Un antico insegnamento paterno dice che ai matti bisogna sempre dare ragione. Tempo fa, il direttore del Corriere della Sera, Paolo Mieli, dichiarò di non temere la concorrenza dei blog, dei forum, delle nuove pubblicazioni online, perchè se è vero che offrono molti materiali interessanti, è anche vero che ospitano tanto delirio. In rete, tutti hanno diritto di parola, ognuno se la prende, la mette per iscritto, la pubblica e la divulga. Può testimoniare di essere stato rapito dagli alieni, può argomentare che l'uomo non è mai andato sulla luna, che gli ebrei hanno fatto saltare le torri gemelle, che l'olocausto non è mai esistito, che sono le donne a violentare gli uomini, che l'ONU è in mano agli arabi, che il Welfare State privilegia zingari e immigrati, che in Piazza Duomo i turisti cagano in testa ai piccioni, come nel Sogno all'incontrario di Paolo Rossi. Bisogna dire che non è vero? A tu per tu, magari non è il caso. La ragione ha i suoi limiti. Ma in pubblico? Se qualcuno ci crede, se qualcuno interpreta il silenzio come assenso o indifferenza? Allora, come dissentire, confutare, ristabilire una verità razionale, senza legittimare la follia come interlocutrice? Con la replica differita e indiretta: si evita il faccia a faccia, si riapre in un altro momento la discussione e la si rilancia in autonomia. Oppure, quando umore e spirito lo consentono, con l'ironia e il sarcasmo.3.09.2009
Delirio: ignorare o replicare?
Un antico insegnamento paterno dice che ai matti bisogna sempre dare ragione. Tempo fa, il direttore del Corriere della Sera, Paolo Mieli, dichiarò di non temere la concorrenza dei blog, dei forum, delle nuove pubblicazioni online, perchè se è vero che offrono molti materiali interessanti, è anche vero che ospitano tanto delirio. In rete, tutti hanno diritto di parola, ognuno se la prende, la mette per iscritto, la pubblica e la divulga. Può testimoniare di essere stato rapito dagli alieni, può argomentare che l'uomo non è mai andato sulla luna, che gli ebrei hanno fatto saltare le torri gemelle, che l'olocausto non è mai esistito, che sono le donne a violentare gli uomini, che l'ONU è in mano agli arabi, che il Welfare State privilegia zingari e immigrati, che in Piazza Duomo i turisti cagano in testa ai piccioni, come nel Sogno all'incontrario di Paolo Rossi. Bisogna dire che non è vero? A tu per tu, magari non è il caso. La ragione ha i suoi limiti. Ma in pubblico? Se qualcuno ci crede, se qualcuno interpreta il silenzio come assenso o indifferenza? Allora, come dissentire, confutare, ristabilire una verità razionale, senza legittimare la follia come interlocutrice? Con la replica differita e indiretta: si evita il faccia a faccia, si riapre in un altro momento la discussione e la si rilancia in autonomia. Oppure, quando umore e spirito lo consentono, con l'ironia e il sarcasmo.
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