3.16.2009

Le parole che usiamo

Le parole che usiamo per definire gli altri, forse ci dicono chi sono gli altri, ma soprattutto ci dicono chi siamo noi.
Una parola può mutare significato valoriale: un insulto diventa un complimento. Oppure può cambiare concetto: indicava una cosa, ne indica un'altra. Oppure può neutralizzarsi: si invertono i rapporti di forza, il sud diventa più ricco del nord e "terrone" diventa innocuo come "viso pallido". Però, una persona non può giustificarsi attribuendosi l'appartenenza ad una dimensione spazio-temporale futura: non sono razzista, sono così avanti nel tempo, così progredito, che l'accezione delle mie parole, non è quella comune tra voi che siete rimasti indietro.
Allo stesso modo non esiste dimensione individuale miracolata che conferisca licenza espressiva e di comportamento: "sono talmente antirazzista e progressista che posso dire tranquillamente "negro", "sporco ebreo" e frocio" senza essere frainteso. Capito "brutta gallina"?
Le parole che usiamo, le usiamo perchè siamo di questo mondo, non perchè scendiamo dalla luna.

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