12.10.2009

Confindustria e il lavoro agli immigrati

Per la Confindustria cresce l'offerta di lavoro delle aziende ai lavoratori immigrati e lo dichiara smentendo Bossi: «Noi restiamo della nostra idea: gli immigrati devono essere mandati a casa loro. Non c'è lavoro nemmeno per noi.» La Confindustria ha spesso criticato le quote troppo basse dell'annuale decreto flussi. Ma la Confindustria può essere amica dei lavoratori immigrati? So domandano maliziosamente gli xenofobi e dandosi anche la risposta: se dice così, avrà il suo tornaconto, nel dividere i lavoratori, nel tenere bassi i salari, nell'avere un esercito di riserva.

Tuttavia, il primo l'offerta di lavoro c'è e i migranti non vengono dunque da noi a fare gli accattoni o i delinquenti. C'è la crisi, molte aziende licenziano, ma altre assumono e in alcuni settori risulta persino difficile reperire la manodopera. Il lavoro degli immigrati non necessariamente entra in concorrenza con quello degli italiani, come spiega Bankitalia. La maggior parte dei disoccupati italiani è concentrata al sud, magari anche impiegata nel lavoro nero, ma l'offerta di lavoro è soprattutto al nord. Infatti, in parte è ripresa la migrazione interna, come dicono i rapporti Svimez, ma non al punto tale da neutralizzare l'immigrazione straniera.

Per sfruttare a basso costo la manodopera straniera, va bene la condizione di clandestinità, ma il direttore della Confindustria, parla di occupazione qualificata e di integrazione economica e dice anche che questa non basta, ad essa deve aggiungersi un disegno di accoglienza e di inclusione sociale. Quindi, regolarizzazione, contratti, diritti. Evidentemente, non tutta la borghesia italiana è unita dietro la doppia morale leghista, che a parole vuole cacciare gli immigrati, ma nei fatti li sfrutta da clandestini. L'integrazione economica e sociale implica la condivisione dei diritti, compresa la sindacalizzazione, e l'aspirazione a nuove rivendicazioni, come è successo per i lavoratori meridionali, integrati negli anni '50-'60, alla testa lotte negli anni '60-'70.

Gli industriali badano al profitto, che non sempre comporta il più brutale sfruttamento della forza lavoro. Nei punti alti della competizione, dove vince la qualità del prodotto e del processo produttivo, bisogna ricorrere a lavoratori qualificati, adeguatamente remunerati e motivati, integrati nel contesto sociale e giuridico della comunità. I capitalisti, spiegava Marx, retribuiscono i lavoratori quel tanto che a loro serve per riprodurre se stessi, ma il livello di questa necessità a garantirsi la sopravvivenza muta nello spazio e nel tempo e si evolve fino ad arrivare ad includere diritti e beni che solo poco anni fa avremmo considerato di lusso, come il computer, la connessione a Internet, il cellulare. Allora, per una parte dell'industria, i lavoratori immigrati devono essere lavoratori regolarizzati. La grande borghesia, nella sua storia ha condotto anche battaglie di progresso nella condizione del lavoro, dall'abolizione della schiavitù a quella del latifondo. A sostenere le lotte dei contadini meridionali che occupavano le terre e venivano caricati dalla celere di Scelba, a fine anni '40 era La Stampa di Torino, giornale della Fiat, che con le sue inchieste rivelò come tante di quelle terre occupate appartenessero in origine al demanio pubblico.

Che la presenza di immigrati poi determini salari più bassi, è discutibile, in quanto, 1) attenua il dumping sociale provocato dalle delocalizzazioni: il salario in Italia è forse più contenuto dai romeni sfruttati in Romania da aziende italiane che non dai romeni che vengono a lavorare in Italia; 2) il lavoro immigrato produce ricchezza equivalente ad un decimo di pil, questa ricchezza a sua volta crea nuovi posti di lavoro, quindi la domanda di lavoro tende a riequilibrarsi con l'offerta. Se davvero interessa la questione salariale, è possibile sostenere: 1) il ripristino della scala mobile; 2) il salario minimo determinato, non più dalla contrattazione collettiva, ma per legge; 3) l'introduzione di un reddito di cittadinanza; 4) il superamento dei tanti cosiddetti contratti atipici. Anche i lavoratori immigrati sono capaci di lottare per gli aumenti salariali e per migliori condizioni di lavoro, come e forse anche meglio dei lavoratori autctoni, come tante volte è successo nelle storie di immigrazione, come dimostra l'esempio francese.

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