«Bisogna andare (o tornare) in mezzo alla gente». Lo si invoca spesso, da molti anni, nelle strutture di base dei partiti di sinistra. In tal modo si indica una soluzione alla separatezza e contemporaneamente la si esprime in un metamessaggio.Si dice «la gente», espressione molto generica, che lascia intendere l'assenza di un target o di una classe gardée. A chi si rivolge il partito che vuole andare in mezzo alla gente? Già nell'assenza o nella indeterminatezza della risposta vi è il motivo per cui quel partito in mezzo alla gente non sta. La risposta, se ci fosse, indicherebbe anche in quale luogo andare, mentre nella genericità, quel luogo è spesso solo un luogo di passaggio: la piazza, il mercato, magari la stazione. Situazioni fluide, nelle quali i militanti di partito somigliano a pesci rossi presi dalla vaschetta e gettati nel mare.
Noi e la gente, ci vediamo come due entità distinte. Assumiamo così la psicologia di una agenzia pubblicitaria o di una azienda che deve vendere un prodotto ad un pubblico di consumatori. La psicologia, ma non la scientificità, dato che non conosciamo bene il nostro target, nè gli strumenti e i sistemi di comunicazione, e forse neppure il prodotto. Cosa vogliamo vendere e a chi?
In questa distinzione, per quanto deficitaria, noi continuamo a pensare in modo elitario, noi siamo il soggetto, la gente l'oggetto del nostro intervento. Come Lotta Comunista, come i Testimoni di Geova, come i predicatori, come i venditori, come i rappresentanti di ciò che è altro dalla gente. E in fondo così siamo, come burocrazia o come psicologia, siamo un ceto separato. Il ceto politico che vuole andare (o tornare) in mezzo alla gente.
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