Nel 2002, a seguito di un corteo in cui sfilarono, tra gli altri, giovani travestiti da Kamikaze con lo striscione "Stato di Israele, Stato terrorista" e le esse del nazismo, Fausto Bertinotti dichiarò: «Respingiamo ogni scivolamento verso l' antisemitismo e dissentiamo da qualunque parola d'ordine che equipari non dico gli ebrei, ma anche soltanto Israele ad uno Stato nazista».Questa equiparazione talvolta è comparsa anche nel dibattito pubblico israeliano.
Aharon Zislig, ministro dell’Agricoltura, dirà al Consiglio dei ministri, il 17 novembre 1948: « Non ho potuto dormire tutta la notte. Ciò che sta accadendo ferisce il mio animo, quello della mia famiglia e di tutti noi (…). Adesso anche gli Ebrei si comportano come i nazisti ed io ne sono profondamente scosso (Tom Segev, 1949).
Il poeta e scrittore israeliano, Yitzhak Laor, cita un articolo di Ha'aretz, del 25 gennaio 2002, tre mesi prima dell'invasione della West Bank, in cui l'analista militare Amir Oren riporta le parole di un ufficiale: «Per preparare adeguatamente la prossima campagna è essenziale imparare da ogni possibile fonte. Se la missione e' invadere un campo profughi densamente abitato o la kasbah di Nablus, bisogna imparare anche, per quanto brutto possa sembrare, da come l'esercito tedesco combatte' nel ghetto di Varsavia». La citazione sarà ripresa e ricordata anche dal pacifista israeliano Uri Avnery.
Nel 2002, rastrellati alcuni villaggi in Cisgiordania, i militari israeliani, segnano dei numeri con la biro sui prigionieri palestinesi. Arafat accusa: «un nuovo crimine razzista, è quello che i nazisti facevano agli ebrei», ma anche Tommy Lapid, deputato e sopravvissuto della Shoa, si scopre il braccio con i numeri marchiati dalle Ss e chiede al Capo di stato maggiore Mofaz: «Come pensa che si sentano, davanti a questa storia, gli scampati dai lager?»
Nel 2004, al sesto giorno dell'operazione «Arcobaleno», il ministro Yosef Lapid, al consiglio dei ministri, dichiara: «Ho visto alla Tv una vecchia donna palestinese frugare fra le macerie della sua casa, a Rafah, in cerca delle sue medicine, e mi si sono ricordato di mia nonna che fu espulsa dalla sua casa durante l' Olocausto».
Nel 2008, a denuncia delle violenze dei coloni di Hebron, il primo ministro Olmert dichiara: «In quanto ebreo mi vergogno dopo aver visto ebrei che sparano verso arabi a Hebron. Non ho altra definizione che quella di "pogrom". Noi siamo figli di un popolo che sa bene cosa siano i "pogrom"». Qui l'equiparazione non è propriamente con il nazismo, ma con quelll'antisemitismo violento che ne fu alle origini.
Queste citazioni non dimostrano che sia lecito, giusto, opportuno equiparare Israele al nazismo. Un conto è che quella equiparazione sia sostenuta razionalmente o emotivamente da ebrei o da israeliani, un altro è che a sostenerla siano persone non facenti parte di quel popolo, a scopo di propaganda, provocazione, insulto, in spregio beffardo della memoria di una tragedia.
Dal mio punto di vista, il conflitto arabo-israeliano è, per molti aspetti, simile ad una guerra coloniale e questa mi sembra l'equiparazione più sensata.
Queste citazioni dimostrano soltanto che ovunque nel dibattito pubblico, l'evocazione del nazismo è la metafora del male, e quando non ha significato propagandistico, agisce come un campanello d'allarme, quasi fosse la paura, non di ciò che si è, ma di ciò che si può diventare, se non ci si ferma per tempo.
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