sfidando ogni probabilità d’insuccesso. Delusi dal comunismo del novecento, sono pronti a ricominciare da zero e a reinventare su basi nuove la ricerca della giustizia. I loro nemici li trattano come pericolosi utopisti, ma sono gli unici a essersi svegliati davvero dal sogno utopico in cui molti di noi sono ancora immersi. Sono loro, e non i nostalgici del socialismo reale, la vera speranza della sinistra.

Slavoj Zizek, Vent'anni dopo il muro di Berlino
Internazionale, 6 novembre 2009

Rifaremmo la Rivoluzione d'Ottobre?

Molti anni fa, forse nel 1991, partecipai ad un seminario universitario sulla storia dei regimi sovietici dell’Europa orientale. Ricordo, durante l’esposizione della relazione finale, il professore mi fece una domanda: adesso, dopo tutto quello che hai studiato, e sapendo come è andata a finire, cosa pensi della Rivoluzione d’Ottobre, tu l’avresti fatta lo stesso? Risposi di si. Risposta temeraria, perché nonostante lo studio di quel seminario, nonostante sapessi come è andata a finire, non mi sento certo preparato per dare una risposta su un quesito del genere.

Già che mi ero lanciato con così tanto coraggio, provai ad articolare un ragionamento di questo tipo. Ci sono tre modi per giudicare una esperienza storica: 1) Mettendola a confronto con le sue promesse, i suoi obiettivi, il modello a cui si ispira – qui il bilancio dell’Urss è fallimentare, il socialismo reale è molto al di sotto della realizzazione del socialismo, e forse ne è persino la sua contraddizione; 2) Mettendola a confronto con le altre esperienze storiche contemporanee – qui il bilancio è dell’Urss è discutibile – l’est europeo non ha eguagliato l’ovest europeo, ma ne ha ridotto il divario, la cui origine risale ai tempi della scoperta dell’America; in fondo, fino a che punto è corretto mettere a confronto la Romania, la Bulgaria, con l’Inghilterra e la Francia? L’Urss dal canto suo si è dissanguata nella corsa al riarmo e non ha potuto usufruire dell’indebitamento degli Stati Uniti. 3) Mettendola a confronto con l’esperienza storica precedente – qui mi pare si sia realizzato un progresso, anche il più diffuso manuale di storia americano, negli anni ottanta (Palmer e Colton) ammetteva che alla fine degli anni ’30 le condizioni materiali di un operaio o di un bracciante erano migliori degli anni precedenti la Rivoluzione. Dunque, quella Rivoluzione fece fare alla Russia, al suo popolo un passo avanti, per quanto al di sotto delle aspettative, in riferimento ad un modello o ad altri paesi.

Ma, per rispondere si, avevo un altro motivo ancora. Ricordo l’opinione di Edgar Morin, secondo cui, Lenin, se avesse saputo come sarebbe andata in Russia e in Europa, non avrebbe compiuto la stessa scelta, poiché lui era convinto dell’arretratezza della Russia, della sua immaturità rivoluzionaria, ma confidava nella rivoluzione in Germania, in Occidente, la quale poi avrebbe trainato quella russa. Può essere. E’ se così fosse stato, certamente io mi sarei allineato, ma qual’era l’alternativa concreta a quel balzo in avanti? L’affermazione di Kerenskij? La socialdemocrazia? Il capitalismo liberale? O la restaurazione zarista? I bolscevichi conquistarono il potere dopo aver impedito il colpo di stato del generale Kornilov. Kerenskij, secondo una celebre definizione, era un vaso di coccio tra due vasi di ferro. Quella era l’alternativa.

10.31.2009

Pesci rossi nel mare

«Bisogna andare (o tornare) in mezzo alla gente». Lo si invoca spesso, da molti anni, nelle strutture di base dei partiti di sinistra. In tal modo si indica una soluzione alla separatezza e contemporaneamente la si esprime in un metamessaggio.

Si dice «la gente», espressione molto generica, che lascia intendere l'assenza di un target o di una classe gardée. A chi si rivolge il partito che vuole andare in mezzo alla gente? Già nell'assenza o nella indeterminatezza della risposta vi è il motivo per cui quel partito in mezzo alla gente non sta. La risposta, se ci fosse, indicherebbe anche in quale luogo andare, mentre nella genericità, quel luogo è spesso solo un luogo di passaggio: la piazza, il mercato, magari la stazione. Situazioni fluide, nelle quali i militanti di partito somigliano a pesci rossi presi dalla vaschetta e gettati nel mare.

Noi e la gente, ci vediamo come due entità distinte. Assumiamo così la psicologia di una agenzia pubblicitaria o di una azienda che deve vendere un prodotto ad un pubblico di consumatori. La psicologia, ma non la scientificità, dato che non conosciamo bene il nostro target, nè gli strumenti e i sistemi di comunicazione, e forse neppure il prodotto. Cosa vogliamo vendere e a chi?

In questa distinzione, per quanto deficitaria, noi continuamo a pensare in modo elitario, noi siamo il soggetto, la gente l'oggetto del nostro intervento. Come Lotta Comunista, come i Testimoni di Geova, come i predicatori, come i venditori, come i rappresentanti di ciò che è altro dalla gente. E in fondo così siamo, come burocrazia o come psicologia, siamo un ceto separato. Il ceto politico che vuole andare (o tornare) in mezzo alla gente.

Giudicare Piero Marrazzo

L'opinione pubblica giudica Piero Marrazzo e voglio pure io pronunciare la mia sentenza, forte del mio essere innocuo.

Oggetto della contesa nel giudizio è la posizione dell'ex presidente della Regione Lazio (detto senza alcuna ironia). Ovvero, egli è prima di tutto una vittima o un colpevole? Vittima di se stesso potrebbe essere la formula che accontenta i più, ma vediamo più avanti in dettaglio, andando in ordine sparso.

Altro oggetto della contesa nel giudizio riguarda la posizione della stessa opinione pubblica: è lecito giudicare Marrazzo? Domanda analoga si è già posta per gli scandali di Berlusconi. Il solito dilemma sul confine tra vita privata e vita pubblica, in particolare degli uomini pubblici, più segnatamente di quelli di potere. Già lo specificare la domanda implica una risposta: l'uomo di potere, legittimato dal consenso popolare, ha meno diritto di altri alla vita privata, poichè anche il suo modo di comportarsi in quella sfera può favorire la valutazione di chi è chiamato a dargli il voto. Se un leader è scorretto nei confronti dei suoi cari, può essere affidabile per gli elettori? Quale che sia la risposta giusta, vorrei potermela dare da solo o con altri, ma forse non vorrei essere messo nella condizione di ignorare, di non poter valutare. Insomma, meglio sapere. Se poi, una persona vuole affermare il valore della sua privacy, ebbene, non glielo ha ordinato il medico di fare il condottiero dell'umanità.

Qui è il primo punto (come ho detto, procedendo in ordine sparso): Marrazzo ha tradito sua moglie. Se nessuno di noi vorrebbe essere nei panni di Marrazzo, neppure vorremmo essere nei panni di sua moglie. Nè di sua figlia. Se l'empatia è un sentimento positivo, ampliamone il raggio e rivolgendolo a tutte le persone coinvolte. La maggioranza di noi può essersi trovata in questa situazione, una circostanza nella quale l'idea di farla franca sottovaluta la sproporzione tra il vantaggio momentaneo di un piacere proprio e lo svantaggio molto più duraturo e più pesante di un dolore arrecato ad altri.

La pietra dello scandalo sembra riguardare (e mettiamolo come secondo punto) il rapporto con un trans. Marrazzo si è sessualmente relazionato, non ad una donna, secondo le "leggi della natura", ma ad una persona del suo stesso sesso che vorrebbe essere del sesso opposto o che tende al sesso opposto. Una cosa più complicata di un rapporto omosessuale. Forse. Qui, non ho nulla da obiettare. Riconosco che l'identità di genere è una questione aperta e che non tutti gli esseri umani possono essere costretti nella logica binaria uomo/donna. Riconosco anche la più ampia libertà di orientamento sessuale. Con il consenso reciproco e senza violenza, ciascuno può relazionarsi a chi vuole, purchè adulto. Tutto ciò è perfettamente naturale, e anche se non lo fosse del tutto, la natura non avrebbe ragione di offendersi.

Piuttosto (terzo punto) la relazione con il trans, era una relazione pagata, quindi una mercificazione del corpo, del sesso, agita nei confronti di una persona forse non libera o costretta da una condizione di bisogno. Molti trans si prostituiscono o perchè sfruttati dal racket o perchè semplicemente non possono fare altro. E' una condizione di infima discriminazione. Io non credo alla libertà di prostituirsi e perciò vedo nei clienti come nei protettori dei colpevoli, o quanto meno dei corresponsabili. E' la domanda che alimenta l'offerta. Non potrei mai sentirmi rappresentato da un uomo politico che paga il sesso, che usa il corpo altrui come una merce. Sotto questo profilo per me, Marrazzo è condannato.

Dalla svalutazione del corpo, alla svalutazione dei soldi, correlato al quarto punto, il prezzo: mille, duemila, tremila, cinquemila euro. Una botta di piacere, in tempo di crisi, bassi salari e licenziamenti, per un importante amministratore costa l'equivalente di tre, quattro mesi di lavoro, di salario di un operaio o di un impiegato generico.

Quarto punto: il ricatto. Qui i cattivi sono certamente i carabinieri, ma attenzione. Il governatore non può essere ricattato e lui stesso deve preservarsi dalla possibilità di finire in questa situazione. Qui si misura il senso di responsabilità del leader. E se in questa situazione ci finisce, egli ha il dovere di denunciare subito i ricattatori. Marrazzo ha fatto l'esatto contrario: ha ricompensato i carabinieri, ha accettato l'aiuto complice, certo non disinteressato, del capo del governo, padrone della Mondadori, e di Mediaset editore dei giornali, di un potente apparato dell'informazione, che avrebbe potuto lanciare una compagna distruttiva contro il governatore del Lazio. E' infatti possibile che la recente retromarcia di Marazzo sulla sanità regionale, sui tagli ai finanziamenti degli ospedali privati di Angelucci, editore di Libero, siano da considerare in relazione con questo sfondo di manovre, ricatti, trattative. Qui si apre un doppio problema: quanto è grande il potere di controllo, ricatto, distruzione di una potente concentrazione politico-economico-editoriale e quanto, per sua malcostume, la classe dirigente è vulnerabile.

In conclusione: è bene che Marrazzo si sia dimesso. Ciononostante, provo dispiacere per due cose. Per il fatto che il PD sia stato tanto volte incapace di selezionare i suoi candidati, amministratori, leader politici, facendo della televisione un trampolino di lancio troppo importante. Marrazzo era un volto noto e di successo, prima del Tg3, poi della trasmissione creata da Antonio Lubrano sulla difesa dei consumatori, ma - ha ragione Gigioli - non aveva nessun altro merito: di politica e di amministrazione della cosa pubblica non sapeva nulla. L'immagine non fa il leader. E infine, per il fatto privato in sè. Una carriera professionale brillante, un'esperienza politica vincente, magari una bella famiglia, insomma una situazione personale fortunata e privilegiata, rovinata per quasi niente. Lo dico solo perchè mi impressiona, come l'idea di commettere un piccolo errore possa farti crollare il mondo addosso a te e alle persone che ti vogliono bene.

10.29.2009

PD, primarie o barbarie

Sono rimasto in dubbio per vari giorni, ma alla fine non ho partecipato alle primarie del PD. Per vari motivi. Non avevo due euro in moneta. Non ricordavo dove fosse il mio certificato elettorale e non avevo voglia di chiederlo a mia moglie. Non sapevo dove fosse il seggio; ho controllato su Internet e il più vicino a casa mia risultava abbastanza lontano. Non sapevo bene per chi votare, soprattutto ero incerto tra Bersani e Marino, fermo restando che Franceschini mi sembra una brava persona.

Insomma, nel complesso ho avuto un deficit di motivazione, che è poi diventato un'ostacolo insormontabile nel momento in cui ho appreso che per poter votare avrei dovuto registrarmi nell'albo degli elettori del PD. Non ho mai votato PD e non mi andava di dire una bugia, addirittura di registrarla e firmarla. Il giorno prima del voto, ho letto un articolo di Alessandro Giglioli che spiegava in dieci punti perchè, nonostante il PD faccia schifo, bisognasse andare a votare. Una intelligente rielaborazione del vecchio detto popolare: o mangi questa minestra o salti dalla finestra.

10.28.2009

Di cosa discute 'Liberazione'

L'Ernesto, sull'Unità dei comunisti, pubblica un articolo di Andrea Catone inviato a Liberazione (che ha deciso di non pubblicarlo). Poco prima, un pezzo di Fosco Giannini titola: Il dibattito nel PRC sulla Federazione accantona o rimuove la questione dell’unità e dell’autonomia dei comunisti in un solo partito. Si ripropone un nuovo “bertinottismo”? Qui, è contenuta la risposta al perchè nella redazione di un giornale si sceglie di pubblicare o non pubblicare un articolo. La linea editoriale non è solo una presa di posizione nelle discussioni, ma anche e soprattutto la scelta di cosa discutere. Dato che il tempo e lo spazio sono limitati e il giornale, come tutti i media tradizionali, è uno strumento di rappresentazione. Dipendesse da L'Ernesto accadrebbe il contrario: il dibattito sull'unità dei comunisti accontonerebbe quello sulla Federazione. Dunque, cosa è giusto discutere, cosa è giusto accantonare?

Abbiamo fatto un congresso che ha deciso la Federazione della Sinistra. Non l'unità dei comunisti, nè il partito dell'arcobaleno. E' normale che ciascuno mantenga le sue convinzioni, ma non si può vivere in un dibattito congressuale permanente, come se non si fosse mai presa nessuna decisione. Liberazione è il giornale di tutto il partito e non può essere monopolizzato dagli argomenti di una sola componente, peraltro dotata di proprie riviste. La pubblicazione della lettera di Fosco Giannini è stata più che sufficiente.

Ciascuno di noi ha a cuore i suoi argomenti e vorrebbe che il partito e il giornale li trattasse. In parte è anche una spinta narcisistica. L'argomento più bello per eccellenza è la nostra stessa persona e siamo felici ogni volta che si parla di noi, persino quando se ne parla male. Andiamo in estasi quando vediamo pubblicata la nostra firma, in calce ad un articolo, fosse anche soltanto la lettera a un direttore. E ricevere una risposta negativa, è molto più soddisfacente che non ricevere risposta.

Ma lo spazio e il tempo sono limitati, soprattutto lo spazio di un giornale come Liberazione. Il direttore di Liberazione dispone di 16 pagine, non di 24 volumi dell'enciclopedia universale. Così, ogni volta che decide di pubblicare un articolo, decide al tempo stesso di non pubblicarne altri. Deve scegliere. Trattandosi di un organo di partito, la selezione è ispirata alle priorità decise dal partito, in sede congressuale e nei suoi organismi dirigenti.

Inviare un articolo, non essere pubblicati e gridare alla censura, perciò, è un vittimistico atto di protervia. Equivale a pretendere di avere la precedenza sugli altri e di averla sempre. Non basta che sia pubblicato un articolo sull'unità dei comunisti, no bisogna pubblicare anche tutto il corteo pubblicistico dei sostenitori dell'articolo e se il partito ha deciso altre priorità, se altri hanno a cuore altri argomenti e restano tagliati fuori, non importa, stiano a guardare sennò sono stalinisti.

Per fortuna esiste la democrazia, e chi vuole proprio insistere con i suoi argomenti, può farlo con i suoi organi di stampa. Fortuna nella fortuna esiste la tecnologia, e ai tempi di Internet chiunque può farsi un blog, un portale, e divulgare il suo pensiero al resto del mondo. Infatti, nei paesi che piacciono molto agli unificatori comunisti, Internet è particolarmente censurato. Ma nella nostra situazione, gridare alla censura, è il grottesco che assume le sembianze del vittimismo.

Se gli unificatori comunisti sono convinti di avere un vasto consenso, possono chiedere la convocazione di un congresso e presentare una loro mozione per l'unità dei comunisti.

10.18.2009

Sinistre sconfitte per gli immigrati?

La "scomparsa del socialismo tedesco", in una puntata di Otto e mezzo da parte di alcuni commentatori, sarebbe stata attribuita, fra le altre cose al non cogliere da parte della Spd la portata di alcuni fenomeni, tra cui quello dell'immigrazione. In sostanza, la Spd avrebbe perso voti, in quanto non sufficientemente ostile ai nuovi venuti. Ma i voti persi dalla Spd sono andati in maggior parte alla Linke. E la Linke si definisce socialista.

Come che sia, può aver senso rimproverare i partiti socialisti di non essere abbastanza xenofobi e vedere in questo il motivo per cui perdono le elezioni, quando i loro voti vanno alle formazioni xenofobe, come in parte è successo in Italia a vantaggio della Lega, ma quando, come succede in Germania, perdono invece voti verso l'estrema sinistra, quello stesso rimprovero non ha più senso.

Al solito, si prendono le già discutibili analisi confezionate per l'Italia e poi si pretende di cucirle addosso ad altri paesi. Una analisi che, probabilmente calza male anche per noi. Intanto, una sinistra ostile agli immigrati sarebbe una sinistra incoerente con i suoi princpi di fondo: uguaglianza, giustizia sociale, solidarietà. L'incoerenza di fondo con i propri principi causa più debolezza che forza. Ed è forse qui, almeno in parte, la ragione di molte sconfitte. Quando ha governato, la sinistra, nel concedere alla xenofobia, ci ha messo del suo e lo stesso ha fatto dall'opposizione. Si ricordino i centri di detenzione temporanea della legge Turco Napolitano oppure la campagna elettorale securitaria di Rutelli nel 2001, il pacchetto sicurezza antiromeni nell'autunno 2007 da parte del governo Prodi (Veltroni) e la recente legittimazione dei respingimenti da parte di Fassino.

Se la sinistra ha perso è per l'andamento pendolare dell'elettorato nel sistema bipolare. E' perchè la base sociale della sinistra è stata delusa nelle sue aspettative di cambiamento e di giustizia, in nome del risanamento economico, senza mai una contropartita, neppure in un secondo tempo, sul piano dello sviluppo e della redistribuzione del reddito. Si pensi alla costante perdita del potere d'acquisto dei salari dopo l'abolizione della scala mobile (1992-93); si pensi alla Finanziaria 2007, nonostante l'extra gettito fiscale.

Riguardo la sinistra cosiddetta radicale, il suo andamento elettorale è stato oscillante nell'arco di quasi un ventennio, mentre la crescita dell'immigrazione è stata costante. Dunque, è difficile stabilire una correlazione tra i due fenomeni. Nel 2008, la Sinistra arcobaleno è precipitata al 3%, perchè metà dei suoi elettori hanno votato PD con l'obiettivo di impedire il ritorno di Berlusconi, ma nelle Provinciali tenutesi lo stesso giorno delle Politiche, i suoi voti sono stati anche doppi e tripli. La sconfitta alle Europee 2009, è dipesa dalla divisione della sinistra in due liste, rimaste entrambe sotto la soglia del 4%, mentre l'area complessiva aumentava consensi più di qualsiasi altra formazione politica.

Con ciò, non penso che la questione dell'immigrazione sia ininfluente e certamente meriterebbe un maggiore impegno, anche a prescindere da valutazioni elettoralistiche, non sempre fondate, nel senso di una migliore elaborazione delle politiche di accoglienza.

10.16.2009

L'unita dei comunisti

Una lettera aperta di Fosco Giannini a Paolo Ferrero sollecita l'unità dei comunisti. Se avverrà nella forma di una unificazione tra PRC e PDCI non ne farò una tragedia, ma a me sembra una strada sbagliata, per almeno tre ragioni.

La prima è epidermica. Quando nei cortei vedo uno spezzone del PDCI accompagnato da energumeni palestrati con le teste rasate avverto una distanza antropologica. Sarà un mio irrazionalissimo pregiudizio, ma se esteticamente somigli ad un fascista, anche politicamente hai qualcosa che non va.

La seconda è ideologica. I comunisti sono uniti nel passato nel riferirsi a Marx e alla Rivoluzione d'Ottobre o nel lontano futuro nel riferirsi all'obiettivo storico dell'abolizione della proprietà privata. Ma da questi riferimenti passati e futuri, traggono per il presente implicazioni completamente diverse che spaziano dalla non violenza alla simpatia per la Corea del Nord.

La terza è politica. Le differenze tra PRC e PDCI non devono precludere una tensione unitaria, la quale può avere anche sbocchi organizzativi, ma date le discriminante, ciò vale nè più nè meno nel rapporto con le altre sinistre. E' qui è il principale difetto della proposta di unità dei comunisti, quello di essere una unità esclusiva, mentre il tema urgente dovrebbe essere quello di trovare le forme e i modi possibili di unire tutta la sinistra, senza l'ingombro di formule ideologiche oggi sostanzialmente prive di fondamento.

10.12.2009

Sentimento anti-italiano

La saggezza dalemiana recita così: «C'è un antiberlusconismo che sconfina in un sentimento anti-italiano. Una concezione da élite illuminata che vive in un paese disgraziato, l'approccio peggiore che possiamo avere» (L'Espresso, 9 ottobre 2009).

C'è solo il sospetto che lo stesso D'Alema sia un elitario che si sforza di non esserlo o che si rassegna con realismo a convivere in un paese disgraziato. Fu proprio un suo libro a titolarsi «Un paese normale», per indicare la sua prospettiva politica.

Dalla stessa analisi si possono trarre conclusioni diverse.

Se Berlusconi è la cifra dell'Italia o della maggioranza strutturale, è inutile pensare di poterlo battere, tanto vale attestarsi su posizioni di minoranza etica o di minoranza inciucista.


Dal “Discorso sopra il costume presente degli italiani
di Giacomo Leopardi

1. cinismo e scarsità di senso morale, che induce gli italiani a non rispettare nulla e a ridere di tutto

2. assenza di una classe dirigente che sappia unificare il restante corpo sociale su concetti e comportamenti di riferimento. Conseguente mancanza di Stato e della Politica come strumenti di regolazione del "particulare" di guicciardiniana memoria, e sua sostituzione con la famiglia.

3. assenza di una forte vita interiore. Rifiuto della lettura, vista come "piccola morte", prevalenza della cultura orale, assenza del senso tragico compiuto.

4. degenerazione della religione, non interiorizzata, con netta prevalenza dei riti e delle cerimonie sulla coscienza. Il cattolicesimo con la sua casistica di peccati mortali e veniali, propone il lavacro morale periodico tramite la confessione, e ha indebolito il senso morale degli italiani

5. Trasformismo sociale e politico, da mettere in relazione con le vicende della Chiesa Cattolica e della Controriforma in particolare: il passaggio lento e graduale da una posizione all'altra e, spesso, al suo opposto, attraverso mediazioni e solenni documenti più che dallo scontro di forze normalmente avvenuto altrove.

6. "Pensiero debole" in fatto di crimine. Assenza di rigore verso il colpevole e disprezzo per le vittime, anche questo tratto tipico del cattolicesimo indulgente: perdonare per poi farsi perdonare, ma soprattutto per perdonarsi.

7. Furbizia: un approccio mentale molto simile all' esprit florentin, insomma, di chi machiavellicamente, in assenza di forza fisica e morale adeguata, sceglie di essere "più golpe che lione".

8. Gaiezza e vitalismo"


10.11.2009

Tutte le facce dello sfruttamento

La richiesta di parlare meno di Berlusconi proviene spesso da destra, quando ovviamente se ne parla male e da quella parte della stessa sinistra (area Il Riformista), che vede nell'antiberlusconismo una sorta di malattia infantile di non si sa bene cosa.

Ieri, questa critica è stata espressa anche dalle manifestazioni dei metalmeccanici in lotta per il loro contratto, oscurati da quella libera stampa che solo una settimana prima è scesa in piazza per la libertà di stampa.

E' comprensibile, dal punto di vista di un operaio avvertire una inaccettabile sproporzione tra lo spazio concesso allo scandalo escort, alla sola Patrizia D'Addario, in confronto a quello concesso alla questione sociale, ai contratti che non si rinnovano, alle fabbriche che chiudono, ai precari che perdono anche il loro misero contratto a termine ed ogni speranza di un progetto di vita futuro. Anche i precari licenziati dalla scuola pubblica sono uno scandalo così come lo sono quegli anziani di sicura nazionalità italiana che vedo ogni giorno nel mio quartiere rovistare tra l'immondizia nei pressi del mercato e dei supermercati per mettere insieme un pasto.

Eppure non vedo la contrapposizione tra questi temi, e penso che della D'Addario, delle escort, se ne dovrebbe parlare persino di più, perchè tutto si tiene: la mercificazione del corpo delle donne, la compravendita delle persone, che sia in una camera da letto o in un tribunale, e il disprezzo sociale nei confronti degli operai, dei precari, degli immigrati, degli anziani, degli emarginati.

Certo, che la stampa liberale e progressista ignori la crisi sociale, se non dal punto di vista delle imprese e delle banche che devono essere salvate, senza riconoscere spazio e ruolo alla soggettività sociale di chi riesce a organizzarsi e lottare per salvare il proprio posto di lavoro e rivendicare un salario decente, non può essere che motivo di protesta, ma non per chiedere di spostare i riflettori da un punto all'altro, quanto per mettere in relazione le cose e vedere tutte le facce dello struttamento. E se non lo fa Repubblica, se non lo fa Travaglio, facciamo noi con i nostri giornali, i nostri siti, i nostri blog.


Stampa libera, di tacere
di lo.c.

«Cortei e processioni, in centro un altro fine settimana difficile». Bisogna essere grati al «Messaggero» e al direttore Roberto Napolitano di aver dato spazio in cronaca romana, pagina 45, allo sciopero generale dei meccanici indetto dalla Fiom, che ha riversato nelle strade della capitale decine di migliaia di lavoratori. Se non altro sappiamo che per le tute blu, come le processioni, creano disagi agli automobilisti. Sfogliamo la «Repubblica» di Ezio Mauro, dalla prima pagina all'ultima che è la 72°: nulla. Allora sfogliamo anche le 22 pagine di cronaca romana: neanche i problemi al traffico. Altra testata, il «Corriere» di Ferruccio De Bortoli: altre 72 pagine più 24 di cronaca: nulla. Anche chi con i metalmeccanici della Fiom dovrà fare i conti, come il confindustriale «Sole», non dà la notizia. Bravi i direttori, e bravi anche i giornalisti. Bravi soprattutto gli operai metalmeccanici che sabato scorso sono andati in piazza del Popolo a difendere la libertà di stampa dal regime. Libertà utilizzata per cancellare chi si batte per salvarla.
(il manifesto 10 ottobre 2009)

10.10.2009

Solidarietà a Rosy Bindi

«Presidente, sono una donna che non è a sua disposizione». Credo sia questa una delle più belle citazioni televisive degli ultimi trent'anni. Una frase semplice, diretta, sobriamente dignitosa opposta ad un insulto volgare e sessista, di fronte al silenzio inebetito degli altri ospiti maschi e del conduttore di Porta a Porta, maschio anche lui.

Quell'insulto - "sei più bella che intelligente" - non stupisce, perchè è espresso da un personaggio come Silvio Berlusconi il cui immaginario da caserma è noto, ma indigna e preoccupa perchè è comunque espresso dal capo del governo, votato da milioni di elettori, che lui al tempo stesso riflette e riproduce, senza incontrare particolare resistenza.

Qui sta il punto dolente: l'opposizione debole al berlusconismo, come il silenzio di quegli ospiti. Quella parte di società non berlusconizzata, ma pronta ad accogliere l'idea che la compravendita delle donne sia soltanto "gossip", una frivolezza rispetto alle cose serie di cui occuparsi, per esempio la compravendita degli avvocati, dei testimoni, dei giudici.

Minimizzare è una strategia efficace e frequente per celare. Si veda Bonaiuti a proposito degli insulti di Berlusconi: "In momenti di particolare concitazione, sono cose che possono succedere". Già, ma non gli ha dato della "stronza", insulto grave, greve, ma neutro. Gli ha detto "sei più bella che intelligente" insulto grave, greve, ma riferito proprio al suo essere femminile. A Stefano Rodotà non glielo avrebbe detto, non perchè non si sarebbe permesso, ma perchè non gli sarebbe mai venuto in mente. Rodotà è un uomo. Allora, nei momenti di concitazione, succede che ci si sveli e si riassuma in una semplice battuta offensiva, una intera visione del mondo, dei rapporti umani, dei rapporti tra uomo e donna, in cui al primo compete comandare e alla seconda compiacere. La stessa cosa insegna la divisione sessuale del lavoro nella televisione commerciale berlusconiana come nei party di Giampaolo Tarantini. Se la seconda non piace e non compiace, lui la disprezza, la zittisce e prova a rimetterla al suo posto. La concitazione decide solo il tono più o meno urbano. A dar man forte all'onorevole presidente, c'era il signorile Castelli "Parli sempre come una zitella petulante", nonostante fosse più rilassato. Zitella, una che non ha avuto la fortuna di essere scelta da uomini come Castelli.

Le donne del PD hanno preso posizione da Finocchiaro a Melandri. Chiara Saraceno ha scritto un bell'articolo su Repubblica. Il Manifesto ha dedicato due pagine al fattaccio con un titolo fenomenale: "La bella e la bestia". Concita De Gregorio ha scritto il suo editoriale sull'Unità, con un lungo elenco di risposte. Repubblica ha raccolto, a stasera, le firme di 15 mila donne, ad un appello in reazione agli insulti sessisti del presidente del consiglio. Su Facebook, un gruppo di solidarietà con Rosi Bindi, ha raccolto in poche ore, ottomila adesioni. I siti dei principali quotidiani hanno dato ampio spazio alle reazioni. Ma i leader, quelli importanti, che si occupano di cose serie, di cose da uomini, sono rimasti in silenzio, come quei quattro uomini inebetiti di Porta a Porta.

Rosi Bindi l'avrei votata nelle prime primarie del PD. Anche se di origine democristiana, è una persona seria, con principi etici molto forti, laica nei fondamenti, e socialmente piuttosto a sinistra. Il solo fatto che appoggi Bersani, per me rappresenta una garanzia a favore di questo candidato, qualora decida di partecipare al voto. L'ascolto sempre con interesse. Non è bella, è vero, ma non è neppure brutta. Ha l'aspetto normale di una donna della sua età. I suoi lineamenti sono regolari. Trovarmi di fronte la sua faccia in una riunione o in una cena, mi farebbe solo piacere, mentre ad un Giampy Party potrei sopravvivere solo armato di bicarbonato. Non si è tinta i capelli, non si è stirata le rughe, non si è gonfiata la labbra, non si è rifatta i seni, non si è mascherata la faccia. E' normale, naturale, genuina, e tutto questo è bello, comunque più bello della plastica, del silicone, del butolino, del cerone, di tutta quella vacua falsità prominente che appena apre bocca ti fa cadere le braccia, come questa signorina più intelligente che bella, che sarebbe probabilmente di gran successo presso la caserma dei Berlusconi e dei Castelli.

10.09.2009

Dopo il lodo Alfano

Nel 1994 ascoltavo su Italia Radio la telefonata di un ascoltatore dalemiano, il quale con piglio realista e navigato consigliava di pagare l'ultima grande tangente a Berlusconi: garantiamogli l'impunità per tutti i reati che ha commesso e otteniamo in cambio la sua fuoriuscita dalla politica. In fondo, il cavaliere scese in campo a questo scopo: risolvere per via politica i suoi guai giudiziari e i debiti della sua azienda con le banche, dopo il crollo, nel 1992, del suo referente Bettino Craxi, insieme con tutto il sistema di potere democristiano-socialista, sotto i colpi dell'inchiesta moralizzatrice di Mani pulite, il golpe dei magistrati secondo la storiografia ufficiale berlusconiana.

Oggi, qua e là, riecheggia questa idea dopo la bocciatura del lodo Alfano e la reattiva sfuriata anti-istituzionale del presidente del consiglio, che ha iscritto alla sinistra la Consulta, i giornali, i programmi Tv, gli spettacoli comici, e il Capo dello Stato. Telefonando a Porta a Porta è riuscito a svillaneggiare con particolare volgarità anche Rosy Bindi, definendola "più bella che intelligente", perchè si era permessa di giudicare gravissime le sue affermazioni contro il Capo dello Stato, reo di non essere intervenuto sulla Consulta per garantire l'approvazione del lodo. D'altra parte, è noto che il nostro primo ministro, sul piano del rispetto, ha almeno tre punti deboli: la divisione dei poteri dello stato, la legalità e le donne.

Se Berlusconi mostra la faccia feroce per incutere timore, va da sè, qualcuno si intimidisce, anche se Franceschini dichiara che "non ci fa paura". Come che sia, quella vecchia idea di garantire al premier l'impunità in cambio della sua ritirata, o almeno della sua moderazione, è impraticabile. Intanto, perchè il cavaliere nel corso del tempo ha maturato la passione per il potere: fare il presidente del consiglio gli piace e fare il presidente della Repubblica gli piacerebbe ancora di più, oltre la passione per la cura dei propri affari leciti e illeciti.

In secondo luogo, questa via non esiste, perchè le possibilità sono soltanto due: 1) si approva una legge che interviene sulle regole e le procedure dei processi che riguardano Berlusconi, e allora le conseguenze riguarderanno tutti i cittadini, in quanto se si depenalizzano i reati, li si depenalizza per tutti, se si accorciano i tempi della prescrizione, li si accorcia per tutti, se si blocca una determinata tipologia di processi, li si blocca per tutti e dunque, una tale soluzione darebbe un colpo a tutta la giustizia per risolvere i problemi di un uomo solo; 2) oppure si approva una norma ad personam, come il lodo Alfano, e adesso sappiamo che può avvenire solo per via di una legge costituzionale che necessita dell'approvazione di una maggioranza qualificata o di un referendum confermativo, questa la si giustifica e applica in funzione di un ruolo e dunque il beneficiario ne può beneficiare solo se mantiene la sua carica.

Non se ne esce, la soluzione dell'ascoltatore dalemiano di quindici anni fa, nello stato di diritto non trova spazio, perchè alla fine la legge è uguale per tutti. In ogni caso, Ghedini ha assicurato ad Annozero che non succederà nulla, come non successe nulla nel 2004, con la bocciatura del lodo Schifani, e la minaccia di elezioni anticipate, mossa da Berlusconi e Bossi è già rientrata. Il governo andrà avanti con la sua maggioranza, in attesa di una nuova e forte rilegittimazione nelle prossime regionali del 2010. Un nuovo referendum su Berlusconi, preparato da una drammatizzazione (solo verbale) dello scontro politico. Per adesso, le dimissioni del premier le chiedono solo l'IDV, i comunisti e il Times di Londra.

10.07.2009

Tutti gli uomini vorrebbero essere come lui?

Questa idea secondo cui molti uomini vorrebbero essere come Berlusconi, è molto propagandata dagli opinionisti del centrodestra. Ha un nucleo di verità, ma non è tutta la verità. Il resto della verità, a mio parere, dice che molti uomini si identificano nel ruolo di padre o di nonno e proprio non vorrebbero che la loro figlia o la loro nipote finisse tra le braccia di un vecchio porco, secondo la definizione di Paolo Guzzanti. Ma anche rimanendo nel ruolo del "maschio", penso che:

1) Molti uomini non vorrebbero affatto essere come lui.
Io, per esempio, vorrei essere invece come Gad Lerner.

2) Molti uomini vorrebbero essere come lui, ma pensano che essere in quel modo sia sbagliato.
Se ad essere come lui fossero i loro padri o i loro nonni, se ne vergognerebbero. E si vergognerebbero di loro stessi se venissero scoperti ad essere in quel modo.

3) Molti uomini vorrebbero essere come lui, anche conciliando istinti e valori, ma mai e poi mai vorrebbero essere pubblicamente mandati a quel paese dalla loro moglie.

Il seduttore di successo, se è sposato, deve saper tenere tutto insieme.
Se sfascia la famiglia, per correre dietro alle ragazzine, non ci fa una bella figura, di certo non appare particolarmente vincente.

Il giorno in cui Veronica Lario ha detto: "La strada del mio matrimonio è segnata, non posso stare con un uomo che frequenta le minorenni", quanti mariti avrebbero voluto essere come lui?

Patrizia D'Addario a Annozero

Quali novità eclatanti sono emerse dopo l'intervista alla D'Addario ad Annozero? La novità è stata la sua stessa presenza: il pubblico televisivo l'ha vista per la prima volta. Non solo ha sentito la sua versione, ma l'ha anche vista. Vista, espressione del viso, postura del corpo, tono di voce. Anche perciò l'impatto del messaggio televisivo è più forte del suo equivalente in versione cartacea.

Per mesi, in TV quando si è sentito parlare di lei, se ne è sentito parlare in termini denigratori: perchè il grande pubblico non poteva conoscere direttamente il suo punto di vista? Perchè non doveva esserci, fino al punto di mettere a repentaglio la messa in onda della trasmissione? "Il premier sapeva che ero una escort". Davanti a sette milioni di telespettatori. In qualsiasi paese normale, la D'Addario in televisione ci sarebbe andata subito e decine di volte. In una tramissione sull'affare Tarantini, lei è una delle parti in causa. E' quella che ha avviato l'inchiesta o uno dei suoi filoni. E' quella che ha denunciato il capo del governo.

Riguardo la Daddario possibile icona di una sinistra antiberlusconiana, secondo le paure di qualche anti-antiberlusconiano, io la vedo, senza neanche l'attenuante di essere una ragazzina, come un elemento del sistema Tarantini, di quel mondo squallido e marcio così ben incarnato dal cavaliere, in cui la gente si vende e si compra, mette in gioco anima, mente, corpo, la propria dignità in cambio di un favore o di una protezione. Nel momento in cui lei denuncia quel sistema per nobili o ignobili - aspettative deluse, perchè la sua villa non si è trasformata in un residence, non è stata candidata alle Europee, non è stata eletta al consiglio comunale di Bari, ha subito una violazione di domicilio e le sue cose sono state trafugate - la sua posizione diventa simile a quella di un collaboratore di giustizia.

Dal mio punto di vista, non è tanto importante la sorte del singolo, quanto la rottura di quel sistema, a maggior ragione se quel sistema si espande con le sue propaggini anche nelle nostre file, come è successo nella giunta di Bari, dove la corruzione nel rapporto tra sesso e potere si intreccia con quella tra politica e sanità. D'altra parte, lo scudo fiscale non è una grande operazione di corruzione legalizzata? La corruzione è il fondamento di questo sistema, dove tutto ha un prezzo, tutto è mercificabile, e non si divide come l'orario scolastico, perciò non ha senso scegliere un tema o un altro. Bisogna fare opposizione su tutti i fronti, perchè intersecano uno con l'altro.

Qui il "gossip" non c'entra nulla, se poi vogliamo dire che la trasmissione è plebea, è un altro discorso. Santoro non ha "cavalcato la tigre in ritardo" non tanto perchè al momento dello scandalo escort la trasmissione non andava in onda, ma perchè tutto il resto della televisione, che pure andava in onda, non se n'è occupato, anzi ha censurato l'argomento.

Non so valutare se la trasmissione abbia offerto spunti alla magistratura, e in fondo non è il suo preciso compito. L'importante è che abbia offerto spunti ad una opinione pubblica televisiva in gran parte ignara o informata superficialmente e confusamente. Il format delle trasmissioni di Santoro può non piacere, deriva dal Processo del lunedì, però ha il merito di riuscire a raggiungere un pubblico poco colto, che non legge i giornali, non partecipa a convegni, non segue tavole rotonde. Si inserisce nel "pubblico" dell'offerta televisiva "nemica", quella dei reality, dei quiz, della televisione commerciale.

Anche per questo, Annozero è così pesantemente osteggiato: non tanto per quello che dice e mostra, ma per la quantità e la qualità di pubblico che raggiunge, superando i confini tradizionali dell'informazione di sinistra, che magari dice le cose giuste nel modo giusto, senza turbare nessuno. Non dico che Santoro debba essere allora il modello. Però, mi sembra opportuno che ci sia anche lui e in ogni caso è ingiusto che sia censurato.

Gossip

Un'altra parola usata per arginare gli scandali politico-sessuali di Silvio Berlusconi è Gossip. Per Aldo Grasso sul Corriere, il gossip è stato sdoganato in televisione da Annozero, trasmissione ritenuta di sinistra; il nuovo direttore del Tg1 Augusto Minzolini dice gossip, per giustificare il fatto che il suo telegiornale di queste cose non parla.

La parola, Gossip, in questa situazione, è una mistificazione.

Col termine gossip (che l'italiano ha preso in prestito dall'inglese) si intende il pettegolezzo nei confronti dei VIP e dei personaggi dello spettacolo (Wikipedia).

s.m.
1 AD chiacchiera inopportuna, spec. malevola, su fatti altrui: non dar retta ai loro pettegolezzi, non sai l’ultimo p.! | il fare chiacchiere futili e oziose, lo spettegolare: il gusto del p.
(De Mauro)

Berlusconi, nelle sue frequentazioni con escort e minorenni, non sfrutta una posizione di VIP o di personaggio dello spettacolo, cioè di un ruolo che non richiede alcuna forma di legittimazione democratica, non ha nessun titolo di rappresentanza istituzionale non deve offrire alcun tipo di garanzia. Sfrutta la sua posizione di Presidente del Consiglio.

Qui non abbiamo un uomo di spettacolo, ma il capo del governo; non abbiamo storie d'amore e gelosia, ma storie di prostituzione e di induzione alla prostituzione; non abbiamo in gioco risorse private, ma risorse pubbliche e persino istituazionali; non abbiamo chiacchiere private e pettegolezzi, ma documenti e denunce pubbliche.

I documenti che lo accusano, non sono chiacchiere private, sono intercettazioni telefoniche, testimonianze, pubbliche accuse fatte alla luce del sole.

Illazioni

Una parola molto usata in ambito berlusconiano per arginare il papigate è illazioni.

L'illazione è una supposizione ingiustificata. Ma nel caso del papigate, le supposizioni sono più che giustificate.

E' irrilevante se Papi si sia comportato come l'utilizzatore finale riguardo la sfera più intima con la escort e la minorenne, o solo la escort o solo la minorenne. Tra l'altro è dubbio che egli sia in grado di utilizzare finalmente chicchessia, meno che mai grandi quantitativi.

L'oggetto del peccato, e quello che accomuna le sue frequentazioni, non è il sesso, ma un rapporto di scambio. Che sia la semplice busta, che sia la ristrutturazione di una villa, che sia il posto in lista, che sia un posto di lavoro, che sia una comparsa in televisione, il presidente del consiglio scambia favori, grazie anche alla sua disponibilità di risorse pubbliche, con prestazioni personali. Quali? Che si tratti di sesso, di coccole, di compagnia, di semplice conversazione, non ha nessuna importanza. Molti clienti vanno dalle prostitute solo per parlare e poi le pagano. E' sempre un rapporto mercenario.

La stessa Noemi, in più di una intervista, ha dichiarato che lui gli ha prospettato la carriera politica o nel mondo dello spettacolo. Perchè? In cambio di cosa?

Quando Berlusconi ha voluto dare, persino in prima serata a Porta a Porta, una spiegazione sulla causa, l'oggetto, lo scopo di questa frequentazione, dopo la richiesta di divorzio di sua moglie Veronica Lario, ha dato prima una serie di versioni contraddittorie una con l'altra e anche con quelle fornite dal padre della ragazza. Poi, quando è stato sbugiardato, si è trincerato nel silenzio, rifiutandosi di rispondere alle famose dieci domande di Repubblica.

Nel caso di Patrizia D'Addario e le altre ragazze è anche peggio: come è perchè sono invitate più volte a Palazzo Grazioli, come e perchè alcune finiscono candidate alle elezioni. In assenza di spiegazioni plausibili, le supposizioni più ovvie sono lecite ed è lecito parlarne anche sui media, anche in televisione.

10.05.2009

Papi e escort: che male c'è?

Perchè c'è qualcosa di rilevante nel fatto che Silvio Berlusconi abbia rapporti con le escort?

In generale sono per la legge svedese: carcere per i clienti. Il rilievo può essere penale, o politico, o morale. Può essere penale se oltre ad avere rapporti con loro, le organizza, le induce. Lui o altri che lo fanno per lui. Esiste il reato di favoreggiamento e  di induzione alla prostituzione.

Può essere politico, se a frequentare prostitute è lo stesso premier che promuove leggi contro la prostituzione o per la multa o l'arresto dei clienti delle prostitute. E se, nel frequentarle si mette nella posizione di essere ricattato, se getta il paese che rappresenta nel ridicolo di fronte all'opinione pubblica internazionale. Può essere politico e penale se per ricompensare le prostitute usa risorse pubbliche e istituzionali, quali posti di lavoro nella pubblica amministrazione, nella Rai, candidature ed elezione nelle assemblee elettive.

Può essere morale, se nel suo rapporto con le prostitute, assume un comportamento pubblico, esplicito che propone un certo modello del rapporto uomo donna o del ruolo della donna.

Se ne parla troppo, bisognerebbe parlare invece di più di altri temi, come afferma Massimo Fini (e non solo lui) in polemica con Michele Santoro? Non vedo la contrapposizione con l'attenzione verso la crisi economica, tesi peraltro sostenuta anche da Paolo Ferrero, secondo cui le questioni importanti sono altre. Secondo me, le questioni di costume, di cultura, di mentalità, specie nel rapporto tra i sessi, sono molto importanti. In fondo, Berlusconi vuole imporre la censura su entrambi i temi: non vuol dare la pubblicità a chi parla della crisi, vuol denunciare chi parla dei suoi scandali.


Traduzione della vignetta pubblicata sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung:
 "Signora, mio marito è disoccupato, il padrone di casa ci ha dato lo sfratto. i bambini hanno fame. Non potrebbe mica, quando le capita, parlare del mio caso con il signor Berlusconi?"