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8.10.2009

Lo spettro di Monaco 1938

L'equiparazione di un soggetto al nazismo può avere una valenza propagandistica demonizzante e fermarsi lì. Per esempio, quando i serbi in piazza a Belgrado, sotto i bombardamenti della Nato, rappresentavano il presidente americano Clinton con i baffetti del fuhrer. A volte invece, non si ferma lì. Al documento equiparatore, si aggiunge un allegato: non possiamo fare come fecero Francia e Inghilterra a Monaco nel 1938 che, per scongiurare la guerra in Europa, acconsentirono all'annessione dei Sudeti alla Germania.

Fu un argomento usato contro Milosevic nel 1999, e prima ancora (1991), ma anche dopo, contro Saddam Hussein. E' stato usato contro Al Qaeda e contro il fondamentalismo islamico o il terrorismo in generale. Riecheggia oggi contro l'Iran.

La citazione della Conferenza di Monaco del 1938 indica un proposito di guerra e accusa la diplomazia e il pacifismo di pavidità; implica che il nemico sia ideologicamente paragonabile al nazismo e temibile come la Germania degli anni '30: lo stato più forte d'Europa, con l'ambizione di dominare il mondo.

Sul piano dei rapporti di forza il paragone tra quella Germania e medie potenze regionali come la Serbia, l'Iraq e l'Iran, diventa improponibile. Sul piano ideologico, il movimento politico del Medio Oriente, più simile al fascismo, secondo quanto argomenta Sergio Romano, è stato il Bath, ma si tratta di una somiglianza, relativa al partito unico, al primato del leader, alla militarizzazione e burocratizzazione della società, che estende il significato di fascismo a quello di autoritarismo.

Riguardo ruolo, intenzioni e fatti dei presunti nuovi nazifascismi, troviamo: l'invasione del Kuwait (1991) da parte dell'Iraq, una indubbia violazione del diritto internazionale e della sovranità di uno stato autonomo, che l'Iraq ha sempre rivendicato come sua provincia e che probabilmente pensava di poter annettere come ricompensa per il suo impegno nella guerra contro l'Iran, appoggiata dagli Stati Uniti e da altri paesi occidentali, quindi non per dare avvio ad un progetto espansionista; il conflitto a bassa intensità nel Kosovo (1991), che contrapponeva l'UCK kosovaro albanese alla polizia serba e che fece 125 morti dal nei primi tre mesi del 1999, di cui il 15 per cento serbi: sempre tanti, ma nulla a che vedere con le proporzioni di un genocidio o addirittura di una soluzione finale e nulla che avesse come presupposto una teoria razziale, ma solo la semplice contesa di un territorio tra due comunità nazionali; i comizi deliranti e odiosi di Ahamadinejad, il presidente iraniano che farnetica, negando l'olocausto e la legittimità dello Stato di Israele, senza però osare finora nessun concreto atto aggressivo, mentre la corsa al nucleare rimanda più ad una analogia con la Corea del Nord, o con la competizione tra India e Pakistan, che non al Terzo Reich: questioni di status e di deterrenza, oltre alla necessità economica di disporre di una risorsa energetica.

Mentre la seconda guerra mondiale si apriva nell'incertezza su chi avrebbe potuto vincerla e si rappresentava come uno scontro mortale, le guerre contro la Serbia, l'Iraq, l'Afghanistan, sono stati conflitti tra una potenza preponderante che non ha precedenti nella storia e paesi inermi, incapaci di reagire e di difendersi, i cui regimi si sono arresi o sono crollati quasi immediatamente. Qualcosa di analogo accadrebbe anche con l'Iran. Salvo poi impantanarsi nel controllo territoriale, in un conflitto estenuante con formazioni guerrigliere e terroristiche, in una condizione divenuta asimmetrica.

Questa è un altra differenza, che rende fuorviante il confronto con il nazismo e con la Conferenza di Monaco del 1938. Oggi, è facile biasimare Chamberlain e Daladier, perchè sappiamo come è andata la storia: una guerra devastante, ma relativamente breve, conclusasi vittoriosamente, a cui ha fatto seguito un lungo ciclo economico espansivo: la tragedia fu a lieto fine. Fosse stata una guerra lunga, interminabile, dagli esiti sempre incerti, contestuale ad una rovina economica delle parti in lotta, probabilmente il giudizio su Monaco sarebbe oggi diverso.

I promotori, sostenitori del conflitto di civiltà, che paragonano la loro guerra a quella contro il nazifascismo, potrebbero considerare questo aspetto: la loro guerra finora non è stata né breve nè vittoriosa, nè ha la prospettiva di esserlo e non si comprende come e quando potrebbe concludersi: essi mettono a paragone una simmetria con una asimmetria. La seconda guerra mondiale si concluse a Berlino, occupata dalle truppe sovietiche. Quale capitale dovrebbero prendere le truppe occidentali per vincere la guerra contro il «nazifascismo islamico»?

8.08.2009

L'equiparazione tra Israele e il nazismo

Nel 2002, a seguito di un corteo in cui sfilarono, tra gli altri, giovani travestiti da Kamikaze con lo striscione "Stato di Israele, Stato terrorista" e le esse del nazismo, Fausto Bertinotti dichiarò: «Respingiamo ogni scivolamento verso l' antisemitismo e dissentiamo da qualunque parola d'ordine che equipari non dico gli ebrei, ma anche soltanto Israele ad uno Stato nazista».

Questa equiparazione talvolta è comparsa anche nel dibattito pubblico israeliano.

Aharon Zislig, ministro dell’Agricoltura, dirà al Consiglio dei ministri, il 17 novembre 1948: « Non ho potuto dormire tutta la notte. Ciò che sta accadendo ferisce il mio animo, quello della mia famiglia e di tutti noi (…). Adesso anche gli Ebrei si comportano come i nazisti ed io ne sono profondamente scosso (Tom Segev, 1949).

Il poeta e scrittore israeliano, Yitzhak Laor, cita un articolo di Ha'aretz, del 25 gennaio 2002, tre mesi prima dell'invasione della West Bank, in cui l'analista militare Amir Oren riporta le parole di un ufficiale: «Per preparare adeguatamente la prossima campagna è essenziale imparare da ogni possibile fonte. Se la missione e' invadere un campo profughi densamente abitato o la kasbah di Nablus, bisogna imparare anche, per quanto brutto possa sembrare, da come l'esercito tedesco combatte' nel ghetto di Varsavia». La citazione sarà ripresa e ricordata anche dal pacifista israeliano Uri Avnery.

Nel 2002, rastrellati alcuni villaggi in Cisgiordania, i militari israeliani, segnano dei numeri con la biro sui prigionieri palestinesi. Arafat accusa: «un nuovo crimine razzista, è quello che i nazisti facevano agli ebrei», ma anche Tommy Lapid, deputato e sopravvissuto della Shoa, si scopre il braccio con i numeri marchiati dalle Ss e chiede al Capo di stato maggiore Mofaz: «Come pensa che si sentano, davanti a questa storia, gli scampati dai lager?»

Nel 2004, al sesto giorno dell'operazione «Arcobaleno», il ministro Yosef Lapid, al consiglio dei ministri, dichiara: «Ho visto alla Tv una vecchia donna palestinese frugare fra le macerie della sua casa, a Rafah, in cerca delle sue medicine, e mi si sono ricordato di mia nonna che fu espulsa dalla sua casa durante l' Olocausto».

Nel 2008, a denuncia delle violenze dei coloni di Hebron, il primo ministro Olmert dichiara: «In quanto ebreo mi vergogno dopo aver visto ebrei che sparano verso arabi a Hebron. Non ho altra definizione che quella di "pogrom". Noi siamo figli di un popolo che sa bene cosa siano i "pogrom"». Qui l'equiparazione non è propriamente con il nazismo, ma con quelll'antisemitismo violento che ne fu alle origini.

Queste citazioni non dimostrano che sia lecito, giusto, opportuno equiparare Israele al nazismo. Un conto è che quella equiparazione sia sostenuta razionalmente o emotivamente da ebrei o da israeliani, un altro è che a sostenerla siano persone non facenti parte di quel popolo, a scopo di propaganda, provocazione, insulto, in spregio beffardo della memoria di una tragedia.

Dal mio punto di vista, il conflitto arabo-israeliano è, per molti aspetti, simile ad una guerra coloniale e questa mi sembra l'equiparazione più sensata.

Queste citazioni dimostrano soltanto che ovunque nel dibattito pubblico, l'evocazione del nazismo è la metafora del male, e quando non ha significato propagandistico, agisce come un campanello d'allarme, quasi fosse la paura, non di ciò che si è, ma di ciò che si può diventare, se non ci si ferma per tempo.


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