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11.04.2009

Pubblicare le foto senza censure cautelari

Le immagini, i video, se e quando ci sono, vanno pubblicati. Non da soli, come illustrazioni di un testo o di un discorso, oppure accompagnate da una didascalia esauriente, ma vanno pubblicati. Con tutte le avvertenze del caso, ma senza censura.

Voglio poter decidere io, se posso conoscerle. Preferisco non sia un giornalista a decidere per me. Se mi trovassi in mezzo ad una guerra o testimone di un omicidio o di una violenza, vedrei tutto quello che c'è da vedere. Perchè allora la notizia di questi eventi deve essere parziale, solo verbale? Perchè il nostro stato o stati nostri alleati possono bombardare un paese da conquistare o ricostruire e noi non possiamo vederne l'effetto, per giudicare se davvero ci piace? Perchè nelle nostre carceri si picchiano, si uccidono i detenuti e noi non possiamo vederne i lividi, le ferite, i volti tumefatti, i cadaveri, per valutare se questo è tollerabile, se e quanto vogliamo attendere per conoscere la verità, o per accontentarci delle parole rassicuranti di un ministro, della retorica dello spirito di corpo? Perchè, un politico può essere ricattato con un video, che possono visionare editori, direttori, giudici, politici, ed io non posso vederlo, non posso valutare con i miei occhi, con la mia testa? Perchè un detenuto malmenato può ascoltare l'istruzione di un capitano che dice che bisogna picchiarlo di sotto, non in sezione, ed io non posso ascoltarne la registrazione o leggerne la trascrizione sul giornale?

Sarà sensazionalismo, spettacolo, morbosità - dipende da come si rappresentano i documenti, dalla professionalità dei giornalisti - ma è sempre meglio della censura. La morte di Stefano Cucchi è diventata un caso centrale, nazionale, nel momento in cui sono uscite le foto del suo corpo martoriato. E' una grande pena vederle. Ma perchè la grande pena dovrebbe essere solo del padre, della sorella, di chi lo ha visto all'obitorio, mentre magari la notizia resta relegata nelle pagine di cronaca, senza che il ministro La Russa debba neppure esternare la sua dichiarata ignoranza dei fatti e le sue certezze sulla assoluta correttezza dell'Arma dei Carabinieri? Perchè la protezione della mia sensibilità, del mio equilibrio, della mia emotività, del rischio della mia assuefazione, deve servire per proteggere i responsabili di un abuso, o peggio, di un comportamento atroce?

I tempi del giornalista che si fa blogger

Il post che vedete qui a fianco è tratto dal blog di Vittorio Zucconi ed è stato ripreso da Luca Sofri, come prova di grande pazienza.

Senza nulla togliere a questa virtù e a chi la possiede, credo ci sia un fraintendimento tra modi di comunicare in situazioni diverse. Il tempo di Internet è l'immediatezza: penso, scrivo, invio e pubblico quasi nello stesso istante. E' il mezzo che lo consente e nell'uso di questo mezzo sviluppo una psicologia da fumatore di sigarette. Il frutto può essere buono o cattivo, a volte anche l'immediatezza può dare buoni risultati, ma di questo solo si tratta.

Proprio perchè quello che scrivo adesso non è particolarmente saggio e vale soprattutto adesso, non c'è motivo che attenda ore per vederlo pubblicato, quando ormai magari lo scriverei in modo diverso, o quando ormai la mia testa è concentrata altrove. Funziona così nelle conversazioni personali o in quelle espresse a voce. Se esprimo una opinione ad un mio conoscente, amico, familiare, vicino di casa, collega di lavoro, non accetto che lui mi risponda quattro ore dopo aver fatto tutte le verifiche, voglio un cenno di risposta subito, un ritorno istantaneo che dia riconscimento al mio impulso. Se parlo ad una assemblea, voglio sentire subito la mia voce, non la versione registrata dopo mezza giornata. Andrei nel panico se parlassi e non sentissi quello che sto dicendo, perchè non è stato ancora visionato. Ecco, Internet, i blog, i forum, funzionano un po' così.

Tutt'altra filosofia comunicativa quella della carta stampata: prima medito, magari faccio delle ricerche, imposto una scaletta di argomenti, butto giù una bozza, tolgo il superfluo, correggo, integro, la riscrivo, la invio ad un correttore di bozze, qualcuno ne discute l'opportunità di pubblicazione, poi finalmente viene pubblicata. Che sia un articolo o una lettera al direttore, vede la luce il giorno dopo. Va bene anche così: c'è la sede dell'espressione immediata e quella dell'espressione meditata e differita. C'è il fumatore di sigaretta e quello della pipa. Se io mando una lettera a Repubblica, è giusto che mi adegui a questi ritmi, anzi li dò per scontati, ma se un giornalista di Repubblica fa un blog, forse deve adeguarsi anche lui. C'è il problema dei messaggi incivili. Potrebbe essere l'occasione per creare un posto di lavoro: quello del moderatore.

9.27.2009

Bar Sport

Si aggira per il web lo spettro di una delusione: i contenuti di blog e forum stanno molto al di sotto per qualità e innovazione a quelli dell'informazione tradizionale e riproducono luoghi di discussione quali il bar sport e l'assemblea condominiale. L'affermazione è corretta, ma il tono deriva da una aspettativa sbagliata.

Il web è soltanto un mezzo di comunicazione che riproduce quel che c'è. Rispetto ai vecchi media cambia solo nell'essere interattivo. Gli autori di libri e giornali vi portano la loro qualità e lo stesso fanno gli avventori dei bar sport. Nell'interazione, le due parti possono entrare in diretta relazione tra loro e capisco che, dal punto di vista di leader e intellettuali, questo possa essere anche una seccatura. Mettersi in gioco con chi non sempre sa giocare è un rischio elevato. D'altra parte, questa difficoltà la incontrano ogni giorno centinaia di docenti nel rapporto con i loro allievi, bambini, adolescenti, ragazzi. Riuscire a tenere una classe è una grande impresa, che costa fatica e sudore ed è inutile prendersela con il fatto che la maggior parte degli alunni sono discoli anzichè disciplinati bambini prodigio o almeno diligenti figli d'elité. Merito della scuola dell'obbligo, la scuola di massa, è quello di elevare un po' tutti, far salire la media, anche se poi alla fine il numero delle eccellenze resta sempre lo stesso.

Così è per la libertà di espressione in rete: tanta gente non abituata a scrivere, a commentare, a discutere, argomentare, confutare, strutturare un discorso, inizia maldestramente a farlo, e impara qualcosa. Leggerci non sarà istruttivo per altri, ma scrivere diventa istruttivo per noi, una forma di autodidattica involontaria, un effetto collaterale del nostro passatempo. Qualcuno da qualche parte, messaggio dopo messaggio, avrà forse composto una nuova Divina Commedia o riaggiornato Il Capitale, ma se non è capace di indicizzare le sue pagine nei motori di ricerca, se come si usa in cybergergo non è "seo", resterà nascosto e introvabile come un ago in un pagliaio, ma questo non è un inconveniente nuovo.

Chissà quante opere letterarie, musicali, artistiche ci sono sconosciute, solo perchè i loro autori non sono stati scoperti da nessuno, non hanno mai avuto un editore, un talent scout, una casa discografica, qualcuno che li scoprisse e li facesse conoscere al resto del mondo. Con la rete, qualche possibilità in più forse c'è. Per il resto la qualità è quella che emerge nei siti dell'informazione tradizionale, nei blog segnalati dalle vette delle classifiche di BlogBabel o dai blogroll dei migliori blogger d'autore, già noti per la loro produzione cartacea, e magari oggi meglio conosciuti e valorizzati dal grande pubblico, come per esempio, Noam Chomsky.

9.16.2009

Informare e diffamare

Il volterriano Fabrizio Rondolino ha proposto su Facebook di aprire la manifestazione per la libertà di stampa con lo striscione "Viva Ezio Mauro, viva Vittorio Feltri". Io preferisco: "Viva Ezio Mauro e persino Vittorio Feltri". Giusto difendere la libertà di entrambi, ma segnamo la differenza. Posso capire il senso dello slogan: meglio avere la libertà di stampa insieme con la libertà di diffamazione, che negare la libertà di diffamazione negando anche la libertà di stampa. Tuttavia, le due cose sono diverse e non sarebbe sbagliato provare a stabilire un confine, per quanto labile, mentre anche Capezzone, portavoce del PDL prova a trincerarsi nell'equiparazione, sia pure in senso opposto a quello suggerito da Rondolino.

Si può discutere se la campagna su Berlusconi sia gossip o politica, se sia giusto collocare le notizie sui suoi scandali sessuali in prima pagina, in tante pagine, tutti i giorni, o se meritino una rilevanza minore. Comunque sia, restiamo sempre nel campo dell'informazione. C'è un fatto attuale inconsueto, una dichiarazione, una intervista, una rivelazione, una foto, un documento nuovo. Il direttore la reputa giornalisticamente interessante, secondo il suo soggettivo punto di vista, e la propone nello spazio e per il tempo che ritiene congrui, anche a seconda delle reazioni dei soggetti coinvolti: si sottopongono al giudizio pubblico, si sottraggono, chiariscono, si contraddicono, interloquiscono, minacciano, etc. Un caso può sgonfiarsi subito o prolungarsi per mesi, se il protagonista reagisce in modo adeguato o inadeguato. Credo che il modo di informare di Repubblica, de L'Unità, de Nouvel Observateur, tanto per citare i tre quotidiani querelati dal nostro presidente del consiglio, si inquadri in questo metodo, al servizio dell'informazione e magari anche della lotta politica. In questo, non c'è nulla di male, purchè la lotta politica non sia parassitaria dell'informazione, ma contribuisca ad essa. L'impulso alla lotta politica può funzionare da volano all'informazione, essere motivante, stimolante, purchè alla fine l'informazione ci sia. Tanti giornali di orientamento diverso garantiscono il pluralismo e l'equilibrio.

Diversa è la situazione in cui l'informazione è solo uno strumento di lotta politica, ma la lotta politica non concede un grammo di informazione, come probabilmente succede nei casi di Boffo e di Fini. Notizie mezze vere o del tutto false sono proposte con linguaggio allusivo, fatti datati e noti, vengono riattualizzati, rilanciati e divulgati come rivelazioni, le notizie imbarazzanti o lesive dell'immagine di qualcuno, vengono conservate nei cassetti in dossier privati, pronte ad essere estratte a scopo di ricatto e intimidazione, a secondo della necessità di colpire questo o quel personaggio, politico o giornalista, perchè in contrasto con il proprio editore, datore, leader politico di riferimento, in modo che quell'avversario sia disposto a più miti consigli e persino egli stesso a proporre il patto del candidato Stevenson: "Se lei la smette di raccontare menzogne su di me, io la smetto di raccontare la verità su di lei".

9.03.2009

Il codice Gianduja

Il mio amico Stefano Tallia dà il benvenuto a Giudabastard, titolo del filo conduttore dei suoi prossimi post del suo blog. Nel primo messaggio, spiega il significato della parola. "Tradotto letteralmente altro non sarebbe che una generica imprecazione contro il più traditore tra gli apostoli. Chiunque abbia vissuto anche un solo mese a Torino sa però che quella parola, pronunciata con quel tono a metà tra lo stupore e l'ironia, possiede in realtà ben altre accezioni." Resto interdetto - anche solo un mese a Torino - io a Torino ci vivo da 43 anni e Giudabastard, come espressione dialettale non l'ho presente. Dal mio ambiente familiare di origine torinese, ricordo solo "boia faus". I miei nonni materni parlavano dialetto e anche mia madre quando parlava con loro. Inoltre lo parlavano le mie prozie. Un nostro cugino di Nichelino e la sua famiglia, sua moglie calabrese parlava un perfetto piemontese, e solo quello. E lo parlavano molti vicini di casa dei mie nonni. Ma giudabastard non lo ricordo proprio e di recente non l'ho mai sentito. Non discuto l'esistenza della parola, ma la probabilità di ascoltarla, quindi anche solo un mese a Torino, credo non basti affatto. Il dialetto piemontese, in città, è quasi una lingua morta, un codice segreto coltivato da una minoranza etnica in condizioni di assoluta clandestinità. Se qualcuno si mette a parlare in piemontese, alla luce del sole, nel centro di Torino, sprovvisto di documenti, potrebbe persino rischiare l'arresto e la reclusione nel centro di Corso Brunelleschi, in attesa dell'identificazione.

Esagero? Mica tanto. Ricordo, durante i primi giorni di maternità di mia moglie, all'ospedale Maria Vittoria eravamo convinti che le mamme straniere venissero ricoverate in stanze tutte per loro e nella nostra stanza, in effetti, erano tutti stranieri. C'era mia moglie, ungherese. Di fianco, una ragazza cinese, con tutti i suoi familiari cinesi. Stranieri e al tempo stesso no, perchè sapevamo cosa erano: cinesi. Avevano gli occhi a mandorla, i connotati dell'estremo oriente, parlvano cinese. Al massimo avremmo potuto confonderli con i giapponesi, i coreani, i vietnamiti. Ma insomma, era chiaro, evidente, che provenivano da quella parte del mondo e in questa evidenza potevano risultarci familiari. Di fronte a loro, c'era una mamma di pelle scura che parlava lo spagnolo. Ovvio, veniva dall'America Latina. Potevamo non essere certi che fosse equadoregna, come ci ha detto, potevamo confondere la sua lingua con il portoghese, e crederla brasiliana, ma insomma anche la sua origine ci era pressoché nota. Era una latino americana. E a me, tutta questa varietà etnica piaceva molto anche se mi faceva sentire un po' straniero in patria. Ho provato un po' di disagio soltanto per la coppia che si trovava di fronte al nostro letto. Erano di carnagione chiara, lei bionda, ma parlavano una lingua incomprensibile, che non riuscivo ad associare a nessun gruppo linguistico. Pensavo: verranno dall'est. Chiesi a mia moglie, lei ungherese, magari li riconosce. E invece no. Gli stessi ungheresi parlano una lingua estranea a quella dei paesi loro confinanti, che appartiene al gruppo ugro-finnico, di origine centro asiatica. I loro parenti più prossimi pare siano i finlandesi. E così anche mia moglie, tirava a indovinare. Forse sono slovacchi. O bulgari? Magari sono dell'Ucraina. O della Moldavia? Verranno mica della Transnistria? Niente da fare, se sono qui, capiranno l'italiano, troppo curioso, provo a chiederglielo. Parlate italiano? Si... Posso chiedervi da quale paese venite? Noi? Siamo di Torino! Parlavano uno strettissimo dialetto torinese, che non avevo mai udito prima di allora.

8.14.2009

Quel che conta è la percezione?

Affermare che quel che conta è la percezione, significa rinunciare a cambiare la realtà e la sua rappresentazione. Nel caso dei migranti la percezione riguarda l'equiparazione immigrazione / criminalità.

Una percezione condivisa, prevalente, maggioritaria? Magari, io non lo percepisco, ma sono convinto che gli altri lo percepiscono. Esiste anche una percezione della percezione, l'idea che la gente pensi e agisca in tal mondo, intendendo come "gente" sempre una entità altra di cui non facciamo parte.

Quindi, abbiamo due percezioni: gli immigrati sono mediamente più delinquenti di noi e gli italiani (gli altri) sono di conseguenza diventati un po' più razzisti.

Che queste due percezioni siano corrispondenti alla realtà, non esiste nessuna prova. Possiamo considerare alcuni indizi e costruirci sopra delle ipotesi, ma gli indizi non sono una prova e le ipotesi non sono una realtà assodata.

Esistono inchieste da cui risulta che gli italiani indicano la sicurezza come una delle priorità nazionali, ma altre inchieste danno risultati diversi, mettendo in cima ai pensieri nazionali l'occupazione, l'economia. Dipende da come viene condotta l'inchiesta e dal periodo. Dipende da cosa si occupano giornali e televisioni, a cosa danno maggior risalto.

In una inchiesta del Censis di alcuni anni fa, agli intervistati che ponevano la sicurezza in cima alle loro preoccupazioni si chiedeva di specificare da quale dato di esperienza facevano derivare questa loro indicazione ed essi rispondevano in una percentuale di circa il 90%: da quel che apprendiamo dall'informazione di giornali e TV. Dunque, sono giornali e TV che decidono di cosa dobbiamo preoccuparci, a volte in conformità con quanto realmente accade, a volte no. Come ha spiegato Ilvo Diamanti l'enfasi televisiva sulla criminalità, non segue l'andamento dei reati.

Poi, c'è da considerare la psicologia dell'intervistato. Le risposte che dà, corrispondono a quanto realmente pensa, relazionandosi con spontaneità all'intervistatore, o sono parte di un gioco di ruolo? Una persona distinta, con un microfono, un taccuino, una penna, magari una telecamera, si rivolge a me oppure mi telefona una voce professionale, per chiedermi quali sono i principali problemi del paese. Allora, cerco di dare una risposta responsabile, competente, come si deve, come farebbero i politici, gli esperti, quelli che di solito parlano in televisione. Compio una sorta di imitazione e rispondo per sentito dire. Questo atteggiamento, quanto incide sull'esito dei sondaggi?

8.03.2009

Attendere l'ispirazione?

Questa sera non ho nulla da scrivere. Come in molte altre sere, in verità. Per buon senso, ho sempre ritenuto che quando non si ha nulla di dire, sia meglio stare zitti, evitare di intervenire solo per giustificare la propria presenza.

Però, in varie riunioni mi è successo di iscrivermi a parlare lo stesso, confidando che, nell'attesa o al momento del mio turno, qualcosa da dire sarebbe saltato fuori, come se la difficoltà fosse stata solo quella di superare un blocco. Tante volte è stato così. Qualche volta però davvero non avevo nulla da dire.

Per un blogger forse è lo stesso. In ogni caso, è un dilemma sempre verde: scrivere solo quando si ispirati e, in caso contrario, attendere l'ispirazione o provare a scrivere lo stesso, rispettando una scadenza, magari giornaliera? Sono propenso a seguire la seconda regola.

Attendere l'ispirazione può diventare una abitudine e far passare un giorno, due giorni, tanti giorni, fino a lasciare il blog, perchè quando arriva l'idea, a quel punto, ha poco senso metterla per iscritto in un luogo abbandonato. E poi, chissà quando succederà un'altra volta.

Inoltre, è bene accettare i propri limiti e quindi il fatto che in un flusso di pensieri, molte cose siano poco originali, un po' banali, mediocri e che solo ogni tanto si riesca a dar forma a qualcosa di cui si possa esser contenti. Se anche si scorrono i blog d'autore, si vede che è così: ci sono alcune perle tra tanti post che non saranno ricordati tra le "Opere scelte".

Ma soprattutto, vale un fattore allenamento. Aspettare l'ispirazione è un po' come aspettare di aver voglia di andare in palestra. La voglia viene andando, e magari tornando sei soddisfatto di aver deciso di andarci. Abituarsi a scrivere, parlare, intervenire con regolarità, alla fine aiuta anche l'ispirazione. Come in palestra, in piscina, su una pista ciclabile, o in un parco di corsa, si mettono in azione i muscoli, davanti alla tastiera o ad un microfono, si mettono in azione le idee. Magari con qualche acciacco, ma pazienza.

8.02.2009

Rispetto le idee altrui?

Rispetto le idee altrui? Le giudico? Cioè, emetto nei loro confronti giudizi di tipo statico sanzionatorio? Me lo chiedo perchè a volte mi viene rimproverato, così come a volte mi viene invece rimproverato di non accettare le critiche, le opinioni diverse dalle mie, proprio perchè respingo un giudizio di questo tipo, un giudizio statico sanzionatorio: il rifiuto in luogo di una contro argomentazione, o più semplicemente una delegittimazione.

Alcuni esempi di questo tipo di giudizio sanzionatorio e delegittimante che esprime il rifiuto della posizione altrui, del merito di quanto afferma, sono: l'accusa di antiamericanismo rivolta a coloro che si opponevano alla guerra in Afghanistan e in Iraq; l'accusa di antisemitismo rivolta a chi critica la politica di Israele nei confronti dei suoi vicini palestinesi; l'accusa di anticlericalismo rivolta a chi vuole affermare principi e regole fondate sulla laicità dello stato; l'accusa di antiberlusconismo rivolta a chi vuole fare l'opposizione al governo della destra; l'accusa di antisovietismo rivolta ai dissidenti in URSS.

Il merito della critica è ignorato, chi esprime la critica viene marchiato come un traditore o un nemico a priori. Se ad una mia critica ricevo questo tipo di risposta, naturalmente la rifiuto, cioè ribadisco la mia legittimità ad esercitare la critica e a pretendere che sia considerata nel merito.

Non tutti i giudizi sanzionatori agiscono la delegittimazione come fosse un lungo lancio di pallone che sorvola tutto il centrocampo per arrivare a insidiare direttamente in prossimità la porta avversaria, secondo la tattica di gioco dell'Unione sovietica ai mondiali messicani del 1986. Un giudizio sanzionatorio può affrontare anche il centrocampo e dimostrare l'illegittimità delle opinioni che rifiuta, fin quasi a proporre una sorta di reato di opinione.

E' sempre illiberale il reato di opinione? Non lo so, a mio avviso ci sono almeno quattro situazioni in cui le opinioni altrui sono a rischio di legittimità. 1) Quando mettono in discussione la libertà degli altri, senza che questa invada la propria nè quella di nessun altro. Consistono nella imposizione di una limitazione fine a se stessa, inutile o persino dannosa. Idee di questo tipo sono in genere moraliste, fondamentaliste, ideologiste. 2) Quando generalizzano la colpa, violando di fatto il principio di responsabilità individuale. Consistono nell'identificare un gruppo con alcuni comportamenti negativi. Idee di questo tipo sono in genere razziste, xenofobe, misogine, omofobe. 3) Quando incitano all'odio e alla violenza. Consistono in una minaccia. Idee di questo tipo sono in genere autoritarie o eversive. 4) Quando divulgano una falsità evidente. Consistono in una mistificazione. Idee di questo tipo sono in genere negazioniste, complottiste, paranoiche.

Di fronte a questo tipo di opinioni, si, la mia reazione non è solo di dissenso, ma è anche delegittimante.

7.03.2009

Meglio il nome o il nickname?

Di norma, preferisco presentarmi con il mio nome, è più serio e più credibile. In rete, ho iniziato a scrivere in una mailing list di Politica (la Città invisibile) ai tempi della guerra del Kosovo, e il mio username corrispondeva al mio nome e cognome. Lo stesso ho fatto nel forum ufficiale dei Ds. Mentre nella mailing list prevaleva l’abitudine di presentarsi con il proprio nome, nel forum invece prevalevano i nickname, i quali a scopo polemico potevano anche finire citati nel titolo di un thread. Così mi sono adeguato alla stessa usanza. In principio ho pensato di scrivere a mio nome gli articoli “seri” e con il nickname quelli “polemici”, ma ho lasciato subito perdere, perchè gli articoli che mi sembravano riuscire meglio erano proprio quelli firmati dal nickname (Roderigo) e quello è rimasto in tutti i forum, in tutti i blog da dieci anni a questa parte. Ma nel momento in cui si forma una vera e propria identità virtuale, questa finisce per assumere le stesse esigenze dell’identità reale: si forma un suo status, una sua reputazione, una sua immagine, che deve poi confermare e tutelare. La maschera diventa una cosa seria e i vantaggi che dovevano derivarne, la deidentificazione e il decentramento, durano molto poco, salvo clonarsi di continuo. Ma questo non ho mai voluto farlo, ho sempre preferito provare ad interpretare più modi di essere con lo stesso personaggio.

Con ciò non voglio dire che sia più giusto in assoluto presentarsi con la propria identità reale o con una identità virtuale stabile nel tempo, come uno pseudonimo. La scelta dipende dalla propria motivazione, dalla propria voglia di giocare e a quale gioco si vuole giocare. L’importante è mantenere un comportamento corretto. Le modalità di comunicazione della rete hanno effetti diversi da quelle della cosiddetta vita reale. Uno su tutti e il fatto che in rete il verbo sì vola, ma non si dissolve, lascia traccia ad ogni passaggio ed è una traccia fuori dal controllo del suo autore, fosse anche il suo blog. In qualsiasi momento posso cancellare questo blog e qualsiasi cosa vi ho scritto, ma il contenuto resterebbe nella cache di Google, o in altri riproduttori, o potrebbe anche essere copiato e incollato in altri blog. L’anonimato diventa così una forma di difesa dal rischio che tutto quello che scriviamo un giorno potrà essere usato in modo documentato contro di noi.

A proposito di nomi e di nickname riporto uno scritto di molti anni fa tratto da un forum ormai estinto. Purtroppo non sono in grado di citare l’autore.


Il significato dei nicknames

NOME INTERO: i forumisti che hanno scelto come nickname il proprio nome di battesimo sono persone ben inserite. Hanno un sacco di conoscenze e tendono a socializzare senza difficoltà. Schietti, aperti, impulsivi, non amano mettersi al centro dell’attenzione ma ci finiscono sempre. E tutto sommato gli va bene. Spesso sono i veri leader.

NOME ABBREVIATO: coloro che utilizzano spezzoni del proprio nome o nomignoli coi quali amici e parenti li hanno sempre chiamati sono in cerca di attenzione da parte degli altri. Hanno una vocazione “positiva” (tendono a vedere la realtà con un certo ottimismo). Portano la propria realtà intima e domestica sui Forum, credendo quindi di “aprirsi”, ma nascondono molte cose. Hanno bisogno degli altri e ricercano il maggior numero di contatti possibile.

NOME IDEOLOGICO: il “nome ideologico” si riferisce a qualcosa di fortemente significativo, ma non riconducibile a nessun partito o movimento ora esistente. Ad esempio, “valanga sovietica”: evoca la forza del comunismo, ma non appartiene, chiaramente, alla terminologia di schieramento. Indica netta determinazione e partecipazione ad un’idea, ma sfiducia verso “il sistema”. E’ frequente nell’estrema destra, nella sinistra extra-parlamentare e nei padanisti che non si riconoscono nella Lega Nord. Chi sceglie nomi così evocativi ha sicuramente una grande volontà, ma può volere dire anche problemi di socializzazione con chi gli sta attorno. Tentare un approccio non politico con costoro è difficile e spesso impossibile.

NOME DI SCHIERAMENTO: si definisce così ogni nick che riporti in una o due parole lo slogan di un partito esistente. “Libertà azzurra”, o “centro popolare” ad esempio, sono un forzista e un democristiano, come “rosa europea” è un diessino partiocolarmente europeista. Indica una certa insicurezza (la necessità di adottare e fare propri i modi dire del leader) e obbedienza nei confronti dei superiori. Al tempo stesso vi è la ricerca continua di un’identità, attraverso il rappresentare, idealmente, la fazione politica a cui si dichiara di appartenere. Questi individui faticano ad inserirsi, ma a differenza dei “nomi ideologici”, non hanno alcun rancore verso gli altri. Potremmo definire il loro un binario a sé stante.

NOME STORICO: l’assumere il nome di un personaggio, di un evento, di un santo, di una circostanza storica come nickname, è indice, spesso ma non sempre, di grande cultura. Si tratta di persone che arrotondano gli angoli ed evitano lo scontro frontale. Se ci si trovano, ne escono con eleganza, liquidando l’avversario con una citazione o una battuta che va a segno. Si appassionano ai dibattiti di un certo livello, ma nascondono ciò che di irrazionale o impulsivo c’è in loro. Mostrano solo una delle molteplici facce che posseggono e faticano a prendere contatto con chi sta loro attorno. Quando lo fanno, però, si rivelano personaggi non solo stimati, ma anche molto amati.

NOME LOCALE: chi sceglie di chiamarsi col nome del proprio paese o regione d’origine è fortemente legato alla tradizione. Può collocarsi a destra come a sinistra, ma è convinto di possedere la chiave di lettura delle vicende contemporanee attraverso la propria esperienza e soprattutto dei forti valori. Ha un carattere forte, a volte duro, ma è molto buono. Può nascondere una carenza affettiva, ma non è detto. Non è da confondersi con l’abitudine similare dei padinisti: essi lo fanno più per appartenenza politica o ideologica, assumendo la bandiera “localista”, e si collocano quindi nel nome ideologico o di schieramento.

NOME IRONICO o ARTISTICO: i nick costruiti ad arte per stupire o divertire indicano un temperamento deciso, che sa prendere la vita con un pizzico di sarcasmo, ma quasi mai una psiche serena. Sono individui molto intelligenti e anche allegri, che però soffrono o si trovano costretti in situazioni dalle quali vorrebbero evadere. Eclettici, criticoni, contestatori ma non ribelli, sempre in polemica con la fazione politica alla quale appartengono (comunque prendono sempre posizione), ma rassegnati. Frequentano molto la community ma non mancano mai nei thread politici.

(Fonte: ormai irreperibile)

5.28.2009

L'arbitro giocatore




Per lungo tempo, anzi fino a pochi giorni fa, ho pensato che gestire un luogo di discussione e al tempo stesso parteciparvi, esserne parte in causa, fosse un handicap, tanto da assumere spesso un atteggiamento di autocensura, di basso profilo, di presenza quasi invisibile. Meglio dare le regole, sistermarsi dietro le quinti, e amministrare senza interferire. Invece non è proprio così, specie se quel che si amministra sono i conflitti interpersonali. Se si tratta di porre limiti o di sanzionare, non c'è problema: la decisione scontenterà sempre qualcuno che vedrà in essa una ingiustizia, un atto unilaterale, parziale.

L'arbitro è sempre un cornuto. Ma l'arbitro di calcio, almeno sta in campo, e vede come vedono gli altri, corre come corrono gli altri, suda e fatica come sudano e faticano tutti gli altri giocatori. Sta sotto gli stessi riflettori. Per un moderatore è diverso. Se si astiene dal partecipare il punto di osservazione cambia. Sarà pure più asettico e più distaccato, ma proprio perchè meno coinvolto, anche molto meno informato nella comprensione delle dinamiche e nella conoscenza delle persone coinvolte. Non è solo una teoria. Di norma, nelle sezioni, nei topic, dove partecipo di più, l'andamento mi risulta più ordinato e anche le eventuali decisioni da moderatore, più adeguate e meglio accettate.

5.22.2009

Furore dialettico




E' fisiologico che nei confronti politici ci sia un certo tasso di polemismo e di aggressività a condimento di opinioni, documenti, informazioni.

E' patologico invece quando il rapporto è invertito, per cui eventuali opinioni, documenti, informazioni, diventano il condimento del contenuto principale: aggressioni, offese, insulti, etc.

Come un piatto pieno di sale e pepe, con qualche fogliolina di insalata e un pezzetto di carne.

Fuor di metafora psico-alimentare, è fascistoide.

Succede ai militanti più faziosi: proiettano il proprio carattere su chiunque non assecondi il proprio punto di vista. E si arrabbiano.

Anch'io sono un militante politico. E so per esperienza che il militante è sempre a rischio di regredire intellettualmente alla condizione del soldatino, che crede, ubbidisce e combatte. Un militante nazionalista poi...

5.14.2009

Come un tram



Succede nella gestione di un forum di trovarsi di fronte a due o più persone che manifestano tra loro una decisa incompatibilità di carattere, fino ad entrare in conflitto e proporsi uno l'esclusione dell'altro, magari cercando di ottenere l'alleanza dell'admin e l'aiuto determinante a conseguire l'obiettivo, a volte in modo surrettizio, a volte in modo ultimativo: "o me o lui, o me o lei", fino all'esternazione del tipico dilemma: "come puoi rinunciare a questo per tenerti quello?"

Bisogna scegliere? Secondo me, è importante, prima di trovarsi in situazioni di questo tipo, stabilire un principio sul modello di forum. Cosa voglio? Un'associazione selezionata di tipo privato, tipo il circolo Arci? Oppure, un luogo di discussione pubblico che funzioni secondo le regole neutre, imparziali di un servizio pubblico, tipo l'esercizio commerciale ottenuto con pubblica licenza?

A me viene sempre in mente il modello del tram. Fa il suo percorso e ad ogni fermata apre le porte, chi sale sale, chi scende scende. Porte aperte a tutti, in entrata e in uscita, si penalizzano, quando occorre, solo i comportamenti. Ho sempre predicato, e cercato di praticare, questo modello, anche quando amministravo in coppia.

4.24.2009

Osservazioni alla risposta




Il dilemma se rispondere o non rispondere, nei forum, agli interlocutori "poco degni", può essere risolto nelle possibilità intermedie.

Invece di scegliere tra il silenzio e la replica immediata, muro contro muro, paragrafo contro paragrafo, si può rispondere solo qualche volta; rispondere solo a qualcuno; rispondere solo a qualcosa; differire la risposta; mollare il colpo per poi rilanciare la discussione in un secondo momento.

Se tempo ed energie sono limitate, meglio selezionare, per privilegiare l'argomento e altri potenziali lettori/interlocutori. Sfruttare l'occasione, per fare una ricerca, approfondire un tema, divulgare dati e informazioni, fare esercizio sulle fallacie logiche, mettere alla prova il proprio autocontrollo.

Se interveniamo su un tema che ci sta a cuore, replicando ad una persona di cui abbiamo poca o nessuna stima, possiamo scrivergli senza concentrarci sul fatto che sarà proprio lei a leggerci. Se teniamo conto che ci leggeranno anche altri, possiamo scrivere per gli altri, concentrandoci sui nostri lettori e interlocutori preferiti. Mentre siamo impegnati in un confronto, qualcuno che osserva, c'è sempre.

I forum, più che luoghi di dialogo (tra due) sono luoghi di confronto (tra tanti, anche quando si dibatte solo in due).

4.23.2009

Ai matti bisogna sempre dare ragione?




Il confronto non è mai inutile, perchè è anche un confronto con sè stessi e poi con tutti gli altri, specie nelle conversazioni pubbliche. Anche un interlocutore inadeguato, può essere una buona spalla, per affrontare un argomento e rivolgersi a tutti. Un ubriaco talvolta dice esplicitamente, quello che molti sobri pensano implicitamente. Certo, l'interlocutore che scegliamo può anche essere misura del nostro valore, ma credo questo valga molto per gli insicuri, in realtà il nostro valore dipende solo da come gestiamo la situazione e da come la mettiamo a frutto. Qualunque situazione, come si dice: "dal letame nascono i fiori".

4.22.2009

Una battuta di Silvan




Non guardo quasi mai la televisione, ma grazie a YouTube riesco a recuperare delle chicche che altrimenti mai potrei conoscere, salvo leggerne i commenti sui giornali. Questa è stata abbastanza commentata, tra gli altri da Marco Travaglio e da Massimo Gramellini. Una innocua battuta del mago Silvan manda nel panico la conduttrice di Domenica in (di cui ignoro il nome) e forse parte del suo staff. Che dire? Che pena, dopo gli attacchi censori contro Annozero e la sospensione di Vauro.

4.02.2009

Quando un massacro è genocidio?




Lo storico Ilan Pappe ha più volte affermato che Israele sta conducendo una politica di genocidio nei confronti dei palestinesi. Questa e affermazioni analoghe, fanno molto arrabbiare Israele e i suoi sostenitori, perchè evocano un confronto molto provocatorio e offensivo, quello con lo sterminio degli ebrei.

Mi sento di condividere questa reazione, secondo la mia personale interpretazione del concetto di genocidio, che credo sia quella affermatasi nell'uso corrente di questa parola e riportata in ogni vocabolario.
ge|no||dio
s.m.
CO distruzione sistematica di un intero gruppo etnico, razziale o religioso: il g. degli ebrei
(De Mauro)
Tuttavia, prendendo in considerazione la definizione ufficiale delle Nazioni Unite, mi assale il dubbio che l'uso della parola genocidio da parte di Ilan Pappe possa avere il suo fondamento.

Definizione ufficiale di genocidio

Il 9 dicembre 1948, fu adottata la Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio che, all'articolo II, definisce il genocidio come:

Uno dei seguenti atti effettuato con l'intento di distruggere, totalmente o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso:
  • (a) Uccidere membri del gruppo;
  • (b) Causare seri danni fisici o mentali a membri del gruppo;
  • (c) Influenzare deliberatamente le condizioni di vita del gruppo con lo scopo di portare alla sua distruzione fisica totale o parziale;
  • (d) Imporre misure tese a prevenire le nascite all'interno del gruppo;
  • (e) Trasferire forzatamente bambini del gruppo in un altro gruppo.
Wikipedia

In merito, si può leggere questa nota del professor Carlo Foscarelli, "Quando un massacro è genocidio". E già che ci sono, lascio qui anche la voce enciclopedia della Rizzoli Larousse, disponibile sul sito del Corriere della Sera.

genocìdio s.m. [pl. –di] Crimine contro l'umanità che consiste nello sterminio di un intero gruppo etnico o religioso.
ENCICL. Il termine è stato coniato nel 1944 per definire lo sterminio degli ebrei e degli zingari perpetrato nel corso della seconda guerra mondiale dai nazisti. È stato utilizzato anche per designare i massacri commessi in Turchia contro gli armeni nel 1915 e lo sterminio sistematico delle popolazioni autoctone, in particolare gli amerindi, da parte dei conquistatori europei. Il crimine di genocidio, imprescrittibile, definito nel campo del diritto internazionale dalla convenzione di Ginevra del 1948, si applica ai massacri più recenti, tra cui quelli perpetrati in Cambogia dai Khmers rossi (negli anni Settanta) e quelli commessi nell'ex-Iugoslavia e in Ruanda (negli anni Novanta).
(Rizzoli Larousse)

3.30.2009

Il sogno all'incontrario




Secondo Paolo Mieli, blog e forum non potranno mai concorrere con i media tradizionali, perchè seppure contengono molto materiale interessante, ospitano tanto, davvero tanto delirio.

Sono d'accordo e al delirio voglio dare una propria dignità e collocazione.

Perciò, se siete stati rapiti dagli alieni o siete stati inseguiti in autostrada da un disco volante e volete raccontare la vostra esperienza, se pensate che l'uomo non abbia mai messo piede sulla luna, se ritenete che gli ebrei abbiano dichiarato guerra alla Germania nazista o abbiano fatto saltare le Torri gemelle, se avete scoperto il vero titolo della Bibbia, se avete inventato un motore che permette di percorrere un chilometro con tutto il petrolio dell'Arabia Saudita, se pensate che la violenza sessuale sia una donna che dice no, se credete che il governo mondiale sia in mano ai palestinesi, se conoscete la data della fine del mondo, se avete camminato sull'acqua, se conoscete l'assassino di Kennedy, se pensate che la correlazione tra immigrati e criminali sia una ingiustizia nei confronti dei criminali, se volete salvare la mafia e la camorra dalla corruzione dello stato, se pensate che il WWF sia stato creato per proteggere i gatti dai meridionali, se avete una di queste idee o molte altre simili, allora scrivetele qui, questa è la vostra sezione.

3.25.2009

Propaganda



Propaganda è una parola segnata da un alone negativo.
Ma il suo significato letterale ha valore neutro.

pro|pa|gàn|da
s.f.
AU
1a attività volta alla diffusione di concetti, teorie o posizioni ideologiche, politiche, religiose e sim., al fine di condizionare o influenzare il comportamento e la psicologia collettiva di un vasto pubblico: p. contro l’energia nucleare, p. elettorale
1b campagna pubblicitaria e promozionale di un prodotto commerciale
2 estens., insieme di idee e informazioni poco attendibili o distorte, diffuse di proposito per fini particolari: l’hanno rovinato con una cattiva p., non è altro che subdola p.!

(De Mauro)

Propaganda è soltanto divulgazione di idee e fatti al fine di influenzare gli altri.

Se condivido le idee e la rappresentazione dei fatti, la loro divulgazione la chiamo informazione, cultura. Se non condivido, la chiamo propaganda. Perciò, nei forum politici ci si accusa spesso reciprocamente di fare propaganda.

Un altro criterio per distinguere, è l'atteggiamento: chi fa propaganda di solito lancia il suo messaggio in modo unidirezionale al pubblico, o al suo target di riferimento, senza entrare in relazione con altri interlocutori. Il propagandista non interloquisce o interloquisce molto poco.

Formattazione del testo

Sarebbe opportuno che tutti scrivessero il testo allo stesso modo, senza dare l'impressione di voler prevaricare sugli altri, usando colori e dimensioni invadenti. La formattazione andrebbe riservata ai titoli, ai sottotitoli, alle parole chiave che si vogliono evidenziare. Però qui non c'è una regola precisa. La netiquette si limitava a deplorare l'uso dello stampatello, equivalente ad urlare, quando ancora la formattazione dei font su computer era simile a quella della macchina da scrivere.

Dinamica dei flamer

Le fiammate dei flamer hanno una dinamica propria, un loro gioco rituale: come quelli che si ritrovano tutti i giorni in un locale a giocare a carte o al biliardo o a discutere e litigare di calcio, in un processo del lunedì permanente. E poi perchè godono di un grande successo di attenzione. Appena il successo dello show declina perchè prima o dopo viene a noia, gli attori alzano il tiro, per trattenere i riflettori puntati su di sè, poi iniziano a compiere gesti di estrema presenza, come l'abbandono dichiarato.

Tipologia di flamer.