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11.10.2009

Il muro di Berlino e la nostalgia del comunismo

La caduta del Muro di Berlino sembrava una bella festa. Occhetto, l'allora segretario del PCI, diceva di esserne contento. Andreotti - si narra - la pensava in tutt'altro modo: Occhetto dice di essere contento? Non si rende conto che è un disastro? In questa curiosa inversione di ruoli, il mio sentimento era più prossimo a quello di Andreotti.

Il Muro era una grave limitazione alla libertà di movimento. Settantotto persone che cercarono di varcarlo lungo tutta la sua storia, iniziata nel 1961, rimasero uccise. Era inoltre il simbolo di un regime autoritario, di un sistema di potere statuale, quello dell'Urss e dei paesi del Patto di Varsavia. Un regime che però assumeva come propria e ufficiale una ideologia di liberazione, trovandosì così in contraddizione tra mezzi e fini.

Una contraddizione che poteva risolversi a destra o a sinistra. La caduta del Muro, in quel modo e in quel momento, pensavo che l'avrebbe risolta a destra. Era la fine del regime di Breznev, ma anche del tentativo riformatore di Gorbaciov. Anche della prospettiva di un "socialismo dal volto umano". Perciò, io non mi sentivo contento.

La caduta del Muro ha questa doppia valenza: è stata una liberazione, che però non ha avuto un impulso progressivo. Forse non fu causa di nulla, ma solo una accelerazione di un processo che si trovava già lungo un piano inclinato, che la Perestroijka non riuscì a raddrizzare, qualcosa di simile alla morte per eutanasia o alla spina staccata per una morte celebrale, uno stato vegetativo, la fine definitiva di qualcosa che era già morto prima. Sta di fatto che ne seguirono più povertà, più diseguaglianza, più guerre. A vent'anni di distanza se ne parla con disincanto, mettendo in rilievo i costi sociali e la nostalgia delle popolazioni dell'Est.

In fondo però, pure noi occidentali abbiamo nostalgia degli anni '60-'70. Il trentennio successivo al dopoguerra è stato un periodo di cresciuta, nel quale anche coloro che stavano male avevano la prospettiva, la speranza di stare meglio in futuro e si pensava fosse naturale che i figli avrebbero avuto una vita migliore dei loro genitori. Oggi non è più così, anzi la tendenza sembra rovesciata. Senza contare il fatto che tutti, in vario, modo rimpiangiamo gli anni in cui eravamo giovani.

"La nostalgia del comunismo non va presa troppo sul serio: più che esprimere un vero desiderio di tornare alla grigia realtà del socialismo, è una forma di lutto, un modo garbato di sbarazzarsi del passato (...) Vale la pena ricordare la sorte di Viktor Kravcenko, il diplomatico sovietico che nel 1944 chiese asilo politico in occidente mentre si trovava a New York e scrisse il famoso Ho scelto la libertà, la prima autobiografia sugli orrori dello stalinismo. Il libro comincia con un resoconto dettagliato della collettivizzazione forzata in Ucraina e della carestia di massa che devastò il paese. La parte più nota della sua storia finisce a Parigi nel 1949, quando Kravcenko vinse trionfalmente il processo contro i suoi accusatori sovietici, che portarono in tribunale perfino la sua ex moglie perché testimoniasse che era corrotto, alcolizzato e colpevole di violenze domestiche.

Quel che è meno noto è che subito dopo la sua vittoria, mentre il mondo lo accoglieva come un eroe della guerra fredda, Kravcenko era sempre più preoccupato per la caccia alle streghe anticomunista promossa da McCarthy negli Stati Uniti e dichiarò più volte che quel modo di combattere lo stalinismo cominciava a somigliare troppo al nemico che voleva sconfiggere. Sempre più consapevole delle ingiustizie del mondo occidentale, Kravcenko fu travolto dall’ossessione di voler cambiare radicalmente anche le società democratiche.

E così, dopo aver scritto un seguito assai meno famoso di Ho scelto la libertà, significativamente intitolato Ho scelto la giustizia, si gettò in una crociata per una nuova organizzazione della produzione industriale, che sfruttasse di meno i lavoratori. La lotta lo condusse in Bolivia, dove investì (e perse) tutti i suoi soldi per organizzare delle cooperative contadine. Schiacciato dal peso dei fallimenti, Kravcenko si ritirò a vita privata e si suicidò sparandosi nella sua casa di New York.

Oggi i nuovi Kravcenko si trovano ovunque: dagli Stati Uniti all’India, dall’America Latina all’Africa, dalla Cina al Giappone, dal Medio Oriente all’Europa occidentale e orientale. Sono diversi tra loro e parlano lingue diverse, ma sono più numerosi di quel che si pensa. E chi sta ancora al governo teme più di ogni altra cosa che le loro voci diventino sempre più forti e compatte.

Questi novelli Kravcenko vedono che le circostanze ci stanno spingendo verso la catastrofe e sono disposti ad agire sfidando ogni probabilità d’insuccesso. Delusi dal comunismo del novecento, sono pronti a ricominciare da zero e a reinventare su basi nuove la ricerca della giustizia. I loro nemici li trattano come pericolosi utopisti, ma sono gli unici a essersi svegliati davvero dal sogno utopico in cui molti di noi sono ancora immersi. Sono loro, e non i nostalgici del socialismo reale, la vera speranza della sinistra.

Slavoj Zizek, Vent'anni dopo il muro di Berlino
Internazionale, 6 novembre 2009