Il mio amico Stefano Tallia dà il benvenuto a Giudabastard, titolo del filo conduttore dei suoi prossimi post del suo blog. Nel primo messaggio, spiega il significato della parola. "Tradotto letteralmente altro non sarebbe che una generica imprecazione contro il più traditore tra gli apostoli. Chiunque abbia vissuto anche un solo mese a Torino sa però che quella parola, pronunciata con quel tono a metà tra lo stupore e l'ironia, possiede in realtà ben altre accezioni." Resto interdetto - anche solo un mese a Torino - io a Torino ci vivo da 43 anni e Giudabastard, come espressione dialettale non l'ho presente. Dal mio ambiente familiare di origine torinese, ricordo solo "boia faus". I miei nonni materni parlavano dialetto e anche mia madre quando parlava con loro. Inoltre lo parlavano le mie prozie. Un nostro cugino di Nichelino e la sua famiglia, sua moglie calabrese parlava un perfetto piemontese, e solo quello. E lo parlavano molti vicini di casa dei mie nonni. Ma giudabastard non lo ricordo proprio e di recente non l'ho mai sentito. Non discuto l'esistenza della parola, ma la probabilità di ascoltarla, quindi anche solo un mese a Torino, credo non basti affatto. Il dialetto piemontese, in città, è quasi una lingua morta, un codice segreto coltivato da una minoranza etnica in condizioni di assoluta clandestinità. Se qualcuno si mette a parlare in piemontese, alla luce del sole, nel centro di Torino, sprovvisto di documenti, potrebbe persino rischiare l'arresto e la reclusione nel centro di Corso Brunelleschi, in attesa dell'identificazione.Esagero? Mica tanto. Ricordo, durante i primi giorni di maternità di mia moglie, all'ospedale Maria Vittoria eravamo convinti che le mamme straniere venissero ricoverate in stanze tutte per loro e nella nostra stanza, in effetti, erano tutti stranieri. C'era mia moglie, ungherese. Di fianco, una ragazza cinese, con tutti i suoi familiari cinesi. Stranieri e al tempo stesso no, perchè sapevamo cosa erano: cinesi. Avevano gli occhi a mandorla, i connotati dell'estremo oriente, parlvano cinese. Al massimo avremmo potuto confonderli con i giapponesi, i coreani, i vietnamiti. Ma insomma, era chiaro, evidente, che provenivano da quella parte del mondo e in questa evidenza potevano risultarci familiari. Di fronte a loro, c'era una mamma di pelle scura che parlava lo spagnolo. Ovvio, veniva dall'America Latina. Potevamo non essere certi che fosse equadoregna, come ci ha detto, potevamo confondere la sua lingua con il portoghese, e crederla brasiliana, ma insomma anche la sua origine ci era pressoché nota. Era una latino americana. E a me, tutta questa varietà etnica piaceva molto anche se mi faceva sentire un po' straniero in patria. Ho provato un po' di disagio soltanto per la coppia che si trovava di fronte al nostro letto. Erano di carnagione chiara, lei bionda, ma parlavano una lingua incomprensibile, che non riuscivo ad associare a nessun gruppo linguistico. Pensavo: verranno dall'est. Chiesi a mia moglie, lei ungherese, magari li riconosce. E invece no. Gli stessi ungheresi parlano una lingua estranea a quella dei paesi loro confinanti, che appartiene al gruppo ugro-finnico, di origine centro asiatica. I loro parenti più prossimi pare siano i finlandesi. E così anche mia moglie, tirava a indovinare. Forse sono slovacchi. O bulgari? Magari sono dell'Ucraina. O della Moldavia? Verranno mica della Transnistria? Niente da fare, se sono qui, capiranno l'italiano, troppo curioso, provo a chiederglielo. Parlate italiano? Si... Posso chiedervi da quale paese venite? Noi? Siamo di Torino! Parlavano uno strettissimo dialetto torinese, che non avevo mai udito prima di allora.
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