11.05.2009

Diritto riflesso

In questi giorni, in cui emergono notizie di abusi, pestaggi, morti in carcere, tornano alla mente alcune famose citazioni. Ne ricordo due. La prima, quella classica di Voltaire: "Se vuoi conoscere davvero un paese visitane le prigioni". La seconda, meno nota e molto più recente è quella del senatore repubblicano McCain, fiero oppositore della tortura, torturato lui stesso al tempo della sua prigionia in Vietnam: "La tortura non dice chi sono i terroristi, dice chi siamo noi".

In situazioni così drammatiche può essere facile convenire con questi principi, anche se non è così scontato. L'idea che una persona colpevole di un reato meriti una pena dai confini incerti gode di una certa tolleranza, se non di approvazione. Se è il caso che male c'è, in prigione, nel dare uno schiaffo ad un ladro o ad uno spacciatore, o peggio ad un omicida, uno stupratore? Uno schiaffo, due schiaffi, un pugno, un calcio, qual è il limite? Giunti in fondo al piano inclinato di questa morale, il limite è la morte.

"Il trattamento penitenziario deve essere conforme ad umanità e deve assicurare il rispetto della dignità della persona", sostiene la legge promulgata nel 1975 per regolamentare le condizioni di vita delle carceri italiane. E del rispetto della dignità e della incolumità del detenuto è interamente responsabile l'autorità penitenziaria, quindi lo stato, a cui egli è affidato. Perciò, il modo in cui il detenuto è trattato, misura la civiltà di uno stato, non il valore del detenuto. Se fosse quest'ultimo il criterio, la civiltà dello stato sarebbe meramente reattiva. E la giustizia sarebbe vendetta e persecuzione a discrezione di chi la esercita. L'esercizio di una simile giustizia darebbe una definizione, non del detenuto il quale è già definito da una sentenza di condanna ad una pena, ma dello stato: uno stato di non diritto e come tale, un grande pericolo potenziale per ogni suo cittadino.

In situazioni meno drammatiche, di ordinaria relazione interpersonale, convenire su questi principi è ancora più complicato. Pensiamo esistano persone degne di rispetto ed altre meno. Le prime le rispettiamo, le seconde meno. Eppure, è il rispetto nei confronti degli irrispettabili ad essere il più importante, ad attestare il nostro modo di relazionarci e quindi di essere. Se si è una persona di buon senso, il rispetto nei confronti della persona rispettabile, non necessità di alcuna particolare determinazione, è sufficiente reagire ad essa, basta un riflesso pavloviano.

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