
L'era Bush ci ha educati al conflitto di civiltà, ha trasformato in senso comune le teorie di Samuel Hunghtinton, secondo cui i conflitti successivi alla Guerra Fredda si verificherebbero con maggiore frequenza e violenza lungo le linee di divisione culturali ( o di civiltà, come quella islamica, occidentale, sinica, ecc.) e non più politico-ideologiche, come accadeva nel XX secolo, durante la Guerra Fredda.
Come prova empirica di questa teoria, viene più volte citato, anche nelle discussioni nei blog e nei forum, il conflitto israelo-palestinese, rappresentato come un vero e proprio avamposto dello scontro tra culture incompatibili.
Ma il conflitto israelo-palestinese, rispetto a queste teorie, possiede in sè, sia la conferma, sia la smentita. Ebrei e arabi, nonostante le discriminazioni sociali che colpiscono la minoranza araba, convivono pacificamente come cittadini dello Stato d'Israele, in un regime di sostanziale parità di diritti politici e civili. Invece, ebrei e arabi sono in guerra nei territori occupati, a Gaza e in Cisgiordania, là dove i primi sottopongono i secondi ad un sostanziale regime di apartheid.
Anche il Sudafrica mostra la stessa relazione: guerra tra bianchi e neri sotto l'apartheid, pace tra bianchi e neri in democrazia.
Dunque, a provocare guerre e conflitti, non sono tanto le divisioni culturali, quanto quelle politiche, economiche, sociali, civili, ovvero ingiustizie, disuguaglianze, discriminazioni, esclusioni. Il pericolo allora non arriva dallo straniero, dal diverso, ma proprio dal nostro simile quando è razzista o xenofobo.
Per fortuna, Bush è passato, ma ci vorrà del tempo, affinchè il senso comune sappia convertirsi ad Obama e alle idee che ha rappresentato nel suo discorso al Cairo.
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