9.30.2009

Il cielo in una stanza

Sul Debsocialclub è possibile seguire un topic di commenti riguardanti Metaforum, sulla scia del caso relativo al fraintendimento tra il forumista Raptor e il professor Israel.

La definizione di "fogna a cielo aperto" può essere pertinente per quei luoghi di discussione che non sono moderati e che ammettono ogni sorta di insulto e di violenza verbale. Oppure può essere il punto di vista di un luminare poco abituato al potere interattivo di Internet: essere contraddetti non piace a nessuno, e può particolarmente dispiacere a chi è solito comunicare dall'alto di cattedre, tribune, libri e giornali. Oppure ancora può essere il giudizio di un admin che dal suo forum dice male dei forum concorrenti o che lui percepisce come tali. Oppure infine può essere il frutto di una confusione nel modo di vedere uguali, mezzi di comunicazione che sono diversi, per cui un forum viene trattato come se fosse un blog o una rivista online, con tanto di linea editoriale da contestare. Ma da cosa sia presunta la linea editoriale resta un mistero. Cosa è che fa si che un forum sia ritenuto di sinistra anzichè di destra o, nel caso di questa sezione, antisraeliano piuttosto che filoisraeliano?

Come che sia, rispetto il mistero. Quello che invece non posso rispettare sono gli insulti rivolti alle persone. Quelle che formano una comunità virtuale, evidentemente "topi di fogna" o quelle prese individualmente di mira, con argomenti tanto offensivi quanto assurdi, come di solito capita con gli anatemi e le scomuniche, proclamati quasi in nome di un intero popolo, come nel caso delle offese che Deborah Fait rivolge ad Hava Leh, pur di negare la presenza di ebrei e israeliani su questo forum, già oggetto delle sue attenzioni:

Ci sono ebrei e israeliani la'? Non mi risulta, a parte una solita che essendo di sinistra e' d'accordo con voi o spera di convertirvi.
(...)
La persona che tu tanto ammiri purtroppo non gode la stima degli israeliani che la conoscono ma ognuno ha i suoi gusti.


Hava è una signora che ha alle spalle molta più vita di noi, tanto da poter essere stata una fondatrice dello Stato di Israele e aver vissuto tutte le guerre mediorientali, compresa quella del 1948, il cui esito era incerto e il rischio di soccombere, reale. Essere insultata e delegittimata da chi si è unito a quella impresa collettiva solo in anni recenti, può suscitare una divertita indignazione, però, se così capita, alla fine è giusto dare ai pionieri quello che è dei pionieri e ai seguaci di molto tempo dopo quello che è dei seguaci. L'unico torto di Hava è quello di esprimersi civilmente e di astenersi dal partecipare a risse e futili battibecchi. Sul piano dei contenuti, non mi risulta abbia mai concesso nulla e il suo modo di pensare non è assimilabile a quello del pacifismo o della sinistra, almeno per come li intendo io. Finora, è l'unica israeliana che ho visto riuscire contemporaneamente a sostenere una guerra (quella che io reputo criminale contro Gaza) e ad ottenere la solidarietà dei pacifisti.

Per chi sta sempre con la scimitarra in mano, la capacità di persuadere è una disconferma. Ma per la qualità di un forum, che non ha il compito di giungere ad una conclusione o ad una decisione, questa è una risorsa importante: non importa cosa si pensa, ma come ci si relaziona agli altri, come si stimolano le discussioni, come si struttura un discorso, come si portano contenuti. Coloro che meglio contribuiscono ad un ambiente civile e interessante, sono anche quelli che, magari senza volerlo, ottengono il maggior consenso, a differenza di altri che vogliono prevalere sempre, su tutto e subito, come nei Talk Show, con i medesimi atteggiamenti.

Se dovessi misurarmi in un faccia a faccia sul conflitto mediorientale e potessi scegliere il mio interlocutore, tra Hava Leh e Deborah Fait, non avrei dubbi: da fazioso militante "filopalestinese" sceglierei senz'altro Deborah Fait.

Che altro dire?
Saluti comunisti a Downunder.


(Da Metaforum.it)

9.28.2009

L'Italia non è la Germania

In Germania trionfa l'Unione democratico cristiana, che potrà formare una coalizione di centrodestra con il Partito liberale, mentre crolla il Partito socialdemocratico. Notevole il risultato della Linke, il partito dei socialisti di sinistra, formato dai socialdemocratici di Oskar Lafontaine fuoriusciti dalla Spd e dagli eredi dell'ex Partito comunista della Germania Est di Gregor Gysi.

Il risultato tedesco è la conferma di Angela Merkel, forse il più autorevole leader europeo. La sua richiesta di poter formare una maggioranza con la Fdp, libera dal condizionamento socialdemocratico è stata soddisfatta, proprio nel momento in cui la differenza tra i due partiti alleati nella Gross coalition si è fatta più sfumata. I socialdemocratici hanno paventato il rischio di una politica sociale di destra, ma a differenza delle precedenti elezioni la Merkel non ha fatto una campagna liberista e la sua politica di governo, in tempo di crisi, ha riassunto una ispirazione keynesiana. D'altra parte, l'allarme della Spd risultava in contraddizione con la proposta politica del candidato socialdemocratico Frank Walter Steinmeier, che ha sempre escluso una alleanza di sinistra con la Linke e i Verdi, per proporre invece di andare al governo con il Partito liberale (Fdp) - dichiaratosi però indisponibile - cioè proprio con quel partito motivo di tanto allarme se alleato con la Cdu. Nella impostazione della Spd non restava allora che una prospettiva implicita: il ritorno al governo con la Merkel. Ma, agli occhi dell'elettorato, il ruolo della Spd nella grande coalizione deve essere sembrato poco influente. E' come se per la Spd si fosse ristretto lo spazio politico, assorbito a destra dalla Merkel, sufficientemente "sociale" da riuscire attrarre il voto moderato progressista e a sinistra dalla Linke, sufficientemente forte e credibile da riuscire ad attrarre il voto più coerentemente socialista.

Il risultato della Linke può essere motivo di invidia e di incoraggiamento per la frammentata sinistra in Italia, anche se il quadro politico tedesco è molto diverso da quello italiano. Tempo fa, in una intervista al Manifesto, Lafontaine indicò il segreto del successo della sua formazione nel rifiuto di scendere a compromessi con la sinistra moderata. Una indicazione condivisa dal Prc di Paolo Ferrero, il partito italiano più prossimo alla linea della sinistra tedesca. Tuttavia, la Linke ha margini di manovra più ampi del Prc e della ex Sinistra arcobaleno. In Italia, prima con il maggioritario uninominale, poi con il premio di maggioranza e le soglie di sbarramento si è formato un sistema bipolare, per quanto imperfetto. In questo sistema, l'elettorato progressista non si fida della democraticità dello schieramento avversario ed è più facilmente disponibile a votare contro, per paura. Mentre i socialdemocratici tedeschi non hanno timore di Angela Merkel, i democratici italiani hanno più di una preoccupazione nei confronti di Silvio Berlusconi. Così, a differenza della Linke, la sinistra italiana ha il problema di misurarsi con il Partito democratico, senza però fare il gioco della destra. In Germania, Romano Prodi l'ex premier italiano del centrosinistra, si collocherebbe con la Cdu. In Italia, Angela Merkel sarebbe una ambita e ben voluta candidata premier del Partito democratico. Una comparazione tra politica tedesca e politica italiana, così, è molto improbabile.

9.27.2009

Bar Sport

Si aggira per il web lo spettro di una delusione: i contenuti di blog e forum stanno molto al di sotto per qualità e innovazione a quelli dell'informazione tradizionale e riproducono luoghi di discussione quali il bar sport e l'assemblea condominiale. L'affermazione è corretta, ma il tono deriva da una aspettativa sbagliata.

Il web è soltanto un mezzo di comunicazione che riproduce quel che c'è. Rispetto ai vecchi media cambia solo nell'essere interattivo. Gli autori di libri e giornali vi portano la loro qualità e lo stesso fanno gli avventori dei bar sport. Nell'interazione, le due parti possono entrare in diretta relazione tra loro e capisco che, dal punto di vista di leader e intellettuali, questo possa essere anche una seccatura. Mettersi in gioco con chi non sempre sa giocare è un rischio elevato. D'altra parte, questa difficoltà la incontrano ogni giorno centinaia di docenti nel rapporto con i loro allievi, bambini, adolescenti, ragazzi. Riuscire a tenere una classe è una grande impresa, che costa fatica e sudore ed è inutile prendersela con il fatto che la maggior parte degli alunni sono discoli anzichè disciplinati bambini prodigio o almeno diligenti figli d'elité. Merito della scuola dell'obbligo, la scuola di massa, è quello di elevare un po' tutti, far salire la media, anche se poi alla fine il numero delle eccellenze resta sempre lo stesso.

Così è per la libertà di espressione in rete: tanta gente non abituata a scrivere, a commentare, a discutere, argomentare, confutare, strutturare un discorso, inizia maldestramente a farlo, e impara qualcosa. Leggerci non sarà istruttivo per altri, ma scrivere diventa istruttivo per noi, una forma di autodidattica involontaria, un effetto collaterale del nostro passatempo. Qualcuno da qualche parte, messaggio dopo messaggio, avrà forse composto una nuova Divina Commedia o riaggiornato Il Capitale, ma se non è capace di indicizzare le sue pagine nei motori di ricerca, se come si usa in cybergergo non è "seo", resterà nascosto e introvabile come un ago in un pagliaio, ma questo non è un inconveniente nuovo.

Chissà quante opere letterarie, musicali, artistiche ci sono sconosciute, solo perchè i loro autori non sono stati scoperti da nessuno, non hanno mai avuto un editore, un talent scout, una casa discografica, qualcuno che li scoprisse e li facesse conoscere al resto del mondo. Con la rete, qualche possibilità in più forse c'è. Per il resto la qualità è quella che emerge nei siti dell'informazione tradizionale, nei blog segnalati dalle vette delle classifiche di BlogBabel o dai blogroll dei migliori blogger d'autore, già noti per la loro produzione cartacea, e magari oggi meglio conosciuti e valorizzati dal grande pubblico, come per esempio, Noam Chomsky.

9.26.2009

Tra Afghanistan e Pakistan

Sono pacifista e perciò sono contro la guerra in Afghanistan, ma se fossi guerrafondaio, la guerra vorrei farla al Pakistan. Eventualità affiorata anche nella campagna elettorale di Obama, che da quando è presidente ha portato i bombardamenti anche in territorio pachistano, nonchè dichiarato che l'India ha il diritto di difendersi.

Ha poco senso identificare il terrorismo con uno stato, se non per il fatto che potenze statuali tradizionali sono preparate solo per i conflitti simmetrici tra eserciti regolari e a questo schema cercano di ridurre e ricondurre anche i conflitti asimmetrici, ma nell'insensatezza lo stato da identificare con il terrorismo più e meglio di altri sarebbe certamente il Pachistan. I talebani sono una creatura dell'ISI, i servizi segreti pachistani. Le basi e i campi di addestramento della guerriglia talebana si trovano nel Waziristan (Pachistan del sud). L'esercito pachistano accompagna i guerriglieri talebani al confine afghano, con i suoi furgoni e, al loro rientro dalle incursioni, li va a riprendere.

Musharraf, pur se vittima illesa di alcuni tentativi di eliminazione fisica, da parte degli islamisti, ha sempre mantenuto un atteggiamento ambiguo, se non di appoggio all'estremismo islamico in Pakistan. La presenza dei fondamentalisti, gli è servita per giustificare il regime militare contro i liberali e per combattere l'India in Kashmir, così come sostenere i talebani gli è servito per contendere l'Afghanistan al controllo dell'India, dell'Iran e dell'Uzbekistan, tradizionali sostenitori dell'Alleanza del nord. L'ultimo libro di Ahmed Rashid, Caos Asia, edito da Feltrinelli 2008 ed denuncia e documenta in modo dettagliato il doppiogiochismo, la complicità di Musharraf con il fondamentalismo islamico e l'acquiescienza dell'amministrazione Bush nei confronti di Musharraf.

9.25.2009

Il Fatto Quotidiano

Ieri è uscito il primo numero del Fatto Quotidiano, che non ho comprato. Nulla di che, in questo periodo non sto comprando giornali, cerco di dare la precedenza a libri e riviste, ai blog e all'informazione che si può trovare online, quella stessa tratta dai giornali tradizionali. Oltre, ai siti ufficiali, vi sono alcune buone rassegne che ho linkato in questo stesso blog (vedi sidebar, per adesso qui a sinistra). Leggere bene un giornale comporta tempo, che viene inevitabilmente sottratto alla lettura di altre cose. Inoltre, il giornale nella sua edizione cartacea costa almeno un euro, La Stampa si è portata a 1,20, lo stesso prezzo del nuovo Fatto Quotidiano. Prossimamente è probabile aumenteranno anche Repubblica e Corriere. Faccio eccezione per il Manifesto, a cui sono abbonato, sia per ragioni sentimentali, è il mio giornale fin dall'adolescenza, sia perchè ha bisogno di sostegno, sia perchè comunque pubblica notizie su argomenti trascurati da altri giornali. E' il giornale scelto da Le Monde Diplomatique per la pubblicazione della sua versione in lingua italiana.

Se però, il Fatto Quotidiano avessi voluto comprarlo, non lo avrei trovato. Alle otto era già esaurito in tutte le edicole. Centomila copie vendute. Cinquantamila ristampate per il pomeriggio. Oggi tiratura doppia. Complimenti, pure considerando che la carta stampata è in piena crisi. E' certamente l'effetto novità, ma anche della domanda di un giornale di opposizione più incisivo. Ho visto l'edizione in formato pdf, messa online per i tanti lettori che non sono riusciti ad acquistare il primo numero. La grafica mi ha fatto una buona impressione, ma apprendo che invece può essere radicalmente criticata. Certo, c'è un po' di Travaglio in eccesso. D'altra parte, è la star del giornale e, diciamo la verità, ha qualche merito in più di Filippo Facci. I temi predominanti sono la giustizia e l'informazione. Del resto c'è poco, Furio Colombo e Massimo Fini sull'Afghanistan (uno a favore, uno contro), ma la politica estera, come l'economia e il lavoro, stanno sullo sfondo o persino fuori dai margini di stampa.

Può essere un buon giornale radical-liberale costruito su una o due istanze importantissime (la libertà di stampa e la legge uguale per tutti), ma sostanzialmente assente sui temi tradizionalmente di sinistra: l'uguaglianza e la giustizia sociale. Anche solo per questa ragione, il mio attaccamento al Manifesto resta inattaccabile. Però, mentre il Manifesto sembra proseguire il suo lavoro ordinariamente, con un misto di utopia e disincanto, il Fatto gioca in pressing, con il piglio di chi vuole e sa di poter vincere. Questo aspetto va colto nel mondo di Di Pietro, Travaglio, Santoro, Micromega, Beppe Grillo. Hanno una cosa da dire, magari una sola, ma la dicono meglio di tutti gli altri, e perciò sono riconosciuti e apprezzati da tutti i delusi. Convincenti ed emozionanti. Almeno, transitoriamente in questa eterna transizione.

9.24.2009

Perchè restiamo in Afghanistan?

L'uccisione di sei militari italiani ripropone il quesito: cosa ci stiamo a fare in Afghanistan dopo otto anni? Con i talebani in ripresa dal 2005 che controllano parte del territorio, con le province presidiate dai signori della guerra, con un governo delegittimato dai brogli elettorali, che si tabalenizza sempre più nelle sue iniziative legislative prossime alla legge islamica. Dopo otto anni, il bilancio è disastroso e Obama, il leader del nostro stato guida, non sembra avere una strategia, nè per risolvere il pantano, nè per uscirne. I precedenti sono più che scoraggianti, dai sovietici ai britannici, in Afghanistan non ha mai vinto nessuno. Si obietta, se ce ne andiamo, lasciamo il paese nel caos. Ma il paese è già nel caos e noi siamo una fazione tra le altre e come le altre incapaci di dare una conclusione al conflitto.

Forse una guerra può essere giusta, può essere una guerra di civilizzazione, forse una democrazia si può esportare. Però, al prezzo dell'investimento di grandi risorse. Si possono conquistare le anime e le menti degli abitanti locali, se si evitano le stragi di civili, ma questo vuol dire impiegare molti più soldati ed esporli maggiormente al rischio di essere uccisi. Si possono ricostruire le scuole, gli ospedali, le infrastrutture civili, un apparato amministrativo, giudiziario. Si possono portare l'acqua potabile, l'elettricità, le fognature in ogni casa. Si possono creare fabbriche e posti di lavoro, si può sviluppare l'agricoltura in alternativa alla coltivazione dell'oppio. Si può comprare tutto l'oppio per la nostra produzione di morfina. Ma questo richiede molti soldi, una sorta di Piano Marshall.

La guerra in Afghanistan è fallita sul piano militare perchè è fallita sul piano della ricostruzione nazionale, mai davvero perseguita dall'amministrazione Bush, che ha subito abbandonato l'attenzione al fronte afghano, per concentrarsi sull'Iraq, dove poi ha commesso gli stessi errori. Può adesso Obama rimediare? Possono rimediare gli Stati Uniti e l'Europa alle prese con la crisi finanziaria globale? Può a questo rimedio, partecipare l'Italia, un paese il cui governo, la cui opinione pubblica vanno nel panico se qualche centinaio di disperati sbarca a Lampedusa? Non a caso, a invocare il ritorno a casa è il partito xenofobo della Lega Nord.

Ha senso insistere nell'occupazione dell'Afghanistan solo se si è disposti a fare una guerra vera, sul terreno, con molti morti tra i militari, senza affidarsi agli stragismi, e se si è disposti a investire molte risorse nella ricostruzione nazionale di quel paese. Così, ha un senso, anche se il risultato non è garantito. Diversamente bisogna ritirarsi.

9.23.2009

Beata tra gli uomini che disprezzano le donne

Se il tal personaggio non è un monumento, scrivere contro di lui (o lei) un articolo demolitorio, rischia di sembrare un atto di sadismo. E' l'impressione che ho avuto leggendo l'articolo dell'Espresso su Maria Stella Gelmini. Come assistere al bombardamento della Croce rossa.

La compassione si è immersa solo alla notizia del feeling tra lei, assessore all'agricoltura della provincia di Brescia e i cacciatori, che nel bresciano sono una lobby potentissima per tradizione e per business: la voteranno in massa quando, nell'aprile 2005, diventa consigliere regionale, prima eletta di Forza Italia, a Brescia con 17.500 preferenze. Li ricambierà, racconta Nicoli, battendosi in consiglio regionale per l'approvazione della caccia in deroga, cioè perché possano liberamente sparare a peppole, stornelli e fringuelli. Poi è riemersa, nell'apprendere che Denis Verdini scherzoso le dice davanti a tutti che è sexy, lei, che non trova la cosa appropriata al suo rango, si sforza di sorridere, Verdini è potente e lei lo sa bene. Credo sia questa una pena ambientale ed è l'oggetto del mio cruccio.

Ci ho pensato subito vedendo la foto di lei insieme con Berlusconi e poi un'altra insieme con Emilio Fede. Mi sono chiesto: come fa una donna a frequentare, anzi ad essere amica e alleata di uomini che disprezzano le donne? Quesito che potrebbe valere per molte sue colleghe, a cominciare da Mara Carfagna, a cui viene probabilmente accomunata da Paolo Guzzanti nella rivelazione del contenuto di una presunta intercettazione telefonica andata distrutta, di cui  parla anche Nouvel Observateur. Ho provato a darmi un elenco di possibili risposte. 1) Il disprezzo è condiviso e come tale non percepito. Secondo il professor Adrian Furnham entrambi i sessi credono che i più intelligenti siano gli uomini - in base ad un dato empirico: il nonno era più acuto della nonna, il padre più brillante della madre e il figlio più sveglio della figlia. 2) Il disprezzo è ricambiato. Gli uomini sono tutti così, pensano solo a quello, inutile distinguerli su questo fronte, uno vale l'altro, e con loro bisogna pur convivere. 3) Il disprezzo è riconosciuto come rivolto alle donne intese nel loro insieme, ma individualmente ci si può salvare, acquisendo un rango più elevato, pur dovendo scontare i pedaggi obbligati. I quali, se non costituiscono una disconferma della propria identità, sono sopportabili.

9.22.2009

Questione morale tra destra e sinistra

E poi ti dicono “Tutti sono uguali / tutti rubano alla stessa maniera”. / Ma è solo un modo per convincerti a restare chiuso dentro casa quando viene la sera. Riprendo De Gregori, ancora da Wittgenstein, per aggiungere qualche altra considerazione al post precedente. Perchè, in quella citazione c'è del vero e del falso. La questione morale riguarda sia la destra sia la sinistra, ma è prevalentemente una questione di sinistra, a partire dalla famosa intervista di Enrico Berlinguer. All'epoca, l'altro partito alfiere della questione morale era il partito repubblicano, oggi è l'Italia dei Valori. A destra non troviamo leader e soggetti equivalenti.

I dati parlano chiaro: corrotti e ladri ve ne sono sia a destra che a sinistra, ma in parti nettamente diseguali. Si veda la scheda di Wikipedia su Parlamento pulito o il lavoro di Travaglio e Gomez, "Se li conosci li eviti". I parlamentari condannati, prescritti, indagati, imputati e rinviati a giudizio eletti in Parlamento sono settanta. I 70 eletti sono così ripartiti: PDL 45, PD 13, Lega Nord 7, UDC – Rosa Bianca 5.I parlamentari condannati, prescritti, indagati, imputati e rinviati a giudizio eletti in Parlamento sono settanta. I 70 eletti sono così ripartiti: PDL 45, PD 13, Lega Nord 7, UDC – Rosa Bianca 5.

Ma ad indicare la differenza sono anche i comportamenti politici e legislativi. Pur considerando la timidezza, la tiepidezza della sinistra parlamentare, ad eccezione dell'IDV che ne fa della moralizzazione il suo cavallo di battaglia, la diversità c'è e la distinzione è possibile. Tra chi vuole la depenalizzazione dei reati (es. falso in bilancio) e chi no. Tra chi vuole vietare le intercettazioni telefoniche (comprese quelle per i reati di corruzione politica) e chi no. Tra chi vuole mettere i pm sotto il controllo del ministero dell'interno e chi no. Tra chi vuole aumentare i tempi della prescrizione e chi no. Tra chi vuole lodi e scudi per mettere al riparo le massime cariche dello stato e chi no.

C'è poi una differenza di opinione pubblica. La corruzione a sinistra è vissuta come un problema, essere inquisito o condannato a sinistra, per reati di corruzione, è motivo di delegittimazione e più facilmente causa di dimissioni dai relativi incarichi. Il fatto che la destra sia ritenuta uguale o peggio, non assolve. A destra, in particolare in quella forzista, invece tra indagini, prescrizioni e condanne, si sopravvive più facilmente, a partire dal leader, mentre elettori e simpatizzanti tollerano, accettano, digeriscono più facilmente o addirittura stimano la furbizia, caso mai stigmatizzano che il tal dei tali si sia fatto beccare, ma sono pronti a rivalutarlo anche per questo, se riesce a farla franca. Per quanto riguarda l'immagine pubblica, qualche battuta qualunquista, un po' di retorica fantuttista e un'accusa di moralismo, mettono tutto a posto.

9.20.2009

Sul caso di Giorgio Israel

Sul forum di ComeDonChisciotte è stato postato un messaggio contro il prof. Giorgio Israel. Dal titolo sembra ispirarsi a questo precedente su Politica in rete. L'autore del post, in seguito alle reazioni suscitate, si è autocensurato. Per conoscere il testo del messaggio dobbiamo affidarci ai giornali o al blog dello stesso professore. Ecco il testo: La Gelmini a questa riforma sta dando solamente il nome e la faccia. In realtà, l'artefice dietro le quinte di essa, il puparo, è l'ebreo Giorgio Israel. Come lo era Biagi, il riformatore della legge del lavoro, come lo è quel nano malefico di Brunetta. E' un messaggio indifendibile per forma e contenuto. Che i politici si avvalgano della consulenza di esperti per fare le leggi è la scoperta dell'acqua calda, ma mettere all'indice professori e tecnici, che non hanno responsabilità politica, è una scorrettezza che travalica i limiti dell'intimidazione: un tecnico, se sovraesposto, è molto più vulnerabile di un politico, anche solo di fronte al giudizio pubblico. Come se non bastasse, c'è il riferimento a Marco Biagi, eloquente e inquientante, dato che è stato assassinato dalle Brigate Rosse. Il prof. Israel viene qualificato, con tono dispregiativo, come ebreo e questo dà al messaggio un significato inequivocabilmente razzista. In proposito la penso come Adriano Sofri: Per qualche ragione fortuita mi sono accorto in ritardo della questione sollevata attorno a Giorgio Israel. Ho pensato di recuperare le notizie. Poi ne ho fatto a meno, avendo visto che qualcuno ha detto "l'ebreo Giorgio Israel". Basta, naturalmente, per chiedere a Israel di considerarmi dalla sua parte a qualunque costo e senza alcuna distinzione.

Per quanto mi riguarda, le notizie mi sono state segnalate tramite Facebook e sul forum che amministro, il quale è stato toccato dalla vicenda, perchè un utente comune ha aperto un topic sul medesimo argomento. Alla fine, per mia fissazione archivistica, ho raccolto quasi tutto, sfruttando InformazioneCorretta.com. Ecco, le varie rassegne: 1) Violento attacco antisemita (anonimo) contro Giorgio Israel su internet; 2) Il blog antisemita continua la campagna diffamatoria di Giorgio Israel; 3) Un saggio consiglio da Giorgio Israel 17/09/2009; 4) Si cura l'odio antico?; 5) Minacce a Giorgio Israel. Per completezza, riporto anche le reazioni di ComeDonChisciotte, per la tastiera di Miguel Martinez alias Kelebek: 1) Giorgio Israel, Comedonchisciotte, Vittorio Feltri e cose strane a Khabarovsk; 2) Sottomissione Zero!; e di Carlo Bertani: Chi è “nipotino” di Goebbels? in risposta a: Allievi di Goebbels.

Quale che sia la valutazione su reazioni della e sulla stampa - il vittimismo, la strumentalizzazione, l'enfasi, il modo approssimativo di trattare il caso, la confusione, gli errori, l'indicazione di zone virtuali da mettere al bando, la tentazione di limitare la libertà di espressione in rete - nulla toglie al giudizio sul messaggio contro il prof. Israel. E' e resta un messaggio indegno, che non dovrebbe essere ammesso in un luogo pubblico di discussione. Senza se, senza ma. E a parer mio, fa molto male Miguel Martinez a considerarlo un dato fisiologico dei forum, semplicemente sgradevole, sopra le righe, ma che non dice nulla di sbagliato. Il riferimento a Biagi sarebbe assolutamente corretto, se non fosse per il piccolo dettaglio che è stato ammazzato. L'ebraicità di Giorgio Israel, è irrilevante rispetto al suo ruolo di presidente di una commissione ministeriale, ma non lo è affatto rispetto al significato e alla motivazione di quel messaggio. L'antisemitismo non è irrilevante. Chiedo perdono per l'autocitazione: è come quanto ho scritto per il maschilismo e che vale per ogni razzismo. Se associ la cacca a qualcos'altro, qualsiasi cosa sia, nella percezione dei sensi, la cacca è prevalente in assoluto e non permette più alcuna distinzione. Caso mai un cenno razzista in un testo, rende irrilevante tutto il resto. E sul resto ho già detto. Quel tipo di messaggio non è fisiologico, è patologico. E' fisiologico soltanto che su forum non moderati o moderati in differita, vengano postati messaggi patologici. Una volta riconosciuti, quei messaggi vanno censurati e gli autori sanzionati. Di volta in volta si possono fare valutazioni di opportunità, se la comunità è vaccinata, se si sa che il tipo che scrive è un po' tocco, se la sua posizione è abitualmente isolata e contrastata, se insomma non c'è il rischio che determini un clima, un ambiente. Posso sbagliare, ma per quanto ho letto non mi sembra la situazione dei forum di ComeDonChischiotte.

Invece è la situazione di Metaforum, dove messaggi razzisti ogni tanto affiorano, ma sono sempre contrastati, isolati e i personaggi che se ne fanno autori considerati di scarsa o nulla credibilità. Il più delle volte, tali messaggi sono archiviati nel cestino o nella sezione dedicata ai temi demenziali. Nulla viene cancellato, tutto può essere letto, ma nella collocazione adeguata. Almeno, adeguata dal punto di vista di un amministratore che, nel momento in cui ospita dei contenuti, ha il diritto di marcare la propria dissociazione da quelli che reputa non solo sbagliati, ma anche illegittimi. Perciò, rifiuto l'accostamento di Metaforum a non meglio precisati blog antisemiti, noglobal, violenti, etc. che su alcuni giornali è stato fatto, fino allo stravolgimento del senso di una battuta sarcastica del forumista Raptor nel suo opposto. Vedi anche discussione sul Debsocialclub.

Una cosa voglio dire riguardo la libertà (troppa) di spazzatura online e il saggio consiglio di Giorgio Israel. In rete c'è tanta spazzatura quanta ce n'è nel resto del mondo. Purtroppo, il razzismo e la violenza verbale sono rientrati nel dibattito pubblico da diversi anni. Soltanto oggi abbiamo ascoltato un ministro affermare che la sinistra, o una sua parte, deve andare a morire ammazzata. Tutte le agenzie di stampa e i siti dell'informazione tradizionale lo hanno rilanciato e amplificato. Un'altro ministro, poco tempo fa, mettendo a confronto gli immigrati italiani e quelli extracomunitari ha detto: "Noi andavamo a lavorare, non ad ammazzare la gente". Di dichiarazioni di questo tenore, espresse non dall'ultimo anonimo dei cretini in forum semisconosciuti, ma da leader di primo piano e con ampio seguito, da tribune qualificate, se ne possono raccogliere molte, così come si possono mettere insieme le tante prime pagine, i tanti titoli e i tanti articoli del dottor Vittorio Feltri, già direttore di Libero e oggi del Giornale, contattato nel '92 da Andrea Zanussi, editore de “L’indipendente”, poichè - gli spiega - il quotidiano “ha bisogno di una bella iniezione di merda”. Ecco, per trovarla, questa sostanza, non c'è bisogno di andare online: forum e blog danno il loro contributo, ma spesso emulando fonti ben più autorevoli. Io non ho ancora scritto sui forum e sui blog di Miguel Martinez e può darsi faccia male a interloquire con lui, anche solo a distanza, ma il professor Giorgio Israel è sicuro che scrivere su un sito di Miguel Martinez sia più disdicevole che scrivere sul giornale di Vittorio Feltri? Giornale su cui è possibile accusare e delegittimare un avversario qualificandolo come "noto omosessuale".

9.19.2009

Sono tutti uguali?

A proposito di certe mattine piovose, penso che l'Italia possa essere una grande provincia, mentre la prospettiva di grande paese, se c'è, è in Europa. I grandi paesi, gli Stati Uniti, la Russia, la Cina, l'India, il Brasile, hanno queste dimensioni, invece le singole nazioni europee da sole sembrano poter solo declinare, anche nella dialettica politica.

Riguardo il qualunquismo, il dire sono tutti uguali, è davvero tale, solo quando vuole disimpegnare, assolvere o autoassolversi, esprimere non un rifiuto ma l'affermazione di una inevitabile e in fondo ben accetta convivenza. Dato che sono tutti uguali, allora anch'io posso fare lo stesso, allora posso continuare a farmi rappresentare dal peggiore di tutti. Criticare l'omologazione, il pensiero unico e cercare un'alternativa non è qualunquismo, è solo una condizione minoritaria, si spera transitoria, che rischia semmai di essere estremismo, settarismo, e di cadere nella logica del tanto peggio tanto meglio.

A me sembra di vedere questo: i partiti hanno grandi difficoltà a sintetizzare una proposta attorno agli interessi di un blocco sociale e allora sintetizzano in modo disgiunto, mettono insieme tanti elementi, che restano in contraddizione tra loro, per rivolgersi in modo indistinto all'intera società. Alla fine, risultano insignificanti, nè carne, nè pesce. Per questo sembrano tutti uguali. Se poi restano, poco o tanto, un po' tutti impigliati in episodi di malaffare, la frittata qualunquista è fatta. Ma io credo che alla fine almeno una parte sia diversa antropologicamente, abbia gli anticorpi per difendersi e le risorse per rigenerarsi. Tante volte destra e sinistra si somigliano, ma questo soprattutto alla sinistra non piace. Tante volte, destra e sinistra sono corrotte, ma di questo soprattutto la sinistra si vergogna. Queste sono già differenze.

9.16.2009

Informare e diffamare

Il volterriano Fabrizio Rondolino ha proposto su Facebook di aprire la manifestazione per la libertà di stampa con lo striscione "Viva Ezio Mauro, viva Vittorio Feltri". Io preferisco: "Viva Ezio Mauro e persino Vittorio Feltri". Giusto difendere la libertà di entrambi, ma segnamo la differenza. Posso capire il senso dello slogan: meglio avere la libertà di stampa insieme con la libertà di diffamazione, che negare la libertà di diffamazione negando anche la libertà di stampa. Tuttavia, le due cose sono diverse e non sarebbe sbagliato provare a stabilire un confine, per quanto labile, mentre anche Capezzone, portavoce del PDL prova a trincerarsi nell'equiparazione, sia pure in senso opposto a quello suggerito da Rondolino.

Si può discutere se la campagna su Berlusconi sia gossip o politica, se sia giusto collocare le notizie sui suoi scandali sessuali in prima pagina, in tante pagine, tutti i giorni, o se meritino una rilevanza minore. Comunque sia, restiamo sempre nel campo dell'informazione. C'è un fatto attuale inconsueto, una dichiarazione, una intervista, una rivelazione, una foto, un documento nuovo. Il direttore la reputa giornalisticamente interessante, secondo il suo soggettivo punto di vista, e la propone nello spazio e per il tempo che ritiene congrui, anche a seconda delle reazioni dei soggetti coinvolti: si sottopongono al giudizio pubblico, si sottraggono, chiariscono, si contraddicono, interloquiscono, minacciano, etc. Un caso può sgonfiarsi subito o prolungarsi per mesi, se il protagonista reagisce in modo adeguato o inadeguato. Credo che il modo di informare di Repubblica, de L'Unità, de Nouvel Observateur, tanto per citare i tre quotidiani querelati dal nostro presidente del consiglio, si inquadri in questo metodo, al servizio dell'informazione e magari anche della lotta politica. In questo, non c'è nulla di male, purchè la lotta politica non sia parassitaria dell'informazione, ma contribuisca ad essa. L'impulso alla lotta politica può funzionare da volano all'informazione, essere motivante, stimolante, purchè alla fine l'informazione ci sia. Tanti giornali di orientamento diverso garantiscono il pluralismo e l'equilibrio.

Diversa è la situazione in cui l'informazione è solo uno strumento di lotta politica, ma la lotta politica non concede un grammo di informazione, come probabilmente succede nei casi di Boffo e di Fini. Notizie mezze vere o del tutto false sono proposte con linguaggio allusivo, fatti datati e noti, vengono riattualizzati, rilanciati e divulgati come rivelazioni, le notizie imbarazzanti o lesive dell'immagine di qualcuno, vengono conservate nei cassetti in dossier privati, pronte ad essere estratte a scopo di ricatto e intimidazione, a secondo della necessità di colpire questo o quel personaggio, politico o giornalista, perchè in contrasto con il proprio editore, datore, leader politico di riferimento, in modo che quell'avversario sia disposto a più miti consigli e persino egli stesso a proporre il patto del candidato Stevenson: "Se lei la smette di raccontare menzogne su di me, io la smetto di raccontare la verità su di lei".

9.14.2009

La sostanza del maschilismo

La legge che vieta le dimissioni anticipate firmate in bianco, all'atto dell'assunzione, da lavoratrici che potrebbero in futuro aspettare un bambino, è stata soppressa dall'attuale governo, nell'indifferenza generale. Giuliano Amato, ministro dell'Interno nel 2007, commentò il Rapporto del suo ministero sulla criminalità dicendosi impressionato per la quantità di violenza contro le donne. Il modello femminile dominante nella televisione pubblica e commerciale è la velina. Vallettopoli definisce quel vasto e ramificato fenomeno che vede tante giovani ragazze scambiare prestazioni sessuali in cambio di un posto, una parte, una prospettiva di carriera nel mondo dello spettacolo. E forse anche in politica: le liste del PDL, come ha denunciato l'associazione di destra "Fare futuro" sono piene di belle ragazze. Il presidente del consiglio, secondo la definizione del suo avvocato, è stato l'utilizzatore finale di prostitute o donne avviate alla prostituzione. La rappresentanza femminile è ai minimi termini nelle assemblee elettive, negli organi politici esecutivi, ai vertici delle banche, delle aziende, della magistratura. Il setttanta per cento del lavoro domestico è svolto dalle donne e soltanto un terzo delle donne italiane lavora.

Questo insieme di cose ha uno sfondo culturale di dimensione nazionale, che si esprime sottotraccia, inconsapevolmente, attraverso convinzioni implicite, luoghi comuni, battute e aforismi. Il tutto sempre in modo innocuo e particolarmente tollerato, se non apprezzato. Questo insieme di cose è il "maschilismo". Quando viene indicato si nasconde dietro le sottane dell'umorismo, del gioco, o dell'inno alle donne. Certi umorismi mettono molta tristezza. Nulla rivela l'uomo come la sua barzelletta preferita (Massimo Gramellini parafransando Freud).

Durante la campagna elettorale del 2008, Berlusconi - un altro dotato di grande fantasia, vedi tutte le balle che racconta - invitò le mogli degli scrutatori del suo partito, a portare il cesto del pranzo ai loro uomini, che non potevano abbandonare i seggi. Venne accusato di maschilismo. L'accusa venne ribadita da Ritanna Armeni durante una intervista a Otto e mezzo. E come rispose Berlusconi? Recitando una filippica sulle virtù femminili. Io maschilista? Io giammai, delle donne penso ogni bene. Che sono più brave, più studiose, più ordinate, più diligenti. Più altre doti sovraumane, che non ricordo. Sicuramente ci poteva stare anche la magia. I maschilisti fanno così. Se non possono dire che le donne sono di meno, dicono che sono di più. Purchè, pari mai.

Per me, il maschilismo è un razzismo. Ve lo immaginate un razzismo ludico? Potrei dirlo in una parola più semplice, per me il maschilismo, come il razzismo, è cacca. La cacca non è associabile. Se facciamo un piatto di cacca e di crema, ne viene fuori solo un piatto di cacca. Sfido chiunque a mangiarselo e a dire che è un po' dolce e un po' amaro. Il gusto sarà uno solo: di cacca.

Allora, cosa può essere il maschilismo ludico? Una cacca ludica. Un gioco di cacca. Ma chi giocherebbe con la cacca? Perciò, quel certo umorismo, tipico degli aforismi misogini è un umorismo di cacca. Alla fine è solo cacca. Perchè quell'elemento di repulsione fa premio su tutto il resto. Potete metterci di fianco, di sopra, di sotto, l'aggettivo qualificativo che volete. La cacca è cacca.

Continuando ad usare un linguaggio tecnico, potrebbe trattarsi soltanto di un peto. Però, molto pervasiva. Tanti insieme formano una camera a gas. Tutto questo non si fonda su un dato di evidente brutalità. Ma su un humus, un atmosfera. Si sprigiona nell'aria, in una certa aria. Un atteggiamento inconsapevole, apparentemente innocuo, bonario, che forma una subcultura. Come nel caso del razzismo, il problema non è dato dai nazisti, ma da quella xenofobia diffusa, buonsensista, pragmatica, che porta alla possibilità dei respingimenti, delle reclusioni, delle torture, degli abusi. Si pensi al detto: "tra moglie e marito non mettere il dito". E' una affermazione criminale. Relativamente alla mafia, si chiamerebbe "omertà". Una affermazione che meriterebbe il linciaggio e invece può essere detta tranquillamente, con il consenso dei più. Esiste pure l'espressione "sano maschilismo" che usata come parola chiave restituisce ventiquattro pagine di Google.

E il femminismo? Non esiste specularità tra maschilismo e femminismo. Il femminismo non è altro che antisessimo. Ma un furbacchione di nome Dumas ha pensato di usare quel nome in senso dispregiativo, contro le donne che lottavano per la parità dei diritti, e così è rimasto. E' come se un bianco fosse riuscito a chiamare negrismo l'antirazzismo. Il confronto tra sessismo e antisessismo non è uomini contro donne, è trasversale ai due sessi, come il confronto tra progresso e reazione.

Esiste una ricerca negli Stati Uniti, in cui si mostra che le coppie migliori, più felici, stabili e durature, sono quelle in cui lei è una femminista. E mi sembra normale, dato che, probabilmente, sono le coppie più equilibrate e l'equilibrio è la condizione della stabilità. Ma quella italiana, è una società squilibrata.

9.13.2009

Libertà di informare, libertà di sapere

Non ricordo, in tutti questi mesi, di avere letto illazioni o notizie infondate sulla vita privata del presidente del consiglio. Sui giornali, in particolare su Repubblica, ho visto foto, letto dichiarazioni, interviste, resoconti di versioni contraddittorie, riepiloghi e domande. Le famose dieci domande. Poi dall'insieme di tutti questi elementi, i lettori possono trarre le loro conclusioni, le loro congetture, in assenza di una versione credibile, rispettosa della reputazione del premier.

Il rapporto tra Silvio Berlusconi e Noemi Letizia da cosa è spiegato? Non hanno legami di parentela. Si sa per certo che lei è stata presente ad un ricevimento a Palazzo Grazioli, in assenza dei suoi genitori, poi ancora a Villa Certosa a capodanno. Poi che lui ha partecipato a Casoria alla sua festa di compleanno. Si sa - perchè lo ha detto lei - che lui gli ha prospettato la carriera politica o nel mondo dello spettacolo. Non si sa perchè, per quali virtù, o in cambio di cosa.

Perciò si fanno domande. A cui Berlusconi risponde in modo contraddittorio. Oppure non risponde. L'informazione fa il suo mestiere. Indagare e informare. I suoi avvocati dicono che la continua pubblicazione delle domande sottointende che il loro assistito non voglia rispondere. E non è forse vero?

E' stata Noemi Letizia a concedere interviste e a raccontare della sua storia con il premier e cosa e quanto lui le ha promesso. Poteva rifiutarsi, invece ne ha parlato e di recente su SkyTV è tornata a parlarne. E' stato Berlusconi ad esibirsi pubblicamente con tanto di servizio fotografico al compleanno della diciottenne Noemi. E' stata Italia 1 la prima a pubblicare le foto. Poteva curarsi di tutelare la vita privata della ragazza e invece non se n'è curato. E' stata l'Associazione di destra "Farefuturo" a contestare il fatto che le liste elettorali del PDL venivano riempite di belle ragazze per la sola virtù del loro corpo. Proprio pochi giorni prima. E' stata la moglie di Berlusconi ha denunciare questo "ciarpame politico", il fatto che il marito frequenta minorenni e a chiedere il divorzio. Proprio il giorno dopo.

Di fronte a tutto questo, cosa dovrebbe fare la libera stampa. Girare la faccia dall'altra parte? Un premier che sostiene il family day e vuole punire i clienti delle prostitute, tradisce la moglie e frequenta ragazze e prostitute. Ragazze e prostitute ospitate su aerei di stato e ricompensate con risorse pubbliche, incarichi politici, posti di lavoro in RAI e a Mediaset. Alla libera stampa tutto questo non deve interessare? Non sono affari nostri? Se si, allora le querele contro la stampa da parte del capo del governo hanno poco senso, salvo quello di intimidire, ed allora è giusto appoggiare le iniziative a tutela della libertà di stampa.

9.12.2009

L'antisionismo è antisemitismo?

L'antisionismo è una forma di antisemitismo? Potrebbe un antisionista avere nell'antisemitismo la sua causa originaria oppure la sua destinazione. Ma i due concetti sono diversi ed è mentalmente ecologico tenerli separati. Prendiamo il dizionario alla voce sionismo.

si|o|nì|smo s.m. 1 TS stor., movimento politico e culturale ebraico nato alla fine del secolo XIX e giunto alla massima espressione sotto la guida dello scrittore Th. Herzel (1860–1904), che si proponeva la rinascita in Palestina di uno stato indipendente ispirato ai valori intellettuali, scientifici, politici e sociali della moderna civiltà occidentale e al tempo stesso agli specifici valori nazionali–culturali del mondo ebraico. 2 TS polit., dopo la proclamazione dello stato d’Israele avvenuta nel 1948, movimento internazionale d’opinione che sostiene il diritto all’esistenza del nuovo stato | in contesti polemici, con connotazione negativa, politica di chiusura attuata dal governo israeliano nei confronti del movimento per l’autodeterminazione del popolo palestinese. (De Mauro)

Entrambe le accezioni sono politiche. La seconda ci complica un po' il quadro perchè a qualcuno interesserebbe negare il diritto all'esistenza di Israele se Israele non lo negasse ai palestinesi?

In ogni caso, sostenere che uno stato non dovrebbe esistere è una opinione politica legittima. Per esempio, qualcuno era certamente contrario all'esistenza dell'URSS, la quale a sua volta comportava la non esistenza degli stati che la componevano, almeno nella forma di entità sovrane e indipendenti. Qualcuno è contrario alla esistenza della Repubblica Islamica dell'Iran, in quanto islamica. Iraq, Iran, Turchia e Siria sono contrarie all'esistenza del Kurdistan. La Serbia è contraria all'esistenza del Kosovo Indipendente e non solo la Serbia, la Cina è contraria al separatismo dello Xinjiang e del Tibet. In grande maggioranza siamo contro l'esistenza della Padania.

Il sionismo è un nazionalismo. Lenin distingueva il nazionalismo degli oppressi e quello degli oppressori. Il sionismo partecipa di entrambi, spostandosi temporalmente dal primo al secondo.

Anche lo stato palestinese non è accettato da tutti. Da Israele in primo luogo, ma anche da chi non ha fiducia nella possibilità che un simile stato possa avere le risorse per svilupparsi e ritiene preferibile la prospettiva di uno stato laico, democratico, binazionale.

L'opposizione all'esistenza di uno stato può essere politicamente sbagliata o anche ingiusta, ma è una posizione che riguarda la politica. Perchè proprio nel caso di Israele dovrebbe essere necessariamente razzista?



No, l'anti-sionismo non è anti-semitismo

Sia il «focolare ebraico» sia lo «stato ebraico» sono realtà controverse e ripeterlo non è necessariamente anti-semita

BRIAN KLUG *

Sin dall'inizio, il sionismo politico è stato un movimento controverso persino tra gli ebrei. L'opposizione, in nome dell'ebraismo, dei rabbini ortodossi e riformati tedeschi all'idea sionista era così forte da spingere Theodor Herzl a spostare il luogo del primo congresso sionista nel 1897 da Monaco a Basilea, in Svizzera. Venti anni dopo, quando il ministro degli esteri britannico Arthur Balfour (nel 1905 sponsor dell'Alien Act per limitare l'immigrazione ebraica nel Regno unito) voleva che il governo si impegnasse per una patria ebraica in Palestina, la sua dichiarazione venne rimandata non a causa degli antisemiti ma degli esponenti della comunità ebraica. Tra cui un esponente ebreo del governo che disse che il filo-sionismo di Balfour avrebbe «finito per rivelarsi anti-semita». La creazione dello stato di Israele nel 1948 non ha posto fine al dibattito anche se il problema è cambiato. Oggi si tratta del futuro di Israele. Israele dovrà divenire uno stato «post-sionista», uno stato che si definisce nei termini dei suoi abitanti attuali o si vede come appartenente all'intero popolo ebraico? Si tratta di una domanda del tutto legittima e certo non anti-semita. Quando qualcuno sostiene il contrario - come ha fatto Emanuele Ottolenghi sul Guardian di sabato scorso- finisce per aumentare ancor più il livello di confusione. Ottolenghi sostiene che «il sionismo comprende anche la credenza che gli ebrei sono una nazione, e come tali hanno diritto all'autodeterminazione come tutte le altre nazioni». Ciò è doppiamente sconcertante. Innanzitutto l'ideologia del nazionalismo ebraico era del tutto irrilevante per molti ebrei così come per molti simpatizzanti non ebrei, che vennero attratti dall'obiettivo sionista di creare uno stato ebraico in Palestina. Essi vedevano Israele in termini umanitari o pratici: un rifugio sicuro dove gli ebrei potessero vivere come tali dopo secoli di emarginazione e di persecuzioni. Questa motivazione venne rafforzata dall'uccisione da parte dei nazisti di un terzo della popolazione ebraica del mondo, l'intera distruzione delle comunità ebraiche in Europa e la sorte delle masse di rifugiati ebrei che non avevano alcun posto dove andare. In secondo luogo non bisogna certo essere anti-semiti per respingere l'idea che gli ebrei costituiscano una nazione a parte nel senso moderno della parola o che Israele è lo stato nazione ebraico. Ironia della storia il fatto che gli ebrei sono un popolo a parte che formano «uno stato nello stato» è uno degli ingredienti base del discorso anti-semita. Ed è anche per questo che alcuni anti-semiti europei pensano che la soluzione della «questione ebraica» possa essere per gli ebrei uno stato per loro conto. Herzl di certo pensò che avrebbe potuto fare affidamento sul sostegno di alcuni settori anti-semiti. Ma cos'è l'anti-semitismo?

Anche se questo termine risale agli anni `70 del XIX secolo, l'anti-semitismo è un antico pregiudizio europeo sugli ebrei. Il compositore Richard Wagner l'ha epresso assai bene quando disse: «Ritengo che la razza ebraica sia il nemico della pura umanità e tutto quel che di nobile vi è in essa». E' così che gli anti-semiti vedono gli ebrei: si tratta di una presenza aliena, parassiti che vivono sulle spalle dell'umanità e vogliono dominare il mondo. In tutto il mondo la loro mano invisibile controllerebbe le banche, i mercati e i media. Persino i governi sarebbero sotto il loro dominio. E quando ci sono delle rivoluzioni o quando delle nazioni vanno in guerra sarebbero sempre gli ebrei a muovere i fili - astuti, spietati, compatti- e a trarne vantaggio. Quando questo pregiudizio viene proiettato su Israele in quanto stato ebraico, allora possiamo dire che l'anti-sionismo è anti-semita. E quando zelanti critici di Israele, senza essere anti-semiti, usano distrattamente frasi come «l'influenza ebraica», evocando quelle fantasie, essi alimentano una corrente anti-semita nel mondo della cultura. Ma l'occupazione israeliana della West Bank e della striscia di Gaza non è una fantasia. Il diffondersi degli insediamenti ebraici in quei territori non è una fantasia. Non è una fantasia il diverso, ineguale, trattamento riservato ai colonizzatori ebrei e agli abitanti palestinesi. Non è fantasia le discriminazioni istituzionalizzate in varie sfere della vita sociale ai danni dei cittadini arabi in Israele. Queste sono realtà. E' cosa ben diversa opporsi a Israele o al sionismo sulla base di una fantasia anti-semita o farlo sulla base della realtà. In questo secondo caso non si può parlare di anti-semitismo. Ma una critica eccessiva ad Israele o al sionismo non è forse testimonianza di un pregiudizio anti-semita? Nel suo libro «The Case for Israel» Alan Dershowitz sostiene che quando le critiche ad Israele «passano il confine tra il corretto e lo scorretto passano dall'essere accettabili all'essere anti-semite». Coloro che sostengono questa linea sostengono che essa viene passata quando i critici rivolgono le loro critiche ad Israele, isolando il suo caso, in modo scorretto; quando applicano due pesi e due misure e giudicano Israele sulla base di criteri più duri di quelli usati nei confronti di altri stati; quando riportano i fatti in modo distorto in modo da presentare Israele sotto una cattiva luce; quando denigrano lo stato ebraico; e così via. Tutto ciò è indubbiamente scorretto ma si tratta necessariamente di anti-semitismo? No penso proprio di no. Il conflitto israelo-palestinese è un'amara lotta politica . I problemi sono molto complessi, le passioni brucianti e grandi sono le sofferenze. In queste circostanze i membri dei due schieramenti possono essere di parte e «passare la linea tra il corretto e lo scorretto». Quando coloro che si sono schierati con Israele passano quella linea non è detto che siano anti-musulmani. E quando altri, in sostegno della causa palestinese fanno lo stesso questo non li trasforma in anti-ebrei. Ciò vale per entrambi. Ma c'è anche qualche altra cosa che vale per entrambi: il razzismo. Sentimenti anti-ebraici e sentimenti anti-musulmani sembrano in crescita. Ciascuno ha le sue peculiarità ma antrambi sono esacerbati dal conflitto israelo-palestinese, l'invasione dell'Iraq, la «guerra contro il terrorismo» e altri conflitti.

Dovremmo unirci tutti per respingere il razzismo in ogni sua forma: l'islamofobia che demonizza i musulmani così come i discorsi anti-semiti che possono infettare l'anti-sionismo e avvelenare il dibattito politico. Tuttavia uomini di buona volontà possono non essere d'accordo tra di loro a livello politico - sino al punto discutere del futuro di Israele come stato ebraico. Senza dimenticare che anche l'equiparazione dell'anti-sionismo con l'anti-semitismo può avvelenare, a suo modo, il dibattito politico.

Brian Klug è ricercatore anziano di filosofia al Sr. Benet's Hall di Oxford ed è membro fondatore del «Jewish Forum for Justice and Human Rights».

The Guardian 3 dicembre 2003

9.10.2009

Lo sconforto di Ghilad Shalit

Tre anni di prigionia, la situazione di Ghilad Shalit è molto penosa.

Per liberarlo, nell'estate del 2006, Israele lancio l'operazione "Pioggià d'estate", che causò la morte di centinaia di palestinesi.

In Israele i prigionieri palestinesi sono undicimila, di cui 300 bambini e 550 persone trattenute senza accusa né processo ai sensi di ordinanze amministrative militari di detenzione, compresi alcuni trattenuti anche da sei anni (Amnesty, 2008)

Per liberare Ghilad Shalit occorre uno scambio di prigionieri.

Se assumiamo una impostazione non violenta, come unica legittima forma di lotta di un movimento di liberazione quello che fa Hamas è ingiustificabile e, credo lo sia in ogni caso, ogniqualvolta colpisce civili inermi o mette a repentaglio la sicurezza della propria popolazione.

Dal punto di vista militare invece, Shalit in quanto soldato è un obiettivo legittimo, un prigioniero di guerra, ed è logico che sia usato in una trattativa di scambio, con chi di prigionieri, probabilmente non tutti legali, ne detiene migliaia. Quello che si deve pretendere è che sia trattato umanamente.

Ciò detto, considerando l'asimmetria del confronto, per la liberazione di Shalit, come per la risoluzione del conflitto, credo che il bandolo della matassa sia soprattutto in mano israeliana, e noi in fondo siamo opinione pubblica soprattutto rispetto a Israele.


CHIUSO IN BUNKER ESPLOSIVO, LO SCONFORTO DI SHALIT /ANSA PUBBLICATA UNA LETTERA ALLA FAMIGLIA DI TRE ANNI FA

(di Aldo Baquis). (ANSA) - TEL AVIV, 9 SET - Nuovi drammatici dettagli sulla lunga prigionia a Gaza, nelle mani di Hamas, del caporale Ghilad Shalit sono stati divulgati oggi dalla stampa israeliana che con l'occasione pubblica anche per esteso una lettera inviata dal prigioniero alla sua famiglia, tre anni fa. In essa vi è un appello disperato al premier di allora Ehud Olmert e al ministro della difesa Amir Peretz affinchè lo riportino al più presto a casa. Ma il suo calvario era solo agli inizi. Ancora oggi, malgrado si trovi presumibilmente a pochi chilometri di distanza dal territorio israeliano, nessuna operazione di commando ha potuto restituirgli la libertà. Shalit infatti è stato a lungo tenuto prigioniero in un rifugio sotterraneo, un bunker, colmo di esplosivo. Ogni tentativo di intrusione, pare di capire, avrebbe significato la morte immediata del caporale e dei suoi guardiani di Hamas. Durante l'operazione 'Piombo Fusò (gennaio 2009), per un brevissimo lasso di tempo Hamas ha prelevato Shalit dalla sua cella sotterranea per trasferirlo in un altro nascondiglio ritenuto più sicuro. Il prigioniero è stato trasportato su un'ambulanza: ma i soldati israeliani, che pure operavano nelle immediate vicinanze, si sono lasciati sfuggire quella occasione unica per liberarlo. Subito dopo Shalit ha avuto una crisi di nervi, ha perso il sonno, ha cominciato a guardare nel vuoto, e ha anche tentato l'arma dello sciopero della fame. Queste rivelazioni - ammesso che abbiano un legame con la realtà - sono state pubblicate con evidenza da Yediot Ahronot che anticipa così il contenuto di un libro del giornalista Suleiman a-Shafi, che uscirà a giorni. A-Shafi è un cronista della televisione commerciale israeliana Canale 2, ben introdotto fra i dirigenti palestinesi. Dalla sua cattura (giugno 2006) Shalit non ha potuto incontrare alcun esponente di organizzazioni internazionali. Malgrado abbia inviato tre lettere a casa (l'ultima nel 2008) nessuno può dire con certezza che egli sia ancora vivo. Ma a-Shafi ritiene che le sue fonti di Hamas siano degne di fede. Sono state loro a riferirgli che fra Shalit e i suoi guardiani si è sviluppato un rapporto di 'odio-simpatià: quando lo vedono depresso, cercano di confortarlo. La pubblicazione della lettera è stata seguita da polemiche. La famiglia l'aveva consegnata ad a-Shafi perchè la includesse nel libro, ma non voleva che giungesse alla stampa quotidiana. Invece ieri sera è stata mostrata dalla televisione commerciale Canale 10 e oggi campeggia su tutti i giornali, con sgomento dei familiari. In particolare si è creata la sensazione che Yediot Ahronot abbia intenzionalmente evidenziato la lettera per promuovere le vendite del libro di a-Shafi, che è stampato dalla sua casa editrice. Una vicenda che ha destato disagio negli ambienti giornalistici di Tel Aviv.

9.08.2009

L'Italia che rifiuta l'asilo politico

La nostra Costituzione prevede il diritto d'asilo, ma i nostri governi si impegnano ogni anno per respingere migliaia di immigrati provenienti dal Mediterraneo, mentre giornali e televisioni enfatizzano gli sbarchi parlando di invasione. Dalle coste arriva solo il 5% dell'immigrazione, una percentuale piccola tuttavia molto visibile. I respingimenti provocano morte e sofferenza. L'impossibilità di giungere sulle nostre coste normalmente, induce i migranti ad affidarsi a precari gommoni offerti a prezzi esosi da trafficanti di esseri umani. Gli scafisti, per non farsi beccare a loro volta, caricano i migranti su imbarcazioni, sempre più piccole, istruiscono alla guida qualcuno dei passeggeri, e poi li abbandonano a se stessi, in partenza dalla Libia.

Le barche possono affondare, non essere soccorse dai pescherecci maltesi o italiani, essere respinte dalle motovedette e riaccompagnate in Libia, in violazione dei trattati internazionali. Come dice Laura Boldrini, portavoce dell’Unhcr: È vero che l’istituto del respingimento esiste nell’ordinamento italiano, ma è regolato dal Testo Unico sull’immigrazione che lo vieta nei confronti dei richiedenti asilo. Ma se noi rispediamo i rifugiati sulle coste libiche, li priviamo del loro diritto di fare domanda di asilo. L’Italia, inoltre, ha recepito l’articolo 33 della Convenzione di Ginevra che recita che "nessuno Stato contraente espellerà o respingerà i rifugiati verso confini di territori nei quali la loro vita o libertà potrebbero essere minacciate". Un principio che non ha limitazioni geografiche. In Libia i migranti sono reclusi in strutture paracarcerarie anche per moltissimo tempo, dove possono subire abusi, torture fino anche ad essere uccisi. Nella loro patria di origine, se riconsegnati - Eritrea, Somalia, Sudan, Congo, etc. - rischiano di essere perseguitati o arruolati a forza negli eserciti in guerra. Le donne in Nigeria, rimpatriate dall'Europa, rischiano la lapidazione.

Governi e opinione pubblica sanno tutto questo. I grandi quotidiani a volte danno voce alla xenofobia, altre volte denunciano il razzismo o empatizzano con gli stranieri: sanno che respingere i migranti, significa mettere a repentaglio la loro vita o restituirli ad una condizione miserabile e infernale. Eppure continuamo a respingerli. Questo parla di noi, della nostra identità e incide sulla nostra autostima collettiva. Come si sente un paese ricco, molto più ricco di tutta l'Africa messa insieme, nel risospingere persone disperate verso la fame, la dittatura, la guerra? Quelle stesse dittature e guerre che noi armiamo con il nostro traffico illegale di armi?

Se il governo è di destra, con tanto di ministri leghisti, è facile pensare che si tratti di brutti ceffi, xenofobi, razzisti, criminali. E quel governo non fa nulla per nasconderlo, anzi si esibisce con dichiarazioni, atti dimostrativi e leggi contro gli immigrati, pronti a rovinare la vita a decine, centinaia di persone, per farsi uno spot pubblicitario: il respingimento di un gommone, l'incriminazione di cinque sopravvissuti, le passerelle con Gheddafi, il nostro nuovo guardiacoste.

Ma l'accordo con Gheddafi, anche se poi non applicato, fu fatto dal Governo Prodi e a legittimare gli sbarchi è Piero Fassino, il responsabile esteri del PD, ultimo segretario dei DS, che vuole istituire in Libia l'ufficio di collocamento per i richiedenti asilo in Italia. Sono xenofobi, razzisti, criminali anche loro? Possibile lo siano tutti? In questa lettura c'è un nucleo di verità, ma anche qualcosa che non funziona. C'è qualcosa che viene prima della crudeltà, del cinismo, del razzismo, dell'egoismo di una civiltà declinante - siamo ricchi ma non tutti e non abbiamo la percezione che lo saremo ancora e sempre di più - qualcosa di molto più opaco e sbiadito, di meno pretenzioso. E' l'agire in assenza di un contesto, di una analisi complessiva, di un quadro generale. L'idea che la politica abbia un compito amministrativo molto limitato, molto pragmatico, e non possa farsi carico dei problemi del mondo. Adesso c'è da coprire questa buca, per farlo occorre scavarne un'altra.

9.05.2009

Il principe azzurro

Ho conosciuto più di una donna che ha desiderato un uomo e, della realizzazione del suo desiderio ne ha fatto una missione o una parte molto importante della propria vita. A volte si trattava di un uomo preciso. Altre volte si trattava proprio della ricerca dell'uomo preciso. Lui non c'era ancora e lei voleva individuarlo, per poi realizzare un progetto di vita insieme. Al momento non ho ancora visto nessuna di queste donne coronare il proprio sogno.

Esistono uomini nelle stesse condizioni, uomini che desiderano una donna, una donna precisa o ancora di là da venire. Ma per gli uomini è un po' diverso. Da ragazzi parlano del desiderio di una ragazza, da adulti invece sono più restii nel comunicare il proprio stato, le proprie aspirazioni sentimentali.

Inoltre, per gli uomini l'investimento amoroso è relativo. Per un uomo, una storia d'amore è soltanto una storia d'amore, non il fulcro dell'autorealizzazione. Agli uomini, tanti romanzi, tanti film, tante storie, hanno insegnato che bisogna partire per compiere una impresa, mentre lei implorante chiede loro di restare. L'uomo è Achille in guerra o Ulisse in viaggio. E quando la donna è al centro della storia, come Elena, lo è come pretesto per fare qualcos'altro, per esempio assediare e conquistare una città.

Per le donne invece no, l'uomo è il fulcro della propria realizzazione, questo narra la storia secolare dei rapporti materiali: chi trova un marito trova una casa, un sostentamento, una sistemazione. Per una donna, perdere il marito o non trovarlo, è stato e in parte lo è ancora, come per un uomo perdere o non trovare il lavoro. Questo sembra continuare a funzionare atavicamente anche nella testa delle donne capaci di sopravvivere da sole. Senza di lui, non c'è autorealizzazione per lei.

Nella testa, perchè nella realtà lei non realizza il suo desiderio, forse proprio perchè il marito e l'autorealizzazione femminile stanno su due piani distinti e alternativi. Con lui, lei non potrebbe permettersi di fare tutto ciò che fa. Nell'idealismo della nubile solitaria c'è il principe azzurro, le gioie dell'amore, il dolore per la mancata realizzazione del sogno. Ma non c'è la suocera. Non ci sono gli amici di lui, in competizione con lei. Non c'è il suo lavoro, le sue esigenze di carriera, che probabilmente a lei non interessano. Non ci sono i suoi gusti sessuali. Non ci sono le sue passioni, magari quelle sedentarie: a lui piacciono le partite di calcio, i film gialli, leggere giornali, libri, riviste, che lei non sfoglierebbe mai. Non c'è lui al volante, quando magari avrebbe voglia di guidare lei. Non ci sono le sue camicie da stirare, la sua biancheria da lavare. Non ci sono un pranzo e una cena da cucinare tutti i giorni e un frigo sempre da riempire con le borse della spesa.

Certo, se lui ci fosse potrebbe condividere tutto questo e anche l'accudimento di un bambino, che comunque può allattare solo lei, ma ricordiamo che per lei, lui è l'autorealizzazione, mentre per lui, lei e i bambini sono il piacevole contorno, il sostegno materiale ed emotivo della propria autorealizzazione, che di solito si svolge altrove, in ufficio, su un palco, in televisione, sui libri, in auto, perchè il suo compito maschile è quello di partire per compiere una grande impresa.

Naturalmente, sto generalizzando, non è sempre così, non più soltanto così, ma in tanti casi è ancora così, e se queste donne continuano ad essere sole è perchè, probabilmente, hanno fatto in modo di darsi obiettivi impossibili, tali da restare sempre alla giusta distanza, per salvaguardare se stesse, la propria individualità, il proprio individualismo, quell'autorealizzazione fin qui costruita nella realtà. In fondo, abbracciare un cuscino e piangerci dentro è sempre meglio che far la cameriera del proprio principe azzurro, e all'occasione permette anche di passare il tempo giocando, come la ragazza della maglietta descritta da Eric Berne: sul lato davanti c'è scritto Cerco marito e sul lato dietro ma tu non mi vai bene.

9.04.2009

Se non ci fosse la libertà di stampa

Se non ci fosse la libertà di stampa potremmo comprare un solo giornale oppure tanti giornali tutti uguali. Se non ci fosse la libertà di stampa fare il giornalista sarebbe un mestiere pericoloso oppure umiliante. Se non ci fosse la libertà di stampa non saremmo informati sui fatti e misfatti del governo, dei ricchi, dei potenti, ma neanche dei poveracci, perchè la cronaca nera getta un ombra sul buon governo.

Non avremmo più paura dei migranti, che smetterebbero di stuprare, spacciare droga, assaltare le ville, perchè un governo che sappia essere garante dell'ordine pubblico mai lo consentirebbe e la xenofobia verrebbe direttamente sostituita dal razzismo. Se non ci fosse la libertà di stampa, nascerebbe una pubblicazione in difesa della razza. I diversi sarebbero messi all'indice per quello che sono, senza bisogno di attribuire loro mostruosità e li si potrebbe incarcerare, deportare, torturare, affondare, senza render conto a critiche in nome di convenzioni sui diritti umani, solo perchè non ne sapremmo nulla.

Se non ci fosse la libertà di stampa, qualcuno, a suo rischio e pericolo, tenterebbe di crearla, e finirebbe ucciso o incarcerato e la sede del suo giornale, chiusa, distrutta, incendiata. Se non ci fosse la libertà di stampa, forse non avremmo il coraggio di scrivere un blog. Se non ci fosse la libertà di stampa, leggeremmo pubblicazioni clandestine di nascosto, sempre con il timore di essere perquisiti e scoperti. Ma questa versione della storia l'abbiamo già conosciuta, la versione nuova probabilmente sarebbe diversa.

Se non ci fosse la libertà di stampa, la vita privata sarebbe privata e quella pubblica anche. Se non ci fosse la libertà di stampa, ci sarebbe magari un'unica proprietà. Tutta l'informazione sotto il controllo dello stato o di un grande gruppo privato, o di tutti e due, uno sovrapposto all'altro. Se non ci fosse la libertà di stampa e non ci fosse in modo perfetto, non esisterebbe neanche la censura, i giornalisti provvederebbero a censurarsi da soli, per guadagnarsi la ricompensa del padrone o per evitarsi la sua ritorsione. Se non ci fosse la libertà di stampa, nulla potrebbe essere pubblicato senza le prove e se qualcosa venisse pubblicato con le prove, sarebbe un attacco alla privacy o alla reputazione. Se non ci fosse la libertà di stampa, le inchieste non verrebbero pubblicate, ma servirebbero solo per creare corposi dossier da conservare in un cassetto. Se non ci fosse la libertà di stampa, la rappresentazione della realtà sarebbe degli avvocati.

Se non ci fosse la libertà di stampa, le donne non firmerebbero mai articoli, comparirebbero solo nelle foto, alcune in pose amiccanti, altre in pose devote. Se non ci fosse la libertà di stampa, aumenterebbe il tempo libero degli insegnanti precari e di migliaia di lavoratori. Se non ci fosse la libertà di stampa, le guerre sarebbero missioni di pace. Se non ci fosse la libertà di stampa, i nostri leader sarebbero dei superdotati, si staccherebbero in volo dalle pagine dei fumetti e, come splendidi uccelli, volerebbero fino a posarsi sul pennone del Palazzo più alto e più importante. Mito dei bambini e degli adolescenti, dei vecchi che muoiono solo di nostalgia per il bel tempo che fu. Se non ci fosse la libertà di stampa, la lotta tra il potere e il contropotere sarebbe un conflitto tra cabarettisti. Se non ci fosse la libertà di stampa, domandare sarebbe illecito e non rispondere una cortesia.

9.03.2009

Il codice Gianduja

Il mio amico Stefano Tallia dà il benvenuto a Giudabastard, titolo del filo conduttore dei suoi prossimi post del suo blog. Nel primo messaggio, spiega il significato della parola. "Tradotto letteralmente altro non sarebbe che una generica imprecazione contro il più traditore tra gli apostoli. Chiunque abbia vissuto anche un solo mese a Torino sa però che quella parola, pronunciata con quel tono a metà tra lo stupore e l'ironia, possiede in realtà ben altre accezioni." Resto interdetto - anche solo un mese a Torino - io a Torino ci vivo da 43 anni e Giudabastard, come espressione dialettale non l'ho presente. Dal mio ambiente familiare di origine torinese, ricordo solo "boia faus". I miei nonni materni parlavano dialetto e anche mia madre quando parlava con loro. Inoltre lo parlavano le mie prozie. Un nostro cugino di Nichelino e la sua famiglia, sua moglie calabrese parlava un perfetto piemontese, e solo quello. E lo parlavano molti vicini di casa dei mie nonni. Ma giudabastard non lo ricordo proprio e di recente non l'ho mai sentito. Non discuto l'esistenza della parola, ma la probabilità di ascoltarla, quindi anche solo un mese a Torino, credo non basti affatto. Il dialetto piemontese, in città, è quasi una lingua morta, un codice segreto coltivato da una minoranza etnica in condizioni di assoluta clandestinità. Se qualcuno si mette a parlare in piemontese, alla luce del sole, nel centro di Torino, sprovvisto di documenti, potrebbe persino rischiare l'arresto e la reclusione nel centro di Corso Brunelleschi, in attesa dell'identificazione.

Esagero? Mica tanto. Ricordo, durante i primi giorni di maternità di mia moglie, all'ospedale Maria Vittoria eravamo convinti che le mamme straniere venissero ricoverate in stanze tutte per loro e nella nostra stanza, in effetti, erano tutti stranieri. C'era mia moglie, ungherese. Di fianco, una ragazza cinese, con tutti i suoi familiari cinesi. Stranieri e al tempo stesso no, perchè sapevamo cosa erano: cinesi. Avevano gli occhi a mandorla, i connotati dell'estremo oriente, parlvano cinese. Al massimo avremmo potuto confonderli con i giapponesi, i coreani, i vietnamiti. Ma insomma, era chiaro, evidente, che provenivano da quella parte del mondo e in questa evidenza potevano risultarci familiari. Di fronte a loro, c'era una mamma di pelle scura che parlava lo spagnolo. Ovvio, veniva dall'America Latina. Potevamo non essere certi che fosse equadoregna, come ci ha detto, potevamo confondere la sua lingua con il portoghese, e crederla brasiliana, ma insomma anche la sua origine ci era pressoché nota. Era una latino americana. E a me, tutta questa varietà etnica piaceva molto anche se mi faceva sentire un po' straniero in patria. Ho provato un po' di disagio soltanto per la coppia che si trovava di fronte al nostro letto. Erano di carnagione chiara, lei bionda, ma parlavano una lingua incomprensibile, che non riuscivo ad associare a nessun gruppo linguistico. Pensavo: verranno dall'est. Chiesi a mia moglie, lei ungherese, magari li riconosce. E invece no. Gli stessi ungheresi parlano una lingua estranea a quella dei paesi loro confinanti, che appartiene al gruppo ugro-finnico, di origine centro asiatica. I loro parenti più prossimi pare siano i finlandesi. E così anche mia moglie, tirava a indovinare. Forse sono slovacchi. O bulgari? Magari sono dell'Ucraina. O della Moldavia? Verranno mica della Transnistria? Niente da fare, se sono qui, capiranno l'italiano, troppo curioso, provo a chiederglielo. Parlate italiano? Si... Posso chiedervi da quale paese venite? Noi? Siamo di Torino! Parlavano uno strettissimo dialetto torinese, che non avevo mai udito prima di allora.

9.02.2009

11/9 - Attivissimo contro i complottisti

Non saprei rispondere a nessuna di queste domande che, peraltro, appena lette, ho già dimenticato. In verità, non ho mai seguito la disputa tra complottisti e anticomplottisti sugli attentati dell'11 settembre 2001, se non distrattamente, come un po' tutte le controversie molto tecniche. Ho i due libri della Piemme ordinatamente posti sui miei scaffali e magari prima o poi li leggerò.

L'attivismo anticomplottista, però, mi lascia un po' perplesso. Come se complottisti e amministrazione Bush potessero essere posti sullo stesso piano, in un rapporto simmetrico. Una grandissima bufala di non so chi incide molto meno di una piccola bugia del presidente degli Stati Uniti.

Ci sono complottisti che raccontano panzane? In fondo, cosa importa, la loro responsabilità è irrilevante e se tanta parte del popolo americano, per non dire del resto del mondo, non crede al suo governo sull'11 settembre, questo dipenderà, non tanto dall'influenza dei complottisti, quanto dalla scarsa credibilità del governo americano, del congresso, delle sue commissioni di inchiesta.

Insomma, la versione ufficiale non suscita domande? Piuttosto che i contropoteri "complottisti", non è più interessante interrogare il potere? Ecco le risposte.