In questi giorni, in cui emergono notizie di abusi, pestaggi, morti in carcere, tornano alla mente alcune famose citazioni. Ne ricordo due. La prima, quella classica di Voltaire: "Se vuoi conoscere davvero un paese visitane le prigioni". La seconda, meno nota e molto più recente è quella del senatore repubblicano McCain, fiero oppositore della tortura, torturato lui stesso al tempo della sua prigionia in Vietnam: "La tortura non dice chi sono i terroristi, dice chi siamo noi".In situazioni così drammatiche può essere facile convenire con questi principi, anche se non è così scontato. L'idea che una persona colpevole di un reato meriti una pena dai confini incerti gode di una certa tolleranza, se non di approvazione. Se è il caso che male c'è, in prigione, nel dare uno schiaffo ad un ladro o ad uno spacciatore, o peggio ad un omicida, uno stupratore? Uno schiaffo, due schiaffi, un pugno, un calcio, qual è il limite? Giunti in fondo al piano inclinato di questa morale, il limite è la morte.
"Il trattamento penitenziario deve essere conforme ad umanità e deve assicurare il rispetto della dignità della persona", sostiene la legge promulgata nel 1975 per regolamentare le condizioni di vita delle carceri italiane. E del rispetto della dignità e della incolumità del detenuto è interamente responsabile l'autorità penitenziaria, quindi lo stato, a cui egli è affidato. Perciò, il modo in cui il detenuto è trattato, misura la civiltà di uno stato, non il valore del detenuto. Se fosse quest'ultimo il criterio, la civiltà dello stato sarebbe meramente reattiva. E la giustizia sarebbe vendetta e persecuzione a discrezione di chi la esercita. L'esercizio di una simile giustizia darebbe una definizione, non del detenuto il quale è già definito da una sentenza di condanna ad una pena, ma dello stato: uno stato di non diritto e come tale, un grande pericolo potenziale per ogni suo cittadino.
In situazioni meno drammatiche, di ordinaria relazione interpersonale, convenire su questi principi è ancora più complicato. Pensiamo esistano persone degne di rispetto ed altre meno. Le prime le rispettiamo, le seconde meno. Eppure, è il rispetto nei confronti degli irrispettabili ad essere il più importante, ad attestare il nostro modo di relazionarci e quindi di essere. Se si è una persona di buon senso, il rispetto nei confronti della persona rispettabile, non necessità di alcuna particolare determinazione, è sufficiente reagire ad essa, basta un riflesso pavloviano.
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