11.12.2009

Comunisti: nostalgici e rifondatori

L'Ernesto torna a lamentare la censura di Liberazione, perchè il direttore non ha pubblicato un articolo di Andrea Catone contro l'articolo di Paolo Ferrero sul ventennale della caduta del Muro di Berlino, poichè quell'articolo non voleva aprire un dibattito sull'argomento.

Sono d'accordo con la scelta del direttore di Liberazione. Aprire un dibattito sull'articolo di Ferrero sul giornale del partito equivarebbe a dire che il giudizio politico sull'esperienza delsocialismo reale è, per il partito, ancora un nodo irrisolto. Saremmo quelli che, in rapporto a quella esperienza, la pensano alcuni bene, alcuni male, ma il partito in sè, una sua visione coerente non l'avrebbe. E dunque, una delle sue opzioni possibili sarebbe lariproposizione di quel modello o il rapporto alleatorio con stati che in qualche modo e misura si ispirano ancora, in tutto o in parte, a quel modello. Credo e spero che il partito non sia in questo stato e sono d'accordo nel fatto che non dia di sè questa immagine.

Per questo l'unità di tutti i "comunisti" (sedicenti tali) non ha senso. Ha senso l'unità dei comunisti che perseguono la rifondazionevolta a coniugare giustizia e libertà e ha senso l'unità dei nostalgici del collettivismo burocratico. Ciascuno per la sua strada. Mi si obietta a questo punto, che le divisioni sul passato non devono inibire l'unità oggi e che questa unità può fondarsi sulla contraddizione capitale-lavoro, sulla centralità della classe.

In linea di principio sono d'accordo, le divisioni sul passato non precludono necessariamente l'unità sul presente e sul futuro. Se i tot partiti della sinistra esistenti confluissero in uno o si dessero una forma organizzativa unitaria, un coordinamento, una federazione come proponiamo, sarei più che contento. Purtroppo questi partiti sono divisi, in modo neppure ordinato, per cui alcune "sensibilità" risultano persino trasversali ad essi. Io stesso sono plurisensibile. Non sono mai stato antisovietico. Non festeggio la caduta del Muro, non sono stato contento nel 1989. Penso che quell'evento sia qualcosa di simile alla morte di Eluana Englaro. Una cosa che è avvenuta molto tempo prima, forse proprio quando il muro è stato tirato su. Se la tua gente scappa dall'altra parte e per trattenerla devi chiuderla dentro, hai già perso. La tenuta della reclusione è solo questione di tempo.

Dato che così è successo, vediamo cosa c'è di buono, quali sono le opportunità. Una è quella di emancipare definitivamente la cultura comunista da una concezione geopolitica del conflitto. Si dice la classe ed io sono proprio d'accordo. Ha senso unirsi sulla base di una ispirazione originaria, quella che vede nella classe operaia, nei soggetti collettivi, il soggetto della trasformazione. E penso che questo non si concilia con una impostazione diversa che continua a vedere invece il soggetto della trasformazione in uno stato, in una coalizione di stati, in un asse del bene. E che giudica gli operai, gli studenti, le donne, rivoluzionari o controrivoluzionari a seconda delle piazze che occupano.

Si tratta in fondo solo di una minoranza. Ma dato che abbiamo alle spalle una storia che pesa come un macigno, anche una minoranza nostalgica è molto ingombrante, perchè in assenza di una storia nuova, finisce per essere molto più facilmente riconoscibile e identificabile. A giugno qui a Torino, Ferrero disse sulle condizioni di un rilancio della rifondazione comunista che: 1) il partito deve stare dentro la crisi, dentro il conflitto sociale; 2) il lavoro interno deve essere funzionale al lavoro esterno; 3) occorre lavorare ad una nuova narrazione del comunismo; 4) bisogna partire da quello che c'è, dalle forze che compongono la nostra lista, per poi provare ad allargare il campo. Purtroppo, riguardo la terza condizione, finchè manca la narrazione nuova, nell'immaginario collettivo continua a valere quella vecchia. E noi continuamo a convivere (e a confonderci) con una minoranza petulante che insiste nel raccontare la narrazione vecchia. Questo secondo me è un problema.

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