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12.03.2009

Il western del middle east

Il ricordo di un pioniere israeliano che rifiuta l'idea di aver preso parte ad una invasione, potrebbe somigliare a quella di una carovana di cowboy assalita dai pellerossa, come tante volte abbiamo visto nei film western, dove i primi erano i buoni e i secondi i cattivi. Il fatto è che si può essere sia pionieri che invasori e non necessariamente, immersi nella situazione, si ha la percezione di quel che si è o di come si è percepiti dall'altro.

Nel 1947-48 gli ebrei erano le principali vittime del nazismo, i vincitori della seconda guerra mondiale, e forse tutti i democratici, si sentivano in dovere di compiere nei loro confronti un risarcimento. L'Urss era schierata dalla parte dei sionisti, anche in funzione antibritannica e antioccidentale, e questo orientava la sinistra. All'epoca si poteva ritenere che gli ebrei avessero diritto a quella parte di terra conferita loro dal piano di spartizione dell'ONU, e che per l'opera di bonifica, di costruzione, di civilizzazione che essi svolgevano, in fondo se la meritassero.

Ma, a partire dal 1967, Israele è uscita dai suoi confini, ha conquistato e colonizzato terre non sue, in violazione del diritto internazionale. Qui non ci sono più ragioni di risarcimento, di diritto, di convenienza geopolitica. Se nel 1948 Israele poteva avere ragione, nel 1967 aveva torto. E quando si passa dalla parte del torto, anche la precedente ragione viene rivista. Tutto è male quel che finisce male.

Facebook, 2 dicembre 2009

11.26.2009

Antisemitismo e antisionismo /2

Che la confusione tra antisemitismo e antisionismo sia reale o strumentale, che ritorna di tanto in tanto, per esempio quando si parla del Forum Palestina, penso bisogna parafrasare e applicare la massima di Ben Gurion: «Combattere l'antisemitismo come se non ci fosse l'occupazione israeliana dei territori palestinesi; combattere l'occupazione israeliana dei territori palestinesi come se non ci fosse l'antisemitismo

Ma che senso ha parlare di sionismo oggi, se il suo fine storico - la creazione dello stato degli ebrei - è stato realizzato fin dal 1948? Forse è un modo per non riconoscere legittimità all'obiettivo che è stato raggiunto, a trattarlo come se fosse reversibile. Forse, in senso estensivo, sionismo indica anche un nazionalismo chiuso alle ragioni dei palestinesi, un modo esclusivo di intendere i propri diritti da parte israeliana. Comunque, il termine è usato anche dalla "controparte". Una mia amica/conoscente cura un orgoglioso blog sionista.

Anche se ci tengo alla distinzione tra antisemitismo e antisionismo, non mi reputo antisionista.

Se esistono tanti sionismi o tante cose dentro il sionismo, allora penso sia giusto anche riconoscere la pluralità dell'antisionismo, senza voler ridurre tutto ogni volta all'antisemitismo. Poi, esistono anche delle ambiguità, delle zone grigie, umori latenti e inconsapevoli. Non mettiamo sempre mano ad una accusa infamante come se fosse un revolver sempre carico nella fondina.

Facebook, 24-25 novembre 2009


Argomento correlato:
L'antisionismo è antisemitismo?

9.30.2009

Il cielo in una stanza

Sul Debsocialclub è possibile seguire un topic di commenti riguardanti Metaforum, sulla scia del caso relativo al fraintendimento tra il forumista Raptor e il professor Israel.

La definizione di "fogna a cielo aperto" può essere pertinente per quei luoghi di discussione che non sono moderati e che ammettono ogni sorta di insulto e di violenza verbale. Oppure può essere il punto di vista di un luminare poco abituato al potere interattivo di Internet: essere contraddetti non piace a nessuno, e può particolarmente dispiacere a chi è solito comunicare dall'alto di cattedre, tribune, libri e giornali. Oppure ancora può essere il giudizio di un admin che dal suo forum dice male dei forum concorrenti o che lui percepisce come tali. Oppure infine può essere il frutto di una confusione nel modo di vedere uguali, mezzi di comunicazione che sono diversi, per cui un forum viene trattato come se fosse un blog o una rivista online, con tanto di linea editoriale da contestare. Ma da cosa sia presunta la linea editoriale resta un mistero. Cosa è che fa si che un forum sia ritenuto di sinistra anzichè di destra o, nel caso di questa sezione, antisraeliano piuttosto che filoisraeliano?

Come che sia, rispetto il mistero. Quello che invece non posso rispettare sono gli insulti rivolti alle persone. Quelle che formano una comunità virtuale, evidentemente "topi di fogna" o quelle prese individualmente di mira, con argomenti tanto offensivi quanto assurdi, come di solito capita con gli anatemi e le scomuniche, proclamati quasi in nome di un intero popolo, come nel caso delle offese che Deborah Fait rivolge ad Hava Leh, pur di negare la presenza di ebrei e israeliani su questo forum, già oggetto delle sue attenzioni:

Ci sono ebrei e israeliani la'? Non mi risulta, a parte una solita che essendo di sinistra e' d'accordo con voi o spera di convertirvi.
(...)
La persona che tu tanto ammiri purtroppo non gode la stima degli israeliani che la conoscono ma ognuno ha i suoi gusti.


Hava è una signora che ha alle spalle molta più vita di noi, tanto da poter essere stata una fondatrice dello Stato di Israele e aver vissuto tutte le guerre mediorientali, compresa quella del 1948, il cui esito era incerto e il rischio di soccombere, reale. Essere insultata e delegittimata da chi si è unito a quella impresa collettiva solo in anni recenti, può suscitare una divertita indignazione, però, se così capita, alla fine è giusto dare ai pionieri quello che è dei pionieri e ai seguaci di molto tempo dopo quello che è dei seguaci. L'unico torto di Hava è quello di esprimersi civilmente e di astenersi dal partecipare a risse e futili battibecchi. Sul piano dei contenuti, non mi risulta abbia mai concesso nulla e il suo modo di pensare non è assimilabile a quello del pacifismo o della sinistra, almeno per come li intendo io. Finora, è l'unica israeliana che ho visto riuscire contemporaneamente a sostenere una guerra (quella che io reputo criminale contro Gaza) e ad ottenere la solidarietà dei pacifisti.

Per chi sta sempre con la scimitarra in mano, la capacità di persuadere è una disconferma. Ma per la qualità di un forum, che non ha il compito di giungere ad una conclusione o ad una decisione, questa è una risorsa importante: non importa cosa si pensa, ma come ci si relaziona agli altri, come si stimolano le discussioni, come si struttura un discorso, come si portano contenuti. Coloro che meglio contribuiscono ad un ambiente civile e interessante, sono anche quelli che, magari senza volerlo, ottengono il maggior consenso, a differenza di altri che vogliono prevalere sempre, su tutto e subito, come nei Talk Show, con i medesimi atteggiamenti.

Se dovessi misurarmi in un faccia a faccia sul conflitto mediorientale e potessi scegliere il mio interlocutore, tra Hava Leh e Deborah Fait, non avrei dubbi: da fazioso militante "filopalestinese" sceglierei senz'altro Deborah Fait.

Che altro dire?
Saluti comunisti a Downunder.


(Da Metaforum.it)

9.12.2009

L'antisionismo è antisemitismo?

L'antisionismo è una forma di antisemitismo? Potrebbe un antisionista avere nell'antisemitismo la sua causa originaria oppure la sua destinazione. Ma i due concetti sono diversi ed è mentalmente ecologico tenerli separati. Prendiamo il dizionario alla voce sionismo.

si|o|nì|smo s.m. 1 TS stor., movimento politico e culturale ebraico nato alla fine del secolo XIX e giunto alla massima espressione sotto la guida dello scrittore Th. Herzel (1860–1904), che si proponeva la rinascita in Palestina di uno stato indipendente ispirato ai valori intellettuali, scientifici, politici e sociali della moderna civiltà occidentale e al tempo stesso agli specifici valori nazionali–culturali del mondo ebraico. 2 TS polit., dopo la proclamazione dello stato d’Israele avvenuta nel 1948, movimento internazionale d’opinione che sostiene il diritto all’esistenza del nuovo stato | in contesti polemici, con connotazione negativa, politica di chiusura attuata dal governo israeliano nei confronti del movimento per l’autodeterminazione del popolo palestinese. (De Mauro)

Entrambe le accezioni sono politiche. La seconda ci complica un po' il quadro perchè a qualcuno interesserebbe negare il diritto all'esistenza di Israele se Israele non lo negasse ai palestinesi?

In ogni caso, sostenere che uno stato non dovrebbe esistere è una opinione politica legittima. Per esempio, qualcuno era certamente contrario all'esistenza dell'URSS, la quale a sua volta comportava la non esistenza degli stati che la componevano, almeno nella forma di entità sovrane e indipendenti. Qualcuno è contrario alla esistenza della Repubblica Islamica dell'Iran, in quanto islamica. Iraq, Iran, Turchia e Siria sono contrarie all'esistenza del Kurdistan. La Serbia è contraria all'esistenza del Kosovo Indipendente e non solo la Serbia, la Cina è contraria al separatismo dello Xinjiang e del Tibet. In grande maggioranza siamo contro l'esistenza della Padania.

Il sionismo è un nazionalismo. Lenin distingueva il nazionalismo degli oppressi e quello degli oppressori. Il sionismo partecipa di entrambi, spostandosi temporalmente dal primo al secondo.

Anche lo stato palestinese non è accettato da tutti. Da Israele in primo luogo, ma anche da chi non ha fiducia nella possibilità che un simile stato possa avere le risorse per svilupparsi e ritiene preferibile la prospettiva di uno stato laico, democratico, binazionale.

L'opposizione all'esistenza di uno stato può essere politicamente sbagliata o anche ingiusta, ma è una posizione che riguarda la politica. Perchè proprio nel caso di Israele dovrebbe essere necessariamente razzista?



No, l'anti-sionismo non è anti-semitismo

Sia il «focolare ebraico» sia lo «stato ebraico» sono realtà controverse e ripeterlo non è necessariamente anti-semita

BRIAN KLUG *

Sin dall'inizio, il sionismo politico è stato un movimento controverso persino tra gli ebrei. L'opposizione, in nome dell'ebraismo, dei rabbini ortodossi e riformati tedeschi all'idea sionista era così forte da spingere Theodor Herzl a spostare il luogo del primo congresso sionista nel 1897 da Monaco a Basilea, in Svizzera. Venti anni dopo, quando il ministro degli esteri britannico Arthur Balfour (nel 1905 sponsor dell'Alien Act per limitare l'immigrazione ebraica nel Regno unito) voleva che il governo si impegnasse per una patria ebraica in Palestina, la sua dichiarazione venne rimandata non a causa degli antisemiti ma degli esponenti della comunità ebraica. Tra cui un esponente ebreo del governo che disse che il filo-sionismo di Balfour avrebbe «finito per rivelarsi anti-semita». La creazione dello stato di Israele nel 1948 non ha posto fine al dibattito anche se il problema è cambiato. Oggi si tratta del futuro di Israele. Israele dovrà divenire uno stato «post-sionista», uno stato che si definisce nei termini dei suoi abitanti attuali o si vede come appartenente all'intero popolo ebraico? Si tratta di una domanda del tutto legittima e certo non anti-semita. Quando qualcuno sostiene il contrario - come ha fatto Emanuele Ottolenghi sul Guardian di sabato scorso- finisce per aumentare ancor più il livello di confusione. Ottolenghi sostiene che «il sionismo comprende anche la credenza che gli ebrei sono una nazione, e come tali hanno diritto all'autodeterminazione come tutte le altre nazioni». Ciò è doppiamente sconcertante. Innanzitutto l'ideologia del nazionalismo ebraico era del tutto irrilevante per molti ebrei così come per molti simpatizzanti non ebrei, che vennero attratti dall'obiettivo sionista di creare uno stato ebraico in Palestina. Essi vedevano Israele in termini umanitari o pratici: un rifugio sicuro dove gli ebrei potessero vivere come tali dopo secoli di emarginazione e di persecuzioni. Questa motivazione venne rafforzata dall'uccisione da parte dei nazisti di un terzo della popolazione ebraica del mondo, l'intera distruzione delle comunità ebraiche in Europa e la sorte delle masse di rifugiati ebrei che non avevano alcun posto dove andare. In secondo luogo non bisogna certo essere anti-semiti per respingere l'idea che gli ebrei costituiscano una nazione a parte nel senso moderno della parola o che Israele è lo stato nazione ebraico. Ironia della storia il fatto che gli ebrei sono un popolo a parte che formano «uno stato nello stato» è uno degli ingredienti base del discorso anti-semita. Ed è anche per questo che alcuni anti-semiti europei pensano che la soluzione della «questione ebraica» possa essere per gli ebrei uno stato per loro conto. Herzl di certo pensò che avrebbe potuto fare affidamento sul sostegno di alcuni settori anti-semiti. Ma cos'è l'anti-semitismo?

Anche se questo termine risale agli anni `70 del XIX secolo, l'anti-semitismo è un antico pregiudizio europeo sugli ebrei. Il compositore Richard Wagner l'ha epresso assai bene quando disse: «Ritengo che la razza ebraica sia il nemico della pura umanità e tutto quel che di nobile vi è in essa». E' così che gli anti-semiti vedono gli ebrei: si tratta di una presenza aliena, parassiti che vivono sulle spalle dell'umanità e vogliono dominare il mondo. In tutto il mondo la loro mano invisibile controllerebbe le banche, i mercati e i media. Persino i governi sarebbero sotto il loro dominio. E quando ci sono delle rivoluzioni o quando delle nazioni vanno in guerra sarebbero sempre gli ebrei a muovere i fili - astuti, spietati, compatti- e a trarne vantaggio. Quando questo pregiudizio viene proiettato su Israele in quanto stato ebraico, allora possiamo dire che l'anti-sionismo è anti-semita. E quando zelanti critici di Israele, senza essere anti-semiti, usano distrattamente frasi come «l'influenza ebraica», evocando quelle fantasie, essi alimentano una corrente anti-semita nel mondo della cultura. Ma l'occupazione israeliana della West Bank e della striscia di Gaza non è una fantasia. Il diffondersi degli insediamenti ebraici in quei territori non è una fantasia. Non è una fantasia il diverso, ineguale, trattamento riservato ai colonizzatori ebrei e agli abitanti palestinesi. Non è fantasia le discriminazioni istituzionalizzate in varie sfere della vita sociale ai danni dei cittadini arabi in Israele. Queste sono realtà. E' cosa ben diversa opporsi a Israele o al sionismo sulla base di una fantasia anti-semita o farlo sulla base della realtà. In questo secondo caso non si può parlare di anti-semitismo. Ma una critica eccessiva ad Israele o al sionismo non è forse testimonianza di un pregiudizio anti-semita? Nel suo libro «The Case for Israel» Alan Dershowitz sostiene che quando le critiche ad Israele «passano il confine tra il corretto e lo scorretto passano dall'essere accettabili all'essere anti-semite». Coloro che sostengono questa linea sostengono che essa viene passata quando i critici rivolgono le loro critiche ad Israele, isolando il suo caso, in modo scorretto; quando applicano due pesi e due misure e giudicano Israele sulla base di criteri più duri di quelli usati nei confronti di altri stati; quando riportano i fatti in modo distorto in modo da presentare Israele sotto una cattiva luce; quando denigrano lo stato ebraico; e così via. Tutto ciò è indubbiamente scorretto ma si tratta necessariamente di anti-semitismo? No penso proprio di no. Il conflitto israelo-palestinese è un'amara lotta politica . I problemi sono molto complessi, le passioni brucianti e grandi sono le sofferenze. In queste circostanze i membri dei due schieramenti possono essere di parte e «passare la linea tra il corretto e lo scorretto». Quando coloro che si sono schierati con Israele passano quella linea non è detto che siano anti-musulmani. E quando altri, in sostegno della causa palestinese fanno lo stesso questo non li trasforma in anti-ebrei. Ciò vale per entrambi. Ma c'è anche qualche altra cosa che vale per entrambi: il razzismo. Sentimenti anti-ebraici e sentimenti anti-musulmani sembrano in crescita. Ciascuno ha le sue peculiarità ma antrambi sono esacerbati dal conflitto israelo-palestinese, l'invasione dell'Iraq, la «guerra contro il terrorismo» e altri conflitti.

Dovremmo unirci tutti per respingere il razzismo in ogni sua forma: l'islamofobia che demonizza i musulmani così come i discorsi anti-semiti che possono infettare l'anti-sionismo e avvelenare il dibattito politico. Tuttavia uomini di buona volontà possono non essere d'accordo tra di loro a livello politico - sino al punto discutere del futuro di Israele come stato ebraico. Senza dimenticare che anche l'equiparazione dell'anti-sionismo con l'anti-semitismo può avvelenare, a suo modo, il dibattito politico.

Brian Klug è ricercatore anziano di filosofia al Sr. Benet's Hall di Oxford ed è membro fondatore del «Jewish Forum for Justice and Human Rights».

The Guardian 3 dicembre 2003

9.10.2009

Lo sconforto di Ghilad Shalit

Tre anni di prigionia, la situazione di Ghilad Shalit è molto penosa.

Per liberarlo, nell'estate del 2006, Israele lancio l'operazione "Pioggià d'estate", che causò la morte di centinaia di palestinesi.

In Israele i prigionieri palestinesi sono undicimila, di cui 300 bambini e 550 persone trattenute senza accusa né processo ai sensi di ordinanze amministrative militari di detenzione, compresi alcuni trattenuti anche da sei anni (Amnesty, 2008)

Per liberare Ghilad Shalit occorre uno scambio di prigionieri.

Se assumiamo una impostazione non violenta, come unica legittima forma di lotta di un movimento di liberazione quello che fa Hamas è ingiustificabile e, credo lo sia in ogni caso, ogniqualvolta colpisce civili inermi o mette a repentaglio la sicurezza della propria popolazione.

Dal punto di vista militare invece, Shalit in quanto soldato è un obiettivo legittimo, un prigioniero di guerra, ed è logico che sia usato in una trattativa di scambio, con chi di prigionieri, probabilmente non tutti legali, ne detiene migliaia. Quello che si deve pretendere è che sia trattato umanamente.

Ciò detto, considerando l'asimmetria del confronto, per la liberazione di Shalit, come per la risoluzione del conflitto, credo che il bandolo della matassa sia soprattutto in mano israeliana, e noi in fondo siamo opinione pubblica soprattutto rispetto a Israele.


CHIUSO IN BUNKER ESPLOSIVO, LO SCONFORTO DI SHALIT /ANSA PUBBLICATA UNA LETTERA ALLA FAMIGLIA DI TRE ANNI FA

(di Aldo Baquis). (ANSA) - TEL AVIV, 9 SET - Nuovi drammatici dettagli sulla lunga prigionia a Gaza, nelle mani di Hamas, del caporale Ghilad Shalit sono stati divulgati oggi dalla stampa israeliana che con l'occasione pubblica anche per esteso una lettera inviata dal prigioniero alla sua famiglia, tre anni fa. In essa vi è un appello disperato al premier di allora Ehud Olmert e al ministro della difesa Amir Peretz affinchè lo riportino al più presto a casa. Ma il suo calvario era solo agli inizi. Ancora oggi, malgrado si trovi presumibilmente a pochi chilometri di distanza dal territorio israeliano, nessuna operazione di commando ha potuto restituirgli la libertà. Shalit infatti è stato a lungo tenuto prigioniero in un rifugio sotterraneo, un bunker, colmo di esplosivo. Ogni tentativo di intrusione, pare di capire, avrebbe significato la morte immediata del caporale e dei suoi guardiani di Hamas. Durante l'operazione 'Piombo Fusò (gennaio 2009), per un brevissimo lasso di tempo Hamas ha prelevato Shalit dalla sua cella sotterranea per trasferirlo in un altro nascondiglio ritenuto più sicuro. Il prigioniero è stato trasportato su un'ambulanza: ma i soldati israeliani, che pure operavano nelle immediate vicinanze, si sono lasciati sfuggire quella occasione unica per liberarlo. Subito dopo Shalit ha avuto una crisi di nervi, ha perso il sonno, ha cominciato a guardare nel vuoto, e ha anche tentato l'arma dello sciopero della fame. Queste rivelazioni - ammesso che abbiano un legame con la realtà - sono state pubblicate con evidenza da Yediot Ahronot che anticipa così il contenuto di un libro del giornalista Suleiman a-Shafi, che uscirà a giorni. A-Shafi è un cronista della televisione commerciale israeliana Canale 2, ben introdotto fra i dirigenti palestinesi. Dalla sua cattura (giugno 2006) Shalit non ha potuto incontrare alcun esponente di organizzazioni internazionali. Malgrado abbia inviato tre lettere a casa (l'ultima nel 2008) nessuno può dire con certezza che egli sia ancora vivo. Ma a-Shafi ritiene che le sue fonti di Hamas siano degne di fede. Sono state loro a riferirgli che fra Shalit e i suoi guardiani si è sviluppato un rapporto di 'odio-simpatià: quando lo vedono depresso, cercano di confortarlo. La pubblicazione della lettera è stata seguita da polemiche. La famiglia l'aveva consegnata ad a-Shafi perchè la includesse nel libro, ma non voleva che giungesse alla stampa quotidiana. Invece ieri sera è stata mostrata dalla televisione commerciale Canale 10 e oggi campeggia su tutti i giornali, con sgomento dei familiari. In particolare si è creata la sensazione che Yediot Ahronot abbia intenzionalmente evidenziato la lettera per promuovere le vendite del libro di a-Shafi, che è stampato dalla sua casa editrice. Una vicenda che ha destato disagio negli ambienti giornalistici di Tel Aviv.

8.28.2009

L'equiparazione tra Israele e il nazismo /2

Equiparare Israele al nazismo o i critici di Israele all'antisemitismo sono due atteggiamenti speculari, che alcuni partecipanti ai dibattiti sul conflitto mediorientale hanno sempre cura di rovesciarsi reciprocamente addosso.

Ho provato a spiegare ad un "equiparatore", perchè secondo me sbaglia.

* * *

Se usi "nazismo" come sinonimo di malvagità, cattiveria, crudeltà, brutalità, puoi aver ragione. Allora, puoi dare del nazista a chiunque eserciti violenza e oppressione.

Se per nazismo intendi invece l'ideologia e la prassi del Terzo Reich, invece hai torto.

La differenza la fanno le camere a gas e i forni crematori.
La differenza la fa l'idea del capro espiatorio assoluto.

Gli israeliani si comportano molto male con i palestinesi.
Agiscono così perchè vogliono la loro terra.
Tuttavia, agiscono in vari modi, a volte con il bastone, a volte con la carota, e agiscono sempre per un motivo.
Se i palestinesi si arrendessero, se capitolassero, il conflitto sarebbe risolto. Se i palestinesi migrassero, nessun israeliano cercherebbe di fermarli o di infierire su di loro.

Gli ebrei invece qualunque cosa facessero - combattere, arrendersi, capitolare, migrare - dal punto di vista del Terzo Reich non avevano e non dovevano avere scampo.

Una madre entra nel campo con due figli piccoli.
Il militare nazista le domanda: "quale dei due vuoi che ti uccidiamo?"
Lei deve scegliere la morte di uno dei due figli, altrimenti verranno uccisi entrambi.

Questa cosa non ha nessun senso, nessuna equiparazione.

Per me, la banalizzazione del nazismo è di estrema gravità, fa parte di un mondo senza più memoria.

8.21.2009

Questione palestinese: o la sovranità o la cittadinanza

Spesso da parte israeliana si rappresenta la lotta palestinese come espressione di puro odio, fanatismo, indottrinamento, antisemitismo. Come fosse fuori contesto. Il contesto di un regime quarantennale di occupazione e di colonizzazione, di requisizione di terre e case, di costruzione di strade separate, di posti di blocco che impediscono la libertà di movimento, di distruzione degli ulivi, la principale fonte di reddito dei palestinesi, di limitazione delle libertà di movimento, di produzione, di commercio. Il contesto di un'apartheid di fatto.

Alla parola "apartheid" da parte israeliana si reagisce esibendo la condizione della propria minoranza araba che gode di pari diritti politici e civili nello stato ebraico: gli arabi in Israele vivono meglio degli arabi di qualsiasi stato arabo e mai vorrebbero emigrare in uno stato arabo. E - mi permetto di aggiungere - mai farebbero l'Intifada. Non ne avrebbero motivo, proprio perchè godono di pari diritti e stanno relativamente bene. Allora, anzichè ignorare questa differenza nelle condizioni giuridiche e materiali tra gli arabi di Israele e i loro fratelli di Gaza e Cisgiordania, e rappresentarsi questi ultimi come folli afflitti da un odio fine a se stesso, perchè non estendere i "pari diritti" degli arabi israeliani a tutti i palestinesi?

Israele occupa la Cisgiordania e anche Gaza come stato assediante. In questi territori vivono più di tre milioni di palestinesi. Per risolvere il conflitto, a questi palestinesi Israele dovrà concedere una cosa: o la sovranità o la cittadinanza.

8.20.2009

Perchè sto dalla parte dei palestinesi

Nei forum politici i toni sono spesso concitati e alcuni si oppongono ad altri secondo il modulo della contrapposizione tra tifoserie fino a darsi del voi.

Darsi del voi è sbagliato, anche se comodo per abbreviazione e immediatezza comunicativa, finisce per favorire e rinforzare il senso di identificazione dell'altro.

Nella sezione mediorientale questo meccanismo è ancora più enfatizzato, per la valenza simbolica dell'argomento e perchè c'è una guerra in corso.

Una modalità di questa enfasi è data dall'uso molto disinvolto della proprietà transitiva: se tu pensi o dici questo allora stai dalla parte di quelli che massacrano i bambini oppure, viceversa, dalla parte di quelli che si fanno saltare in aria sugli autobus o lanciano razzi, anzi sei come loro. Oppure dall'accettazione pura e semplice della colpa collettiva: se agli israeliani (viceversa: ai palestinesi) succede questo è perchè se lo sono meritato, voluto, etc.

A parte le espressioni dirette di odio e di violenza, che vanno censurate, ogni opinione, presa di posizione, va considerata nei suoi presupposti di analisi e lettura del conflitto.

Una formula famosa dice che in Medio Oriente c'è un conflitto, non tra un torto e una ragione, ma tra due ragioni.

Esclusive o universali?

E' vero, israeliani e palestinesi hanno entrambi diritto ad uno stato, alla sovranità, alla cittadinanza, alla sicurezza, etc... però in quel lembo di terra, c'è spazio per uno solo e, mi dispiace tanto, se devo proprio scegliere, scelgo questo popolo anzichè quello.

E' lo schema del gioco a somma zero. Vita mia, morte tua.
Una visione del mondo tribale, lo assume molto facilmente.
Questo è un modo di essere di parte: la scelta di un diritto esclusivo.

E' vero, israeliani e palestinesi hanno entrambi diritto ad uno stato, alla sovranità, alla cittadinanza, alla sicurezza, etc. e dato che si tratta di diritti universali, dato che gli uomini dei due popoli, prima di tutto sono uomini e come tali di pari valore e dignità, dato che un diritto non è un premio e la sua negazione non è una punizione ma una ingiustizia, quel diritto deve essere affermato senza condizione, senza che il diritto di uno sia subordinato all'altro, cercando la soluzione che permetta la conciliazione, il modo di convivere, entrambi come popoli e fra tutti come uomini.

E' lo schema del gioco a somma diversa da zero.
Il diritto è universale e il diritto di uno è condizione e garanzia del diritto dell'altro.
E' una visione del mondo illuministica.

L'assunzione di questo schema si manifesta in una posizione di equidistanza di fronte al conflitto?

Sul piano dei diritti astratti, si.
Sul piano dei diritti ancorati ai poteri, no.

Israeliani e palestinesi hanno gli stessi diritti, nella carta dei principi, ma non hanno gli stessi poteri nella carta dei rapporti materiali. I primi esercitano un dominio sui secondi.

Così, l'affermazione universale dei diritti implica necessariamente un riequilibrio dei poteri a favore della parte più debole, sottomessa, affinchè non sia più tale.

Per questa ragione, io sto dalla parte dei palestinesi.


(Metaforum, 9 gennaio 2009)

8.10.2009

Lo spettro di Monaco 1938

L'equiparazione di un soggetto al nazismo può avere una valenza propagandistica demonizzante e fermarsi lì. Per esempio, quando i serbi in piazza a Belgrado, sotto i bombardamenti della Nato, rappresentavano il presidente americano Clinton con i baffetti del fuhrer. A volte invece, non si ferma lì. Al documento equiparatore, si aggiunge un allegato: non possiamo fare come fecero Francia e Inghilterra a Monaco nel 1938 che, per scongiurare la guerra in Europa, acconsentirono all'annessione dei Sudeti alla Germania.

Fu un argomento usato contro Milosevic nel 1999, e prima ancora (1991), ma anche dopo, contro Saddam Hussein. E' stato usato contro Al Qaeda e contro il fondamentalismo islamico o il terrorismo in generale. Riecheggia oggi contro l'Iran.

La citazione della Conferenza di Monaco del 1938 indica un proposito di guerra e accusa la diplomazia e il pacifismo di pavidità; implica che il nemico sia ideologicamente paragonabile al nazismo e temibile come la Germania degli anni '30: lo stato più forte d'Europa, con l'ambizione di dominare il mondo.

Sul piano dei rapporti di forza il paragone tra quella Germania e medie potenze regionali come la Serbia, l'Iraq e l'Iran, diventa improponibile. Sul piano ideologico, il movimento politico del Medio Oriente, più simile al fascismo, secondo quanto argomenta Sergio Romano, è stato il Bath, ma si tratta di una somiglianza, relativa al partito unico, al primato del leader, alla militarizzazione e burocratizzazione della società, che estende il significato di fascismo a quello di autoritarismo.

Riguardo ruolo, intenzioni e fatti dei presunti nuovi nazifascismi, troviamo: l'invasione del Kuwait (1991) da parte dell'Iraq, una indubbia violazione del diritto internazionale e della sovranità di uno stato autonomo, che l'Iraq ha sempre rivendicato come sua provincia e che probabilmente pensava di poter annettere come ricompensa per il suo impegno nella guerra contro l'Iran, appoggiata dagli Stati Uniti e da altri paesi occidentali, quindi non per dare avvio ad un progetto espansionista; il conflitto a bassa intensità nel Kosovo (1991), che contrapponeva l'UCK kosovaro albanese alla polizia serba e che fece 125 morti dal nei primi tre mesi del 1999, di cui il 15 per cento serbi: sempre tanti, ma nulla a che vedere con le proporzioni di un genocidio o addirittura di una soluzione finale e nulla che avesse come presupposto una teoria razziale, ma solo la semplice contesa di un territorio tra due comunità nazionali; i comizi deliranti e odiosi di Ahamadinejad, il presidente iraniano che farnetica, negando l'olocausto e la legittimità dello Stato di Israele, senza però osare finora nessun concreto atto aggressivo, mentre la corsa al nucleare rimanda più ad una analogia con la Corea del Nord, o con la competizione tra India e Pakistan, che non al Terzo Reich: questioni di status e di deterrenza, oltre alla necessità economica di disporre di una risorsa energetica.

Mentre la seconda guerra mondiale si apriva nell'incertezza su chi avrebbe potuto vincerla e si rappresentava come uno scontro mortale, le guerre contro la Serbia, l'Iraq, l'Afghanistan, sono stati conflitti tra una potenza preponderante che non ha precedenti nella storia e paesi inermi, incapaci di reagire e di difendersi, i cui regimi si sono arresi o sono crollati quasi immediatamente. Qualcosa di analogo accadrebbe anche con l'Iran. Salvo poi impantanarsi nel controllo territoriale, in un conflitto estenuante con formazioni guerrigliere e terroristiche, in una condizione divenuta asimmetrica.

Questa è un altra differenza, che rende fuorviante il confronto con il nazismo e con la Conferenza di Monaco del 1938. Oggi, è facile biasimare Chamberlain e Daladier, perchè sappiamo come è andata la storia: una guerra devastante, ma relativamente breve, conclusasi vittoriosamente, a cui ha fatto seguito un lungo ciclo economico espansivo: la tragedia fu a lieto fine. Fosse stata una guerra lunga, interminabile, dagli esiti sempre incerti, contestuale ad una rovina economica delle parti in lotta, probabilmente il giudizio su Monaco sarebbe oggi diverso.

I promotori, sostenitori del conflitto di civiltà, che paragonano la loro guerra a quella contro il nazifascismo, potrebbero considerare questo aspetto: la loro guerra finora non è stata né breve nè vittoriosa, nè ha la prospettiva di esserlo e non si comprende come e quando potrebbe concludersi: essi mettono a paragone una simmetria con una asimmetria. La seconda guerra mondiale si concluse a Berlino, occupata dalle truppe sovietiche. Quale capitale dovrebbero prendere le truppe occidentali per vincere la guerra contro il «nazifascismo islamico»?

8.08.2009

L'equiparazione tra Israele e il nazismo

Nel 2002, a seguito di un corteo in cui sfilarono, tra gli altri, giovani travestiti da Kamikaze con lo striscione "Stato di Israele, Stato terrorista" e le esse del nazismo, Fausto Bertinotti dichiarò: «Respingiamo ogni scivolamento verso l' antisemitismo e dissentiamo da qualunque parola d'ordine che equipari non dico gli ebrei, ma anche soltanto Israele ad uno Stato nazista».

Questa equiparazione talvolta è comparsa anche nel dibattito pubblico israeliano.

Aharon Zislig, ministro dell’Agricoltura, dirà al Consiglio dei ministri, il 17 novembre 1948: « Non ho potuto dormire tutta la notte. Ciò che sta accadendo ferisce il mio animo, quello della mia famiglia e di tutti noi (…). Adesso anche gli Ebrei si comportano come i nazisti ed io ne sono profondamente scosso (Tom Segev, 1949).

Il poeta e scrittore israeliano, Yitzhak Laor, cita un articolo di Ha'aretz, del 25 gennaio 2002, tre mesi prima dell'invasione della West Bank, in cui l'analista militare Amir Oren riporta le parole di un ufficiale: «Per preparare adeguatamente la prossima campagna è essenziale imparare da ogni possibile fonte. Se la missione e' invadere un campo profughi densamente abitato o la kasbah di Nablus, bisogna imparare anche, per quanto brutto possa sembrare, da come l'esercito tedesco combatte' nel ghetto di Varsavia». La citazione sarà ripresa e ricordata anche dal pacifista israeliano Uri Avnery.

Nel 2002, rastrellati alcuni villaggi in Cisgiordania, i militari israeliani, segnano dei numeri con la biro sui prigionieri palestinesi. Arafat accusa: «un nuovo crimine razzista, è quello che i nazisti facevano agli ebrei», ma anche Tommy Lapid, deputato e sopravvissuto della Shoa, si scopre il braccio con i numeri marchiati dalle Ss e chiede al Capo di stato maggiore Mofaz: «Come pensa che si sentano, davanti a questa storia, gli scampati dai lager?»

Nel 2004, al sesto giorno dell'operazione «Arcobaleno», il ministro Yosef Lapid, al consiglio dei ministri, dichiara: «Ho visto alla Tv una vecchia donna palestinese frugare fra le macerie della sua casa, a Rafah, in cerca delle sue medicine, e mi si sono ricordato di mia nonna che fu espulsa dalla sua casa durante l' Olocausto».

Nel 2008, a denuncia delle violenze dei coloni di Hebron, il primo ministro Olmert dichiara: «In quanto ebreo mi vergogno dopo aver visto ebrei che sparano verso arabi a Hebron. Non ho altra definizione che quella di "pogrom". Noi siamo figli di un popolo che sa bene cosa siano i "pogrom"». Qui l'equiparazione non è propriamente con il nazismo, ma con quelll'antisemitismo violento che ne fu alle origini.

Queste citazioni non dimostrano che sia lecito, giusto, opportuno equiparare Israele al nazismo. Un conto è che quella equiparazione sia sostenuta razionalmente o emotivamente da ebrei o da israeliani, un altro è che a sostenerla siano persone non facenti parte di quel popolo, a scopo di propaganda, provocazione, insulto, in spregio beffardo della memoria di una tragedia.

Dal mio punto di vista, il conflitto arabo-israeliano è, per molti aspetti, simile ad una guerra coloniale e questa mi sembra l'equiparazione più sensata.

Queste citazioni dimostrano soltanto che ovunque nel dibattito pubblico, l'evocazione del nazismo è la metafora del male, e quando non ha significato propagandistico, agisce come un campanello d'allarme, quasi fosse la paura, non di ciò che si è, ma di ciò che si può diventare, se non ci si ferma per tempo.


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Per Lieberman i palestinesi sono come i nazisti

Per Lieberman i palestinesi sono come i nazisti

Il ministro degli esteri israeliano, Avigdor Lieberman, ha inviato a tutte le rappresentanze diplomatiche di Israele nel mondo, copia di una foto, scattata a Berlino a novembre del 1941, al fine di darne il massimo risalto.

La foto ritrae il dittatore nazista Adolf Hitler e il Gran Muftì di Gerusalemme Haji Amin al-Husseini.

Una operazione propagandistica che vuol suggerire l'equazione tra la causa palestinese e il nazismo.

Il paragone con il nazismo è un motivo ricorrente della più recente propaganda bellica. Dal dopoguerra, in ogni conflitto le parti belligeranti si sono reciprocamente accusate di essere naziste e hanno indicato il leader avversario come il nuovo Hitler. Il conflitto arabo-israeliano non fa eccezione.

Ma gli israeliani, prima degli altri, non dovrebbero essere contrari ad una banalizzazione del nazismo?

7.21.2009

Iran, ragazze vergini stuprate e giustiziate

L'Ansa e l'Unità hanno diffuso una notizia abberrante. Un anonimo miliziano Basiji intervistato dal Jerusalem Post ha raccontato di giovani donne vergini condannate a morte e stuprate in carcere la notte precedente l'esecuzione. Secondo la legge islamica vigente in Iran, è vietato giustiziare una vergine. Per poterla giustiziare, la vergine viene sposata ad un carceriere, il quale, anche a scopo di ricompensa, abusa di lei prima che sia messa a morte.

La notizia è talmente aberrante che viene il dubbio possa essere falsa, considerando che la fonte originaria è un giornale israeliano di destra, giornale del paese che vorrebbe muovere un attacco armato all'Iran. Purtroppo però la questione relativa all'autenticità di una notizia e quella relativa alla sua strumentalizzazione, non sono coincidenti. E' possibile strumentalizzare notizie vere. Un altra versione plausibile infatti è che crimini di questo genere siano noti e che solo oggi si scelga di enfatizzarli. D'altra parte, sappiamo che in Iran vengono impiccati i giovani solo perchè omosessuali e sappiamo anche che in quel paese, come in molti altri paesi islamici, la violenza contro le donne raggiunge vette intollerabili.

Una mia amica iraniana dice che si, queste cose in Iran succedono per davvero, non è una usanza nuova. Le ragazze stuprate e messe a morte in genere sono accusate di essere comuniste e le famiglie sono anche costrette a pagare la dote al "marito" carceriere. L'usanza è citata anche in Persepolis di Marjane Satrapi e nel libro di Marina Nemat, "Prigioniera a Teheran" (Cairo, 2007).

6.24.2009

Iran, solidale con l'onda verde



Mi sento solidale con il movimento, al di là dell'effettivo valore del candidato che sostiene. Credo che la dinamica del movimento, la pratica dei diritti civili e politici sia il valore più importante per affermare la democrazia in Iran.

Penso che dovremmo sostenere questo movimento, prima di tutto come opinione pubblica, mobilitandoci, scendendo in piazza, come abbiamo fatto in altre occasioni contro la guerra, senza avere paura di diventare strumento di chissà cosa.

Non possiamo farci paralizzare dagli Ajatollah per timore di essere usati dal "grande" e dal "piccolo satana" che, tra l'altro, al momento non mi sembrano molto ansiosi di liberarsi di Ahmadinejad.

6.19.2009

Futuro israeliano: come i boeri o come i serbi?




Prima del 1999 il conflitto serbo-kosovaro era simile al conflitto israelo-palestinese, con i serbi nella parte degli israeliani e i kosovari nella parte dei palestinesi, se non per il fatto che almeno i kosovari (albanesi) avevano comunque la cittadinanza dello stato e anche uno statuto di autonomia (seppure non rispettato).

Considero il paragone riguardo la sorte che potrebbe toccare gli israeliani in Cisgiordania, ricordando quella che è toccata ai serbi, non per una incompatibilità etnica a priori ma per quello che è successo.

I serbi hanno perso la guerra schiacciati dalla Nato e non sono stati parte contraente di un accordo di pace e di convivenza, meno che mai hanno guidato una transizione verso una simile prospettiva, come invece hanno fatto i bianchi sudafricani con De Klerk.

Il conflitto israelo-palestinese può essere paragonato anche al conflitto tra bianchi e neri nel Sudafrica dell'Apartheid, anche qui ricordando la sorte che hanno avuto i bianchi dopo la fine di quel regime segregazionista.

Perciò, penso che il futuro degli israeliani nei territori palestinesi, e forse in tutto il Medio Oriente, dipenderà da questo: se sapranno essere gli artefici di un accordo di pace o se, continuando a puntare solo sui rapporti di forza, aspetteranno prima o poi di perdere una guerra. Nel primo caso si troveranno nella situazione dei bianchi sudafricani, nel secondo in quella dei serbi.


Una lettera di Nelson Mandela sull'apartheid in Israele

"Caro Thomas (Friedman, articolista del NYT),
so che entrambi desideriamo la pace in Medioriente, ma prima che tu continui a parlare di condizioni necessarie da una prospettiva israeliana, devi sapere quello che io penso.

Da dove cominciare? Che ne dici del 1964? Lascia che ti citi le mie parole durante il processo contro di me. Oggi esse sono vere quanto lo erano allora: "Ho combattuto contro la dominazione dei bianchi ed ho combattuto contro la dominazione dei neri. Ho vissuto con l'ideale di una società libera e democratica in cui tutte le sue componenti vivessero in armonia e con uguali opportunità. E' un ideale che spero di realizzare. Ma, se ce ne fosse bisogno, e' un ideale per cui sono disposto a morire".
Oggi il mondo, quello bianco e quello nero, riconosce che l'apartheid non ha futuro. In Sud Africa esso e' finito grazie all'azione delle nostre masse, determinate a costruire pace e sicurezza. Una tale determinazione non poteva non portare alla stabilizzazione della democrazia.

Probabilmente tu ritieni sia strano parlare di apartheid in relazione alla situazione in Palestina o, più specificamente, ai rapporti tra palestinesi ed israeliani. Questo accade perché tu, erroneamente, ritieni che il problema palestinese sia iniziato nel 1967. Sembra che tu sia stupito del fatto che bisogna ancora risolvere i problemi del 1948, la componente più importante dei quali e' il Diritto al ritorno dei profughi palestinesi.
Il conflitto israelo-palestinese non e' una questione di occupazione militare e Israele non e' un Paese che si sia stabilito "normalmente" e che, nel 1967, ha occupato un altro Paese. I palestinesi non lottano per uno "Stato", ma per la libertà, l'indipendenza e l'uguaglianza, proprio come noi sudafricani.
Qualche anno fa, e specialmente durante il governo laburista, Israele ha dimostrato di non avere alcuna intenzione di restituire i territori occupati nel 1967; che gli insediamenti sarebbero rimasti, Gerusalemme sarebbe stata sotto l'esclusiva sovranità israeliana e che i palestinesi non avrebbero mai avuto uno Stato indipendente, ma sarebbero stati per sempre sotto il dominio economico israeliano, con controllo israeliano su confini, terra, aria, acqua e mare. Israele non pensava ad uno "Stato", ma alla "separazione".
Il valore della separazione e' misurato in termini di abilità, da parte di Israele, di mantenere ebraico lo Stato ebraico, senza avere una minoranza palestinese che potrebbe divenire maggioranza nel futuro. Se questo avvenisse, Israele sarebbe costretto a diventare o una democrazia secolare o uno Stato bi-nazionale, o a trasformarsi in uno stato di apartheid non solo de facto, ma anche de jure.

Thomas, se vedi i sondaggi fatti in Israele negli ultimi trent'anni, scoprirai chiaramente che un terzo degli israeliani e' preda di un volgare razzismo e si dichiara apertamente razzista. Questo razzismo e' della natura di: "Odio gli arabi" e "Vorrei che gli arabi morissero".
Se controlli anche il sistema giudiziario in Israele, vi troverai molte discriminazioni contro i palestinesi. E se consideri i territori occupati nel 1967, scoprirai che vi si trovano già due differenti sistemi giudiziari che rappresentano due differenti approcci alla vita umana: uno per le vite palestinesi, l'altro per quelle ebraiche. Ed inoltre, vi sono due diversi approcci alla proprietà ed alla terra. La proprietà palestinese non è riconosciuta come proprietà privata perché può essere confiscata.
Per quanto riguarda l'occupazione israeliana della West Bank e di Gaza, vi e' un fattore aggiuntivo. Le cosiddette "aree autonome palestinesi" sono bantustans. Sono entità ristrette entro la struttura di potere del sistema di apartheid israeliano. Lo stato palestinese non può essere il sottoprodotto dello stato ebraico solo perchè Israele mantenga la sua purezza ebraica. La discriminazione razziale israeliana e' la vita quotidiana della maggioranza dei palestinesi.
Dal momento che Israele e' uno stato ebraico, gli ebrei godono di diritti speciali di cui non godono i non-ebrei. I palestinesi non hanno posto nello stato ebraico.

L'apartheid e' un crimine contro l'umanità. Israele ha privato milioni di palestinesi della loro proprietà e della loro libertà. Ha perpetuato un sistema di gravi discriminazioni razziali e di disuguaglianza. Ha sistematicamente incarcerato e torturato migliaia di palestinesi, contro tutte le regole della legge internazionale. In particolare, esso ha sferrato una guerra contro una popolazione civile, in particolare bambini.
La risposta data dal Sud Africa agli abusi dei diritti umani risultante dalla rimozione delle politiche di apartheid, fa luce su come la societa' israeliana debba modificarsi prima di poter parlare di una pace giusta e durevole in Medio oriente.
Thomas, non sto abbandonando la diplomazia. Ma non sarò più indulgente con te come lo sono i tuoi sostenitori. Se vuoi la pace e la democrazia, ti sosterrò. Se vuoi l'apartheid formale, non ti sosterrò. Se vuoi supportare la discriminazione razziale e la pulizia etnica, noi ci opporremo a te.
Quando deciderai cosa fare, chiamami."
Nelson Mandela, primo presidente del Sud Africa

http://aljihadalakbar.splinder.com/

Le soluzioni del conflitto israelo-palestinese




Le soluzioni possibili sono sempre queste quattro:
(che possono avere ciascuna le sue varianti)

  1. Ritiro israeliano dai territori occupati e, su quei territori, costituzione dello Stato palestinese.
  2. Annessione dei territori occupati ad Israele e concessione della cittadinanza a tutti i palestinesi.
  3. Pulizia etnica dei palestinesi e annessione dei territori ad Israele.
  4. Mantenimento dell'attuale regime di occupazione e colonizzazione: apartheid di fatto.

Non scegliendo, Israele pratica sostanzialmente la quarta soluzione.

La questione palestinese data 1967




Non esistono popoli amici o popoli nemici per definizione.

Senza, le occupazioni del 1967, il conflitto israelo-palestinese si sarebbe esaurito, il 1948 sarebbe stato dimenticato, come è successo per tutti gli altri conflitti. Con l'occupazione e la colonizzazione dei Territori invece il 1948 è stato prolungato fino ad oggi.


(...) La tregua proclamata al termine della guerra d’indipendenza israeliana stabilì quindi dei confini che resistettero per diciannove anni, fino al 5 giugno 1967. Tali confini erano in parte contrassegnati da barriere ma anche laddove non lo erano, era proibito varcarli. A Gerusalemme vi era un solo valico di frontiera che permetteva, sotto stretta sorveglianza, il transito di diplomatici e di rappresentanti delle varie religioni dalla Giordania in Israele e viceversa. Vale la pena di ricordare che durante gli ultimi dieci anni di esistenza di tali confini, dal 1957 al 1967, la situazione si mantenne calma. Il pugno di ferro del regime giordano nella West Bank e di quello egiziano nella striscia di Gaza prevennero atti di terrorismo palestinese e le conseguenti rappresaglie israeliane. In quel periodo il numero di morti per attentati terroristici in Israele ammontò a venticinque, pari al numero delle vittime che un kamikaze può provocare in un solo attentato. La guerra dei sei giorni scoppiò non per iniziativa palestinese ma egiziana. L’allora presidente Nasser chiuse lo stretto di Tiran e concentrò truppe nel Sinai. Durante il conflitto, conclusosi con una schiacciante vittoria israeliana, lo stato ebraico conquistò zone densamente popolate da palestinesi.

Dopo la guerra, Israele, con iniziative unilaterali sempre più significative, cancellò man mano i confini. In primis abbattè il muro che divideva Gerusalemme, inglobando i quartieri orientali del la città allo stato ebraico, in contrasto con la decisione delle Nazioni Unite. E’ vero che l’esercito israeliano fu costretto a prolungare la propria presenza nei territori occupati fino a che gli egiziani prima, e i giordani poi, acconsentirono a firmare la pace e a fissare dei parametri di sicurezza, ma l’inserimento di colonie israeliane nel cuore della popolazione palestinese creò una situazione difficile, immorale, che frammentò i territori, rese impossibile la creazione di uno stato degno di questo nome e impedì ogni possibile soluzione.
(...)


Vedi: Abraham Yehoshua - Il mio muro non è quello di Sharon

5.20.2009

Il riconoscimento di Israele




Io come cittadino italiano, europeo, del mondo, sono per il riconscimento di Israele. Se fossi un cittadino palestinese, anzi un capo palestinese, adotterei un atteggiamento contrattuale. Voglio ottenere delle cose, posso concederne altre. La controparte mi chiede il riconoscimento. Bene, me lo gioco nella trattativa, sarà una delle cose che io concedo. L'altro invece mi vuole subito disarmare di una delle mie concessioni, e non mi sembra corretto. D'altra parte, mettiamo che io (palestinese) riconosco subito Israele. Facciamo la trattativa, alla fine fallisce. Non ho ottenuto nulla. Ma intanto ho riconosciuto Israele e sono rimasto con un pugno di mosche in mano.

La Siria non riconosce Israele. Eppure esistono e sono esistiti negoziati tra la Siria e Israele per la restituzione delle alture del Golan. Non capisco quindi perchè il riconoscimento di Israele debba essere per forza una precondizione del negoziato e non invece parte della sua conclusione. Questa richiesta posta ad Hamas da Israele e dal quartetto (Onu, Ue, Russia e Usa), ha come conseguenza l'impedimento dell'avvio di un negoziato, con effetti tragici, come la recente aggressione israeliana a Gaza.

L'indipendenza e la sovranità dei palestinesi dipendono effettivamente da Israele. L'indipendenza e la sovranità di Israele non dipendono dai palestinesi. Il principio del riconoscimento di Israele, ora esteso anche al suo carattere ebraico e rivolto, non solo ad Hamas, ma pure all'Anp di Abu Mazen, è un rovesciamento retorico della realtà, un espediente per non dover legittimare il proprio interlocutore.

Quando si vuole trattare, si tratta, in qualsiasi condizione: fino agli accordi di Oslo, Israele non riconosceva neppure l'OLP come legittimo rappresentante dei palestinesi e nel 1991, alla Conferenza di Madrid, per poter partecipare alle trattative, i delegati palestinesi si inserirono nella delegazione giordana. Avessero posto la precondizione del proprio riconoscimento, il processo di pace forse non sarebbe mai iniziato.

In politica una cosa può essere praticata senza essere affermata esplicitamente:

Hamas si difende dall'accusa di essere un ostacolo per la pace. «Noi abbiamo delle riserve rispetto al riconoscimento di Israele. Ciò nonostante, abbiamo detto che non saremo un ostacolo per la realizzazione dell'iniziativa araba del 2002. Gli arabi hanno moltiplicato le loro iniziative. Hanno rinnovato le loro proposte nel 2007. Ma, malgrado questo, la direzione israeliana rifiuta l'iniziativa di pace araba, la spezza in tante parti, gioca con le parole, moltiplica le manovre».

Il precedente del riconoscimento incondizionato dello stato d'Israele da parte dell'Olp non spingerà certo Hamas a seguire la stessa strada. Anche alla fine degli anni '80 gli Stati uniti esercitavano numerose pressioni sull'Olp, affinché questo riconoscesse ufficialmente lo stato d'Israele (senza mai precisare entro quali confini). Nel dicembre 1988 Arafat obbedì. Vent'anni dopo, lo stato palestinese ancora non esiste. Per Meshaal, così come per numerosi palestinesi, a cosa servirebbero ulteriori concessioni? Dopo tutto Abbas ha già fatto tutte le concessioni richieste, e i negoziati che porta avanti da anni non sono avanzati...

Le Monde Diplomatique, 22 dicembre 2008

In fondo, sulla questione del riconoscimento di Israele, Hamas è stata finora più duttile di quel che si crede. Si è candidata al governo dell'Anp, autorità amministrativa che già riconosce Israele; si è detta disposta ad un referendum, ha aderito al documento dei prigionieri, redatto da Marwan Barghouti per l'unità nazionale con Fatah. Ha più volte sollecitato, se si vuole anche provocatoriamente, Israele a esplicitare i confini del suo territorio.

Una richiesta legittima: la definizione dei confini israeliani decide anche della sovranità palestinese. Cosa è uno stato? Popolo, potere politico e territorio. Cosa definisce il territorio (uno dei tre elementi costitutivi dello stato)? I confini. Non esistono stati senza i confini.

Il territorio è uno degli elementi costitutivi dello stato e il territorio è definito dai confini. E' Israele che deve definire i suoi confini, nel momento in cui chiede di essere riconosciuto. La controparte dirà se lo accetta o no, dato che quella definizione incide anche sulla sovranità palestinese.

Secondo me, nei negoziati mediorientali, non è più tempo di affermazioni, dichiarazioni e riconoscimenti di principio, entro i quali la parte più forte poi fa quello che vuole.

Hamas è solo un partito, deve fare parte del negoziato mediante l'Anp. L'Anp firmerà un accordo con Israele che vincola tutte le rispettive componenti e specifica il nuovo assetto territoriale israelo-palestinese nei suoi elementi costitutivi.

Questo in teoria poichè al momento, seconodo la visione di Netanyahu, in cambio del riconoscimento, non solo dello stato di Israele ma anche del suo carattere ebraico, i palestinesi avrebbero, non un loro stato sovrano, ma l'"autogoverno".

4.23.2009

Gerusalemme non è la capitale di Israele




Non sto scrivendo questo post per affermare che Gerusalemme non deve essere la capitale di Israele o che io non voglio che lo sia o che lo possa essere in futuro, in seguito ad un accordo con i palestinesi. Non ho nulla in contrario a Gerusalemme capitale di Israele. Io. Ma non lo è. La Knesset, il parlamento israeliano, nel 1980 ha deciso l'annessione di Gerusalemme Est e ha dichiarato Gerusalemme capitale unica e indivisibile dello Stato d'Israele, ma questa decisione non è stata riconosciuta dalla Comunità internazionale ed ogni stato, compresi gli Usa, ha mantenuto la sede della sua ambasciata a Tel Aviv. Sbagliano perciò i giornali e i media a riferirsi a Gerusalemme per intendere l'autorità politica di Israele, così come ci si riferisce a Washington per intendere l'autorità politica americana, o Londra per quella britannica, o Parigi per quella francese e così via. Ha ragione il Manifesto a riferirsi a Tel Aviv. In questo modo, molti giornali rivelano il loro orientamento filo-israeliano. Legittimo essere filo-israeliani, sostenere Gerusalemme capitale di Israele, e persino appoggiare la decisione della Knesset. Quello che non va bene è fare finta che il contenzioso su Gerusalemme non esista e non sia ancora e tuttora aperto.

(...) I tentativi di dare uno status definito alla città risalgono al periodo che seguì la fine del mandato britannico della Palestina. Il regime internazionale originariamente previsto dall'ONU per la città di Gerusalemme (corpus separatum)[14], ideato nel quadro del Piano di partizione della Palestina1947, non fu mai realizzato e venne abbandonato negli anni seguenti. Dal 1948 al 1967, a seguito dell'assedio della città vecchia da parte della Legione Araba, sfociato nell'espulsione della popolazione ebraica dalla stessa, la città fu separata tra Gerusalemme Est, inclusa la città vecchiagiordana, e Gerusalemme Nuova con sovranità israeliana. Israele acquisì il controllo dell'intera città in seguito alla guerra dei sei giorni del 1967. La città fu proclamata capitale di Israele nel 1950 e designata in seguito come tale nella legislazione israeliana il 30 luglio 1980, data di promulgazione della Jerusalem Law[4]. del più alcuni quartieri orientali minori con sovranità Tali proclamazioni sono state condannate da Risoluzioni ONU e sentenze di corti internazionali, poiché la città di Gerusalemme comprende territori non riconosciuti come israeliani dal diritto internazionale. La Corte Internazionale di Giustizia ha confermato nel 2004 che i territori occupati dallo Stato di Israele oltre la "Linea Verde" del 1967 continuano ad essere "territori occupati" e dunque con essi anche la parte est di Gerusalemme. (...)

Wikipedia

4.15.2009

Informazione Corretta (con la grappa)




Esiste un sito che si chiama Informazione Corretta. Questo sito si è dato il compito di bacchettare ogni giorno, giornali e giornalisti che scrivono cose "sbagliate" su Israele. Sbagliate: non sufficientemente filo-israeliane. In particolare, le bacchettate toccano ai giornali di centrosinistra. Quelli di destra stanno nell'area di governo e il governo Berlusconi è in Europa il miglior amico di Israele. Prima o dopo le bacchettate toccano a tutti. Di recente è toccato a Dacia Maraini, alla quale è stato attribuito un errore, il pregiudizio e l'incapacità di usare il proprio cervello. Naturalmente, quando si parla di Israele, poichè si sa, tutto il mondo è coalizzato contro Israele e Dacia Maraini, evidentemente, se ha commesso quell'errore, fa parte della coalizione.

Quale errore ha commesso Dacia Maraini? In un articolo pubblicato sul Corriere della Sera, il 12 aprile, sul terremoto, ha citato nello spazio di due righe, la sorte di un ragazzo palestinese che sarebbe scampato alle bombe israeliane su Gaza, per venire poi a morire in Abruzzo. Apriti cielo, ecco la lettera di protesta pubblicata da InformazioneCorretta, introdotta dalle carinerie di cui sopra.

Gentile signora Maraini, leggo nel suo articolo sul terremoto dell'Aquila pubblicato sul Corriere l'8 aprile 2009. "....Fra le tante storie mi ha colpito quella degli studenti che abitavano nella casa costruita per loro.....lì sono sotterrati alcuni studenti che oggi avrebbero potuto essere vivi. Compreso UN RAGAZZO CHE ERA SCAMPATO ALLE BOMBE DI GAZA ed è rimasto sepolto sotto le macerie di una casa abruzzese...." (testo ripreso nei sottotitoli dell'articolo) Immagino che lei si riferisca a Hussein Hamada, studente arabo il cui corpo era stato identificato quel giorno dal padre. Non riesco a capire il riferimento alle bombe di Gaza. Hussein Hamada era uno studente arabo ISRAELIANO che era a L'Aquila da due anni per studiare medicina. Proveniva da Kaboul, villaggio della Galilea (che come è noto è situata nel nord di Israele, e non nel sud come Gaza). Forse poteva essere scampato ai bombardamenti degli Hezbollah del 2006 che hanno fatto vittime anche tra i cittadini arabi del Nord di israele, ma certamente non era scampato alle bombe di Gaza. Le sarei grata se volesse gentilmente spiegarmi se si riferiva ad altri, o se si tratta, come mi sembra di un errore. In questo caso mi piacerebbe capire da cose sia nato questo errore. La ringrazio per la cortese attenzione e resto in attesa di una sua gentile risposta Donatella Misler Nota : Ho letto le informazioni su Hussein Hamada sui giornali israeliani in lingua inglese su Internet; i giornali ne hanno parlato ampiamente sin dal primo giorno, quando ancora si sperava che fosse sopravvissuto al terremoto.


Non so se e cosa abbia risposto la signora Maraini, ma sarebbe stato sufficiente da parte di Donatella Misler e soprattutto da parte di "Informazione Corretta", immaginare che a L'Aquila, nel giorno del terremoto, fosse presente più di uno studente arabo e fare una breve ricerca su Google. Ecco il risultato.


Da Gaza all'Abruzzo senza ritorno


Kader è ancora sotto le macerie: era scappato da Gaza lasciandosi alle spalle la distruzione della guerra per cercare nello studio un futuro migliore: uno qualunque, sempre meglio delle bombe e della paura. Alle 3,32, quando la terra ha tremato per 20 lunghissimi secondi, lui era lì, nella Casa dello Studente dell'Aquila, sbriciolata come cartapesta.

Quanti altri ce ne sono, lì sotto con Kader, nessuno lo sa di preciso: al completo, l'edificio può ospitare 140 ragazzi, ma alcuni dicono che la scorsa notte ce ne fossero un'ottantina. Per le vacanze di Pasqua in molti erano partiti già venerdì e si sono salvati. Anche altri hanno avuto fortuna, come i sei ragazzi che dopo 15 ore sono stati estratti, feriti ma vivi. Le voci si sono rincorse per tutto il giorno: prima li hanno dati nella Casa dello Studente, poi in una palazzina a 100 metri di distanza, abitata sempre da studenti e crollata per intero. Ovunque fossero, è un mezzo miracolo in una giornata buia e triste. Li hanno tirati fuori scavando a mani nude o con i picconi: pezzo dopo pezzo, blocco di cemento dopo blocco di cemento.

Ansa, 7 aprile 2009


P.s. Il copyright del titolo, spetta a Liame/Artas

4.12.2009

Commercio equo solidale con i palestinesi




Comprare i prodotti palestinesi piuttosto che boicottare quelli israeliani?

Certo, bisogna aiutare i palestinesi, ma pure ostacolare gli israeliani nel fare il contrario. L'occupazione e lo stato d'assedio limitano anche la libertà di lavorare, di produrre e di commerciare dei palestinesi.

Comunque, esistono progetti di questo tipo

Commercio equo per sostenere i contadini palestinesi

La disgregazione sociale ed economica, la presenza militare israeliana, i disordini, l’occupazione delle terre, l’isolamento rispetto al resto del mondo: tutti questi fattori soffocano le possibilità di sviluppo del popolo palestinese in tutte le aree, inclusa la produzione agricola e alimentare.
Gaza: cartina geografica

PARC (Palestinian Agriculture Relief Committees) è un'organizzazione Fair Trade che da oltre 20 anni lavora con la popolazione rurale in Palestina. Fu fondata nel 1983 da un gruppo di agronomi, come risposta al deterioramento dell’attività agricola nei territori occupati dall’esercito israeliano.

Gli agronomi si rivolgevano agli agricoltori poveri e marginalizzati dell’area, offrendo loro la propria consulenza professionale e coinvolgendoli in progetti sociali. Lo sforzo del primo gruppo di volontari si sviluppò rapidamente, diventando un’organizzazione stabile, che crebbe a sua volta negli anni aumentando e differenziando le attività.

Oggi PARC, che lavora con circa 400 comunità locali, oltre a favorire la creazione di opportunità lavorative, difende e promuove il ruolo della donna nell’economia e nella società.

Dopo le prime esportazioni di prova, la vendita nel Fair Trade è cresciuta costantemente negli anni, trainata principalmente dalle esportazioni di cous-cous, un prodotto pregiato e differente dal cous cous tradizionale per la qualità conferita dal metodo di lavorazione artigianale, svolta dalle donne di Gaza secondo la tradizione.[1] Altri prodotti tipici sono le mandorle, l'olio d'oliva e i datteri al naturale.

Nonostante il difficile contesto nel quale opera, PARC non si limita al semplice sussidio, ma promuove attivamente la qualità: ricerca di varietà agricole adatte all’esportazione, certificazioni biologiche ecc.

Maggiori informazioni sul progetto qui:
http://www.altromercato.it/

LG


15 febbraio 2009
http://protonutrizione.blogosfere.it/