8.06.2009

Informazione, diplomazia, diritto internazionale

Il processo a Lubna Al Hussein è stato rinviato al 7 settembre. Doveva essere condannata ad una pena di 40 frustate per aver indossato i pantaloni. Poteva avvalersi dell'immunità diplomatica, essendo una dipendente dell'ONU, ma ha rinunciato, per fare del suo caso un evento mediatico internazionale, per denunciare la fustigazione a cui sono sottoposte molte donne sudanesi, colpevoli di abbigliarsi in modo indecente. Sotto i riflettori, i giudici non hanno avuto il coraggio di procedere ed hanno rinviato. Nonostante, il potere, il fanatismo, il fondamentalismo, anche per le autorità di Khartoum decidere quella pena sotto gli occhi di una opinione pubblica mondiale, ma forse anche di quella nazionale, costituiva un problema.

Questo è un modo di combattere efficacemente la violazione dei diritti: puntare i riflettori, fare informazione, formare una opinione pubblica. Avere torto in pubblico, è difficile, anche per chi è molto cattivo e prepotente. Molti regimi sopravvivono perpetuando i loro crimini e i loro abusi, grazie al silenzio e all'oblio. Non c'è bisogno di far loro la guerra, basta smettere di appoggiarli o di essere indifferenti nei loro confronti. L'informazione è il primo passo, la costanza dell'informazione il secondo.

Poi, c'è la necessità della pressione diplomatica. Dobbiamo smettere di parlare con il governo dell'Iran o con quello della Cina? Forse non possiamo permettercelo, tanto più un paese è importante, tanto meno può essere condizionato da sanzioni e tentativi di isolamento destinati a fallire e, se anche riuscissero, sarebbero forse un danno per la stessa popolazione. Il decennale embargo contro l'Iraq fu responsabile della morte di centinaia di migliaia di iracheni. Si possono mantenere le relazioni diplomatiche ed anche quelle economiche, ma ogni incontro sia occasione per ricordare, per chiedere, il rispetto dei diritti, la tutela degli oppositori e dei perseguitati. Gorbaciov ricorda l'imbarazzo che provava ad ogni visita, quando l'interlocutore gli consegnava un messaggio in cui si richiedeva la liberazione di Sacharov.

Naturalmente, chi chiede il rispetto dei diritti, deve essere coerente e credibile. Il presidente di Guantanamo, di Abu Ghraib, delle carceri segrete, della tortura, ed i suoi alleati, non hanno questa credibilità. Nè questa credibilità possono averla quegli stati che attraverso "missioni di pace" e "operazioni di polizia internazionale" si rendono responsabili della morte di centinaia o forse di migliaia di innocenti, magari con il ricorso di armi illegali, dalle bombe a frammentazione al fosforo bianco. Se uno stato democratico è coerente con i suoi valori e lo dimostra, allora può chiedere ad altri di condividerli, ed esso stesso vorrà condividerli con altri.

La volontà di condividere i valori della libertà e della democrazia, passa per un lavoro incessante di costruzione e consolidamento di un diritto internazionale. Non si tratta di andare ad abbattere regimi e arrestare i dittatori. E' possibile, incriminare, processare e condannare in contumacia. Una corte penale internazionale a cui aderiscono la maggioranza dei paesi del mondo e tutti i paesi democratici, può assumere l'autorità morale necessaria, per riuscire a contenere e a contrastare la violenza delle dittature e gli abusi di potere di ogni stato. Anche questo richiede coerenza e credibilità, l'adesione ad un progetto di giustizia e di diritto internazionale e l'idea che i suoi principi valgano per tutti, anche per i propri amici alleati, anche per se stessi.

Tutto ciò, è utopico e velleitario? Può essere, e forse in principio lo era anche la costruzione di uno stato di diritto nazionale. Intanto, però è concepibile, ed è una alternativa al pantano delle guerre, che esportano poca e nessuna democrazia e provocano tanto odio e risentimento.

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