11.17.2009

Esselunga, la cassiera e il mobbing inventato (?)

Può essere che, sulla base di quanto effettivamente accertato, sia plausibile una sentenza di archiviazione relativamente al caso della cassiera della Esselunga, tuttavia, è un po' troppo sbrigativo titolare, come fa il Corriere della Sera nella sua edizione online, La cassiera e il mobbing inventato, trasformando l'incertezza in una verità rovesciata. Idem l'Ansa: Mobbing: cassiera Esselunga mentiva; Il Giornale: La commessa dell'Esselunga inventò mobbing e aggressione; il TGCOM, quanto meno, ha cura di usare le virgolette: Mobbing,"cassiera Esselunga mentì" Milano, Gip archivia il caso. Certo, la richiesta di archiviazione del pm, sostenendo che «Le problematiche che la vitti­ma ha evidenziato appaiono legate ai disturbi psichici e al suo stato di sofferenza psico­logica», e parlando di «totale mancanza di atti­vità o volontà persecutoria», dà adito a queste interpretazioni.

Ma, il mancato accertamento di attività o volontà persecutoria, non dimostra affatto la sua totale mancanza. Che la cassiera abbia problemi psicologici, non significa necessariamente che si sia inventato tutto. I principali fatti a motivo della sua accusa restano: per una ora e mezza non le è stato concesso il cambio alla cassa e lei si è urinata addosso. Non si sa se per disorganizzazione o per vessazione. E' stata picchiata negli spogliatoi: trauma cranico facciale, di­storsione cervicale, ecchimo­si alle gambe e contusione al braccio destro «l’autore del fatto non è stato identificato e pertanto va accolta la richie­sta di archiviazione». Tuttavia, è successo, e le lesioni c'erano, accertate al Pronto Soccorso e riferite anche dalla testimonianza della sindacalista della UIL. Anche chi dice la verità, può fornire versioni contraddittorie, anche chi ha problemi psicologici può subire mobbing, e forse soprattutto, dato che le vittime privilegiate sono proprio le persone più vulnerabili con l'effetto di aggravare ulteriormente il loro stato di sofferenza.

11.12.2009

Comunisti: nostalgici e rifondatori

L'Ernesto torna a lamentare la censura di Liberazione, perchè il direttore non ha pubblicato un articolo di Andrea Catone contro l'articolo di Paolo Ferrero sul ventennale della caduta del Muro di Berlino, poichè quell'articolo non voleva aprire un dibattito sull'argomento.

Sono d'accordo con la scelta del direttore di Liberazione. Aprire un dibattito sull'articolo di Ferrero sul giornale del partito equivarebbe a dire che il giudizio politico sull'esperienza delsocialismo reale è, per il partito, ancora un nodo irrisolto. Saremmo quelli che, in rapporto a quella esperienza, la pensano alcuni bene, alcuni male, ma il partito in sè, una sua visione coerente non l'avrebbe. E dunque, una delle sue opzioni possibili sarebbe lariproposizione di quel modello o il rapporto alleatorio con stati che in qualche modo e misura si ispirano ancora, in tutto o in parte, a quel modello. Credo e spero che il partito non sia in questo stato e sono d'accordo nel fatto che non dia di sè questa immagine.

Per questo l'unità di tutti i "comunisti" (sedicenti tali) non ha senso. Ha senso l'unità dei comunisti che perseguono la rifondazionevolta a coniugare giustizia e libertà e ha senso l'unità dei nostalgici del collettivismo burocratico. Ciascuno per la sua strada. Mi si obietta a questo punto, che le divisioni sul passato non devono inibire l'unità oggi e che questa unità può fondarsi sulla contraddizione capitale-lavoro, sulla centralità della classe.

In linea di principio sono d'accordo, le divisioni sul passato non precludono necessariamente l'unità sul presente e sul futuro. Se i tot partiti della sinistra esistenti confluissero in uno o si dessero una forma organizzativa unitaria, un coordinamento, una federazione come proponiamo, sarei più che contento. Purtroppo questi partiti sono divisi, in modo neppure ordinato, per cui alcune "sensibilità" risultano persino trasversali ad essi. Io stesso sono plurisensibile. Non sono mai stato antisovietico. Non festeggio la caduta del Muro, non sono stato contento nel 1989. Penso che quell'evento sia qualcosa di simile alla morte di Eluana Englaro. Una cosa che è avvenuta molto tempo prima, forse proprio quando il muro è stato tirato su. Se la tua gente scappa dall'altra parte e per trattenerla devi chiuderla dentro, hai già perso. La tenuta della reclusione è solo questione di tempo.

Dato che così è successo, vediamo cosa c'è di buono, quali sono le opportunità. Una è quella di emancipare definitivamente la cultura comunista da una concezione geopolitica del conflitto. Si dice la classe ed io sono proprio d'accordo. Ha senso unirsi sulla base di una ispirazione originaria, quella che vede nella classe operaia, nei soggetti collettivi, il soggetto della trasformazione. E penso che questo non si concilia con una impostazione diversa che continua a vedere invece il soggetto della trasformazione in uno stato, in una coalizione di stati, in un asse del bene. E che giudica gli operai, gli studenti, le donne, rivoluzionari o controrivoluzionari a seconda delle piazze che occupano.

Si tratta in fondo solo di una minoranza. Ma dato che abbiamo alle spalle una storia che pesa come un macigno, anche una minoranza nostalgica è molto ingombrante, perchè in assenza di una storia nuova, finisce per essere molto più facilmente riconoscibile e identificabile. A giugno qui a Torino, Ferrero disse sulle condizioni di un rilancio della rifondazione comunista che: 1) il partito deve stare dentro la crisi, dentro il conflitto sociale; 2) il lavoro interno deve essere funzionale al lavoro esterno; 3) occorre lavorare ad una nuova narrazione del comunismo; 4) bisogna partire da quello che c'è, dalle forze che compongono la nostra lista, per poi provare ad allargare il campo. Purtroppo, riguardo la terza condizione, finchè manca la narrazione nuova, nell'immaginario collettivo continua a valere quella vecchia. E noi continuamo a convivere (e a confonderci) con una minoranza petulante che insiste nel raccontare la narrazione vecchia. Questo secondo me è un problema.

11.10.2009

Il muro di Berlino e la nostalgia del comunismo

La caduta del Muro di Berlino sembrava una bella festa. Occhetto, l'allora segretario del PCI, diceva di esserne contento. Andreotti - si narra - la pensava in tutt'altro modo: Occhetto dice di essere contento? Non si rende conto che è un disastro? In questa curiosa inversione di ruoli, il mio sentimento era più prossimo a quello di Andreotti.

Il Muro era una grave limitazione alla libertà di movimento. Settantotto persone che cercarono di varcarlo lungo tutta la sua storia, iniziata nel 1961, rimasero uccise. Era inoltre il simbolo di un regime autoritario, di un sistema di potere statuale, quello dell'Urss e dei paesi del Patto di Varsavia. Un regime che però assumeva come propria e ufficiale una ideologia di liberazione, trovandosì così in contraddizione tra mezzi e fini.

Una contraddizione che poteva risolversi a destra o a sinistra. La caduta del Muro, in quel modo e in quel momento, pensavo che l'avrebbe risolta a destra. Era la fine del regime di Breznev, ma anche del tentativo riformatore di Gorbaciov. Anche della prospettiva di un "socialismo dal volto umano". Perciò, io non mi sentivo contento.

La caduta del Muro ha questa doppia valenza: è stata una liberazione, che però non ha avuto un impulso progressivo. Forse non fu causa di nulla, ma solo una accelerazione di un processo che si trovava già lungo un piano inclinato, che la Perestroijka non riuscì a raddrizzare, qualcosa di simile alla morte per eutanasia o alla spina staccata per una morte celebrale, uno stato vegetativo, la fine definitiva di qualcosa che era già morto prima. Sta di fatto che ne seguirono più povertà, più diseguaglianza, più guerre. A vent'anni di distanza se ne parla con disincanto, mettendo in rilievo i costi sociali e la nostalgia delle popolazioni dell'Est.

In fondo però, pure noi occidentali abbiamo nostalgia degli anni '60-'70. Il trentennio successivo al dopoguerra è stato un periodo di cresciuta, nel quale anche coloro che stavano male avevano la prospettiva, la speranza di stare meglio in futuro e si pensava fosse naturale che i figli avrebbero avuto una vita migliore dei loro genitori. Oggi non è più così, anzi la tendenza sembra rovesciata. Senza contare il fatto che tutti, in vario, modo rimpiangiamo gli anni in cui eravamo giovani.

"La nostalgia del comunismo non va presa troppo sul serio: più che esprimere un vero desiderio di tornare alla grigia realtà del socialismo, è una forma di lutto, un modo garbato di sbarazzarsi del passato (...) Vale la pena ricordare la sorte di Viktor Kravcenko, il diplomatico sovietico che nel 1944 chiese asilo politico in occidente mentre si trovava a New York e scrisse il famoso Ho scelto la libertà, la prima autobiografia sugli orrori dello stalinismo. Il libro comincia con un resoconto dettagliato della collettivizzazione forzata in Ucraina e della carestia di massa che devastò il paese. La parte più nota della sua storia finisce a Parigi nel 1949, quando Kravcenko vinse trionfalmente il processo contro i suoi accusatori sovietici, che portarono in tribunale perfino la sua ex moglie perché testimoniasse che era corrotto, alcolizzato e colpevole di violenze domestiche.

Quel che è meno noto è che subito dopo la sua vittoria, mentre il mondo lo accoglieva come un eroe della guerra fredda, Kravcenko era sempre più preoccupato per la caccia alle streghe anticomunista promossa da McCarthy negli Stati Uniti e dichiarò più volte che quel modo di combattere lo stalinismo cominciava a somigliare troppo al nemico che voleva sconfiggere. Sempre più consapevole delle ingiustizie del mondo occidentale, Kravcenko fu travolto dall’ossessione di voler cambiare radicalmente anche le società democratiche.

E così, dopo aver scritto un seguito assai meno famoso di Ho scelto la libertà, significativamente intitolato Ho scelto la giustizia, si gettò in una crociata per una nuova organizzazione della produzione industriale, che sfruttasse di meno i lavoratori. La lotta lo condusse in Bolivia, dove investì (e perse) tutti i suoi soldi per organizzare delle cooperative contadine. Schiacciato dal peso dei fallimenti, Kravcenko si ritirò a vita privata e si suicidò sparandosi nella sua casa di New York.

Oggi i nuovi Kravcenko si trovano ovunque: dagli Stati Uniti all’India, dall’America Latina all’Africa, dalla Cina al Giappone, dal Medio Oriente all’Europa occidentale e orientale. Sono diversi tra loro e parlano lingue diverse, ma sono più numerosi di quel che si pensa. E chi sta ancora al governo teme più di ogni altra cosa che le loro voci diventino sempre più forti e compatte.

Questi novelli Kravcenko vedono che le circostanze ci stanno spingendo verso la catastrofe e sono disposti ad agire sfidando ogni probabilità d’insuccesso. Delusi dal comunismo del novecento, sono pronti a ricominciare da zero e a reinventare su basi nuove la ricerca della giustizia. I loro nemici li trattano come pericolosi utopisti, ma sono gli unici a essersi svegliati davvero dal sogno utopico in cui molti di noi sono ancora immersi. Sono loro, e non i nostalgici del socialismo reale, la vera speranza della sinistra.

Slavoj Zizek, Vent'anni dopo il muro di Berlino
Internazionale, 6 novembre 2009

Rifaremmo la Rivoluzione d'Ottobre?

Molti anni fa, forse nel 1991, partecipai ad un seminario universitario sulla storia dei regimi sovietici dell’Europa orientale. Ricordo, durante l’esposizione della relazione finale, il professore mi fece una domanda: adesso, dopo tutto quello che hai studiato, e sapendo come è andata a finire, cosa pensi della Rivoluzione d’Ottobre, tu l’avresti fatta lo stesso? Risposi di si. Risposta temeraria, perché nonostante lo studio di quel seminario, nonostante sapessi come è andata a finire, non mi sento certo preparato per dare una risposta su un quesito del genere.

Già che mi ero lanciato con così tanto coraggio, provai ad articolare un ragionamento di questo tipo. Ci sono tre modi per giudicare una esperienza storica: 1) Mettendola a confronto con le sue promesse, i suoi obiettivi, il modello a cui si ispira – qui il bilancio dell’Urss è fallimentare, il socialismo reale è molto al di sotto della realizzazione del socialismo, e forse ne è persino la sua contraddizione; 2) Mettendola a confronto con le altre esperienze storiche contemporanee – qui il bilancio è dell’Urss è discutibile – l’est europeo non ha eguagliato l’ovest europeo, ma ne ha ridotto il divario, la cui origine risale ai tempi della scoperta dell’America; in fondo, fino a che punto è corretto mettere a confronto la Romania, la Bulgaria, con l’Inghilterra e la Francia? L’Urss dal canto suo si è dissanguata nella corsa al riarmo e non ha potuto usufruire dell’indebitamento degli Stati Uniti. 3) Mettendola a confronto con l’esperienza storica precedente – qui mi pare si sia realizzato un progresso, anche il più diffuso manuale di storia americano, negli anni ottanta (Palmer e Colton) ammetteva che alla fine degli anni ’30 le condizioni materiali di un operaio o di un bracciante erano migliori degli anni precedenti la Rivoluzione. Dunque, quella Rivoluzione fece fare alla Russia, al suo popolo un passo avanti, per quanto al di sotto delle aspettative, in riferimento ad un modello o ad altri paesi.

Ma, per rispondere si, avevo un altro motivo ancora. Ricordo l’opinione di Edgar Morin, secondo cui, Lenin, se avesse saputo come sarebbe andata in Russia e in Europa, non avrebbe compiuto la stessa scelta, poiché lui era convinto dell’arretratezza della Russia, della sua immaturità rivoluzionaria, ma confidava nella rivoluzione in Germania, in Occidente, la quale poi avrebbe trainato quella russa. Può essere. E’ se così fosse stato, certamente io mi sarei allineato, ma qual’era l’alternativa concreta a quel balzo in avanti? L’affermazione di Kerenskij? La socialdemocrazia? Il capitalismo liberale? O la restaurazione zarista? I bolscevichi conquistarono il potere dopo aver impedito il colpo di stato del generale Kornilov. Kerenskij, secondo una celebre definizione, era un vaso di coccio tra due vasi di ferro. Quella era l’alternativa.

11.07.2009

Teoria del galletto piacente

La teoria del galletto piacente dice che se lui piace a lei allora non è più un galletto. Lui la importuna durante il lavoro, sul tram, ad un esame universitario, lei se lo apprezza gliene è grata e lo lascia fare, anzi lo incoraggia. Può in effetti succedere, specie nella trama di un film pornografico o in qualche rappresentazione che per qualità gli somiglia. Nella vita quotidiana è più improbabile. Lì c'è la molestia a cui lei si ribella, evita, o si sottomette.

Lui può essere bellissimo, ma se si comporta in modo strano, può suscitare più diffidenza che attrazione. Se si muove in una società in cui è condiviso un codice relazione nel quale a lui compete il ruolo del predatore e a lei quello della preda, può ancora cavarsela, se gli capita la fortuna di incontrare una donna che si identifica bene nel ruolo che le è stato assegnato, ma in genere la società è molto meno perfetta dei suoi stereotipi. Così l'approccio del galletto si espone ad alcune valutazioni sconvenienti. Il galletto infatti è tale, non perchè dispiace, ma perchè agisce in un certo modo.

Corteggia le donne che non conosce, mentre l'approccio galante dovrebbe essere giustificato da un minimo di relazione confidenziale. Mi prendo confindenza, avendone già un po', in modo che quel che mi prendo possa almeno corrispondere ad una aspettativa sensata. Difatti, quel corteggiatore corsaro lamenta l'imprevedibilità delle donne e il rischio di essere trattato a malo modo, persino accusato e denunciato. Per forza, sulla spiaggia, sul tram, per strada, in un ufficio in cui entri la prima volta, lei potrebbe essere chiunque e la sua reazione imprevedibile anche per il più grande psicologo del mondo e della storia dell'umanità. Magari è una che ha appena sgozzato il suo fidanzato e non vede l'ora di intraprendere una nuova relazione per sgozzarne un altro. In tal caso, secondo la teoria di cui sopra, lei ci starebbe e lui non sarebbe un galletto. Ma diverrebbe presto un bel pollo.

Corteggia le donne in situazioni che non c'entrano nulla con il corteggiamento. Prego si accosti, è passato con il rosso, non ha messo la freccia, ha superato il limite di velocità, favorisca i documenti, dice la vigilessa. Ma lo sa che lei ha due occhi azzurri intensi e profondi come il mare, risponde il gallo al volante. O forse non risponde così, perchè lo sa che il manico del coltello è stavolta dalla parte sbagliata. Ma se il vigile fosse lui, e l'automobilista lei, potrebbe più facilmente succedere. Il galletto corteggiatore è fuori contesto, fuori tema, fuori bersaglio, anche se lui si senti in tema, anche se il nostro pensa che la situazione sia adeguata, perchè lui è uomo, lei è donna, e in quella situazione lui ha un po' più di potere di lei. Ecco, il galletto: uno sconosciuto, inopportuno e un po' prepotente. E' l'uomo che perde la testa davanti alla sua segretaria, ma ha paura di perderla davvero davanti alla sua direttrice.

Dato che lui non sa come lei può reagire, ma immagina che in principio resisterà o fuggirà, perchè così fanno le prede, lui insiste, insegue, forza, come fanno i predatori. Ce lo spiegava durante le lezioni di letteratura, il nostro insegnante di italiano: quando la donna vuol dire no, dice no, quando la donna vuol dire si, dice no lo stesso. E dunque, io come faccio a sapere cosa significa quel no? Ci sarebbe l'intelligenza emotiva, la percezione dei messaggi non verbali, il tono della voce, l'espressione del viso, la postura del corpo, ma magari lei può cambiare idea e in fondo lui non la conosce e poi tutto lo sfondo del suo agire non presuppone mica l'estrema valorizzazione della sua volontà. Volubile per definizione. La donna è mobile, qual piuma al vento, muta d'accento e di pensier... Irrazionale oggetto sessuale, fosse stata una persona, bisognava impostare da principio, tutto in modo diverso, magari cominciando con il presentarsi e - esagero - presentarsi per un motivo.

11.05.2009

Diritto riflesso

In questi giorni, in cui emergono notizie di abusi, pestaggi, morti in carcere, tornano alla mente alcune famose citazioni. Ne ricordo due. La prima, quella classica di Voltaire: "Se vuoi conoscere davvero un paese visitane le prigioni". La seconda, meno nota e molto più recente è quella del senatore repubblicano McCain, fiero oppositore della tortura, torturato lui stesso al tempo della sua prigionia in Vietnam: "La tortura non dice chi sono i terroristi, dice chi siamo noi".

In situazioni così drammatiche può essere facile convenire con questi principi, anche se non è così scontato. L'idea che una persona colpevole di un reato meriti una pena dai confini incerti gode di una certa tolleranza, se non di approvazione. Se è il caso che male c'è, in prigione, nel dare uno schiaffo ad un ladro o ad uno spacciatore, o peggio ad un omicida, uno stupratore? Uno schiaffo, due schiaffi, un pugno, un calcio, qual è il limite? Giunti in fondo al piano inclinato di questa morale, il limite è la morte.

"Il trattamento penitenziario deve essere conforme ad umanità e deve assicurare il rispetto della dignità della persona", sostiene la legge promulgata nel 1975 per regolamentare le condizioni di vita delle carceri italiane. E del rispetto della dignità e della incolumità del detenuto è interamente responsabile l'autorità penitenziaria, quindi lo stato, a cui egli è affidato. Perciò, il modo in cui il detenuto è trattato, misura la civiltà di uno stato, non il valore del detenuto. Se fosse quest'ultimo il criterio, la civiltà dello stato sarebbe meramente reattiva. E la giustizia sarebbe vendetta e persecuzione a discrezione di chi la esercita. L'esercizio di una simile giustizia darebbe una definizione, non del detenuto il quale è già definito da una sentenza di condanna ad una pena, ma dello stato: uno stato di non diritto e come tale, un grande pericolo potenziale per ogni suo cittadino.

In situazioni meno drammatiche, di ordinaria relazione interpersonale, convenire su questi principi è ancora più complicato. Pensiamo esistano persone degne di rispetto ed altre meno. Le prime le rispettiamo, le seconde meno. Eppure, è il rispetto nei confronti degli irrispettabili ad essere il più importante, ad attestare il nostro modo di relazionarci e quindi di essere. Se si è una persona di buon senso, il rispetto nei confronti della persona rispettabile, non necessità di alcuna particolare determinazione, è sufficiente reagire ad essa, basta un riflesso pavloviano.

11.04.2009

Il crocifisso nelle aule scolastiche

Ricordo quindici, venti anni fa, una trasmissione televisiva, forse Samarcanda, in cui si raccontava dell'opposizione del Partito democratico, in uno stato americano, al crocifisso appeso nelle aule scolastiche. Fu chiesto un commento ad un leader politico presente in studio. Era l'allora segretario del PCI (o già del PDS) Achille Occhetto, che stigmatizzò i democratici in nome del dialogo con i cattolici. Ignoro ormai le esatte parole, ma si trattava dei soliti argomenti che i dirigenti di quel Partito usano in queste situazioni. Al che, intervenne Furio Colombo, per condividere con Occhetto la sua posizione relativamente all'Italia, ma spiegandogli che negli Stati Uniti la situazione è diversa: una società multietnica, multiculturale, dove non vige per tradizione la preminenza di una sola religione.

Dopo tanti anni, il PCI, PDS, DS, PD, non ha fatto un passo avanti, mentre la società italiana è diventata molto più simile a quella americana. La Corte Europea dei diritti dell'Uomo stabilisce che la presenza dei crocefissi nelle aule scolastiche costituisce «una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni» e una violazione alla «libertà di religione degli alunni». Ed ecco Bersani, neosegretario proclamato dalla primarie PD, intervenire quasi con un riflesso pavlovian-togliattiano: "penso che in questo delicato campo il buon senso finisce per essere vittima del diritto, penso che un'antica tradizione come quella del crocefisso non possa essere offensiva per nessuno".

Quando ero bambino e poi ragazzo, ero ateo, esonerato dall'ora di religione. La presenza del crocifisso non mi era insopportabile, però la interpretavo come una discriminazione, o meglio come il retaggio di una discriminazione, qualcosa che il tempo avrebbe superato. Anche per questo, non ho mai ritenuto di fare le barricate (o gli assalti lancia in resta) per staccare la croce dal muro. Nulla da dire sul significato cristiano, universale, nobile, etc. di quel simbolo religioso. Sono tanti i simboli nobili, di questa o quella parte religiosa, politica, culturale, ma gli edifici pubblici sono i luoghi di tutti. E' un principio elementare, un norma del diritto e anche del buon senso il fatto che nei luoghi di tutti siano collocati solo i simboli di tutti, eventualmente la bandiera, l'effige del presidente della repubblica. Il crocifisso non è offensivo neanche se si limita ad essere esposto nei luoghi di culto cristiani e nelle abitazioni private. In molti nuovi edifici pubblici non c'è, qualcuno non trovandolo si offende? La tradizione è un valore, ma non può ipotecare per sempre il futuro. Se la società cambia nella sua composizione, è giusto adattarsi. Nella tradizione italiana c'è anche il conflitto tra guelfi e ghibellini. Ora forse, con la presenza di altre culture, altre religioni, la questione della presenza religiosa nello spazio pubblico, può persino diventare più fluida.

Perciò, se devo pronunciarmi in linea di principio, ma anche all'atto pratico, quello che dice Bersani è del tutto sbagliato. Intanto, perchè tra il buon senso e il diritto, dovrebbe avere la precedenza il diritto. Il diritto è uguale per tutti, il buon senso è soggettivo. Anche convivere con la mafia, o non mandare gli ispettori del lavoro nelle aziende che lavorano in nero, può essere una scelta di buon senso, tenuto conto delle condizioni sociali, dei rapporti di forza, l'idea di non mettere il dito tra moglie e marito, anche quando lui tira a lei qualche scappellotto, è una diffusa idea di buon senso, come pure l'idea di rinunciare alla fattura per pagare meno una tariffa. In questo paese, tante volte il presunto buon senso ha la precedenza sul diritto, e anche per questo tra i paesi sviluppati il nostro è il più arretrato, con una cultura della legalità più debole. Il dirigente di un grande partito che vuole essere di alternativa, dovrebbe tenerne conto invece di concorrere anche lui alla contrapposizione tra "buon senso" e diritto.

Pubblicare le foto senza censure cautelari

Le immagini, i video, se e quando ci sono, vanno pubblicati. Non da soli, come illustrazioni di un testo o di un discorso, oppure accompagnate da una didascalia esauriente, ma vanno pubblicati. Con tutte le avvertenze del caso, ma senza censura.

Voglio poter decidere io, se posso conoscerle. Preferisco non sia un giornalista a decidere per me. Se mi trovassi in mezzo ad una guerra o testimone di un omicidio o di una violenza, vedrei tutto quello che c'è da vedere. Perchè allora la notizia di questi eventi deve essere parziale, solo verbale? Perchè il nostro stato o stati nostri alleati possono bombardare un paese da conquistare o ricostruire e noi non possiamo vederne l'effetto, per giudicare se davvero ci piace? Perchè nelle nostre carceri si picchiano, si uccidono i detenuti e noi non possiamo vederne i lividi, le ferite, i volti tumefatti, i cadaveri, per valutare se questo è tollerabile, se e quanto vogliamo attendere per conoscere la verità, o per accontentarci delle parole rassicuranti di un ministro, della retorica dello spirito di corpo? Perchè, un politico può essere ricattato con un video, che possono visionare editori, direttori, giudici, politici, ed io non posso vederlo, non posso valutare con i miei occhi, con la mia testa? Perchè un detenuto malmenato può ascoltare l'istruzione di un capitano che dice che bisogna picchiarlo di sotto, non in sezione, ed io non posso ascoltarne la registrazione o leggerne la trascrizione sul giornale?

Sarà sensazionalismo, spettacolo, morbosità - dipende da come si rappresentano i documenti, dalla professionalità dei giornalisti - ma è sempre meglio della censura. La morte di Stefano Cucchi è diventata un caso centrale, nazionale, nel momento in cui sono uscite le foto del suo corpo martoriato. E' una grande pena vederle. Ma perchè la grande pena dovrebbe essere solo del padre, della sorella, di chi lo ha visto all'obitorio, mentre magari la notizia resta relegata nelle pagine di cronaca, senza che il ministro La Russa debba neppure esternare la sua dichiarata ignoranza dei fatti e le sue certezze sulla assoluta correttezza dell'Arma dei Carabinieri? Perchè la protezione della mia sensibilità, del mio equilibrio, della mia emotività, del rischio della mia assuefazione, deve servire per proteggere i responsabili di un abuso, o peggio, di un comportamento atroce?

I tempi del giornalista che si fa blogger

Il post che vedete qui a fianco è tratto dal blog di Vittorio Zucconi ed è stato ripreso da Luca Sofri, come prova di grande pazienza.

Senza nulla togliere a questa virtù e a chi la possiede, credo ci sia un fraintendimento tra modi di comunicare in situazioni diverse. Il tempo di Internet è l'immediatezza: penso, scrivo, invio e pubblico quasi nello stesso istante. E' il mezzo che lo consente e nell'uso di questo mezzo sviluppo una psicologia da fumatore di sigarette. Il frutto può essere buono o cattivo, a volte anche l'immediatezza può dare buoni risultati, ma di questo solo si tratta.

Proprio perchè quello che scrivo adesso non è particolarmente saggio e vale soprattutto adesso, non c'è motivo che attenda ore per vederlo pubblicato, quando ormai magari lo scriverei in modo diverso, o quando ormai la mia testa è concentrata altrove. Funziona così nelle conversazioni personali o in quelle espresse a voce. Se esprimo una opinione ad un mio conoscente, amico, familiare, vicino di casa, collega di lavoro, non accetto che lui mi risponda quattro ore dopo aver fatto tutte le verifiche, voglio un cenno di risposta subito, un ritorno istantaneo che dia riconscimento al mio impulso. Se parlo ad una assemblea, voglio sentire subito la mia voce, non la versione registrata dopo mezza giornata. Andrei nel panico se parlassi e non sentissi quello che sto dicendo, perchè non è stato ancora visionato. Ecco, Internet, i blog, i forum, funzionano un po' così.

Tutt'altra filosofia comunicativa quella della carta stampata: prima medito, magari faccio delle ricerche, imposto una scaletta di argomenti, butto giù una bozza, tolgo il superfluo, correggo, integro, la riscrivo, la invio ad un correttore di bozze, qualcuno ne discute l'opportunità di pubblicazione, poi finalmente viene pubblicata. Che sia un articolo o una lettera al direttore, vede la luce il giorno dopo. Va bene anche così: c'è la sede dell'espressione immediata e quella dell'espressione meditata e differita. C'è il fumatore di sigaretta e quello della pipa. Se io mando una lettera a Repubblica, è giusto che mi adegui a questi ritmi, anzi li dò per scontati, ma se un giornalista di Repubblica fa un blog, forse deve adeguarsi anche lui. C'è il problema dei messaggi incivili. Potrebbe essere l'occasione per creare un posto di lavoro: quello del moderatore.

10.31.2009

Pesci rossi nel mare

«Bisogna andare (o tornare) in mezzo alla gente». Lo si invoca spesso, da molti anni, nelle strutture di base dei partiti di sinistra. In tal modo si indica una soluzione alla separatezza e contemporaneamente la si esprime in un metamessaggio.

Si dice «la gente», espressione molto generica, che lascia intendere l'assenza di un target o di una classe gardée. A chi si rivolge il partito che vuole andare in mezzo alla gente? Già nell'assenza o nella indeterminatezza della risposta vi è il motivo per cui quel partito in mezzo alla gente non sta. La risposta, se ci fosse, indicherebbe anche in quale luogo andare, mentre nella genericità, quel luogo è spesso solo un luogo di passaggio: la piazza, il mercato, magari la stazione. Situazioni fluide, nelle quali i militanti di partito somigliano a pesci rossi presi dalla vaschetta e gettati nel mare.

Noi e la gente, ci vediamo come due entità distinte. Assumiamo così la psicologia di una agenzia pubblicitaria o di una azienda che deve vendere un prodotto ad un pubblico di consumatori. La psicologia, ma non la scientificità, dato che non conosciamo bene il nostro target, nè gli strumenti e i sistemi di comunicazione, e forse neppure il prodotto. Cosa vogliamo vendere e a chi?

In questa distinzione, per quanto deficitaria, noi continuamo a pensare in modo elitario, noi siamo il soggetto, la gente l'oggetto del nostro intervento. Come Lotta Comunista, come i Testimoni di Geova, come i predicatori, come i venditori, come i rappresentanti di ciò che è altro dalla gente. E in fondo così siamo, come burocrazia o come psicologia, siamo un ceto separato. Il ceto politico che vuole andare (o tornare) in mezzo alla gente.