10.31.2009

Giudicare Piero Marrazzo

L'opinione pubblica giudica Piero Marrazzo e voglio pure io pronunciare la mia sentenza, forte del mio essere innocuo.

Oggetto della contesa nel giudizio è la posizione dell'ex presidente della Regione Lazio (detto senza alcuna ironia). Ovvero, egli è prima di tutto una vittima o un colpevole? Vittima di se stesso potrebbe essere la formula che accontenta i più, ma vediamo più avanti in dettaglio, andando in ordine sparso.

Altro oggetto della contesa nel giudizio riguarda la posizione della stessa opinione pubblica: è lecito giudicare Marrazzo? Domanda analoga si è già posta per gli scandali di Berlusconi. Il solito dilemma sul confine tra vita privata e vita pubblica, in particolare degli uomini pubblici, più segnatamente di quelli di potere. Già lo specificare la domanda implica una risposta: l'uomo di potere, legittimato dal consenso popolare, ha meno diritto di altri alla vita privata, poichè anche il suo modo di comportarsi in quella sfera può favorire la valutazione di chi è chiamato a dargli il voto. Se un leader è scorretto nei confronti dei suoi cari, può essere affidabile per gli elettori? Quale che sia la risposta giusta, vorrei potermela dare da solo o con altri, ma forse non vorrei essere messo nella condizione di ignorare, di non poter valutare. Insomma, meglio sapere. Se poi, una persona vuole affermare il valore della sua privacy, ebbene, non glielo ha ordinato il medico di fare il condottiero dell'umanità.

Qui è il primo punto (come ho detto, procedendo in ordine sparso): Marrazzo ha tradito sua moglie. Se nessuno di noi vorrebbe essere nei panni di Marrazzo, neppure vorremmo essere nei panni di sua moglie. Nè di sua figlia. Se l'empatia è un sentimento positivo, ampliamone il raggio e rivolgendolo a tutte le persone coinvolte. La maggioranza di noi può essersi trovata in questa situazione, una circostanza nella quale l'idea di farla franca sottovaluta la sproporzione tra il vantaggio momentaneo di un piacere proprio e lo svantaggio molto più duraturo e più pesante di un dolore arrecato ad altri.

La pietra dello scandalo sembra riguardare (e mettiamolo come secondo punto) il rapporto con un trans. Marrazzo si è sessualmente relazionato, non ad una donna, secondo le "leggi della natura", ma ad una persona del suo stesso sesso che vorrebbe essere del sesso opposto o che tende al sesso opposto. Una cosa più complicata di un rapporto omosessuale. Forse. Qui, non ho nulla da obiettare. Riconosco che l'identità di genere è una questione aperta e che non tutti gli esseri umani possono essere costretti nella logica binaria uomo/donna. Riconosco anche la più ampia libertà di orientamento sessuale. Con il consenso reciproco e senza violenza, ciascuno può relazionarsi a chi vuole, purchè adulto. Tutto ciò è perfettamente naturale, e anche se non lo fosse del tutto, la natura non avrebbe ragione di offendersi.

Piuttosto (terzo punto) la relazione con il trans, era una relazione pagata, quindi una mercificazione del corpo, del sesso, agita nei confronti di una persona forse non libera o costretta da una condizione di bisogno. Molti trans si prostituiscono o perchè sfruttati dal racket o perchè semplicemente non possono fare altro. E' una condizione di infima discriminazione. Io non credo alla libertà di prostituirsi e perciò vedo nei clienti come nei protettori dei colpevoli, o quanto meno dei corresponsabili. E' la domanda che alimenta l'offerta. Non potrei mai sentirmi rappresentato da un uomo politico che paga il sesso, che usa il corpo altrui come una merce. Sotto questo profilo per me, Marrazzo è condannato.

Dalla svalutazione del corpo, alla svalutazione dei soldi, correlato al quarto punto, il prezzo: mille, duemila, tremila, cinquemila euro. Una botta di piacere, in tempo di crisi, bassi salari e licenziamenti, per un importante amministratore costa l'equivalente di tre, quattro mesi di lavoro, di salario di un operaio o di un impiegato generico.

Quarto punto: il ricatto. Qui i cattivi sono certamente i carabinieri, ma attenzione. Il governatore non può essere ricattato e lui stesso deve preservarsi dalla possibilità di finire in questa situazione. Qui si misura il senso di responsabilità del leader. E se in questa situazione ci finisce, egli ha il dovere di denunciare subito i ricattatori. Marrazzo ha fatto l'esatto contrario: ha ricompensato i carabinieri, ha accettato l'aiuto complice, certo non disinteressato, del capo del governo, padrone della Mondadori, e di Mediaset editore dei giornali, di un potente apparato dell'informazione, che avrebbe potuto lanciare una compagna distruttiva contro il governatore del Lazio. E' infatti possibile che la recente retromarcia di Marazzo sulla sanità regionale, sui tagli ai finanziamenti degli ospedali privati di Angelucci, editore di Libero, siano da considerare in relazione con questo sfondo di manovre, ricatti, trattative. Qui si apre un doppio problema: quanto è grande il potere di controllo, ricatto, distruzione di una potente concentrazione politico-economico-editoriale e quanto, per sua malcostume, la classe dirigente è vulnerabile.

In conclusione: è bene che Marrazzo si sia dimesso. Ciononostante, provo dispiacere per due cose. Per il fatto che il PD sia stato tanto volte incapace di selezionare i suoi candidati, amministratori, leader politici, facendo della televisione un trampolino di lancio troppo importante. Marrazzo era un volto noto e di successo, prima del Tg3, poi della trasmissione creata da Antonio Lubrano sulla difesa dei consumatori, ma - ha ragione Gigioli - non aveva nessun altro merito: di politica e di amministrazione della cosa pubblica non sapeva nulla. L'immagine non fa il leader. E infine, per il fatto privato in sè. Una carriera professionale brillante, un'esperienza politica vincente, magari una bella famiglia, insomma una situazione personale fortunata e privilegiata, rovinata per quasi niente. Lo dico solo perchè mi impressiona, come l'idea di commettere un piccolo errore possa farti crollare il mondo addosso a te e alle persone che ti vogliono bene.

10.29.2009

PD, primarie o barbarie

Sono rimasto in dubbio per vari giorni, ma alla fine non ho partecipato alle primarie del PD. Per vari motivi. Non avevo due euro in moneta. Non ricordavo dove fosse il mio certificato elettorale e non avevo voglia di chiederlo a mia moglie. Non sapevo dove fosse il seggio; ho controllato su Internet e il più vicino a casa mia risultava abbastanza lontano. Non sapevo bene per chi votare, soprattutto ero incerto tra Bersani e Marino, fermo restando che Franceschini mi sembra una brava persona.

Insomma, nel complesso ho avuto un deficit di motivazione, che è poi diventato un'ostacolo insormontabile nel momento in cui ho appreso che per poter votare avrei dovuto registrarmi nell'albo degli elettori del PD. Non ho mai votato PD e non mi andava di dire una bugia, addirittura di registrarla e firmarla. Il giorno prima del voto, ho letto un articolo di Alessandro Giglioli che spiegava in dieci punti perchè, nonostante il PD faccia schifo, bisognasse andare a votare. Una intelligente rielaborazione del vecchio detto popolare: o mangi questa minestra o salti dalla finestra.

10.28.2009

Di cosa discute 'Liberazione'

L'Ernesto, sull'Unità dei comunisti, pubblica un articolo di Andrea Catone inviato a Liberazione (che ha deciso di non pubblicarlo). Poco prima, un pezzo di Fosco Giannini titola: Il dibattito nel PRC sulla Federazione accantona o rimuove la questione dell’unità e dell’autonomia dei comunisti in un solo partito. Si ripropone un nuovo “bertinottismo”? Qui, è contenuta la risposta al perchè nella redazione di un giornale si sceglie di pubblicare o non pubblicare un articolo. La linea editoriale non è solo una presa di posizione nelle discussioni, ma anche e soprattutto la scelta di cosa discutere. Dato che il tempo e lo spazio sono limitati e il giornale, come tutti i media tradizionali, è uno strumento di rappresentazione. Dipendesse da L'Ernesto accadrebbe il contrario: il dibattito sull'unità dei comunisti accontonerebbe quello sulla Federazione. Dunque, cosa è giusto discutere, cosa è giusto accantonare?

Abbiamo fatto un congresso che ha deciso la Federazione della Sinistra. Non l'unità dei comunisti, nè il partito dell'arcobaleno. E' normale che ciascuno mantenga le sue convinzioni, ma non si può vivere in un dibattito congressuale permanente, come se non si fosse mai presa nessuna decisione. Liberazione è il giornale di tutto il partito e non può essere monopolizzato dagli argomenti di una sola componente, peraltro dotata di proprie riviste. La pubblicazione della lettera di Fosco Giannini è stata più che sufficiente.

Ciascuno di noi ha a cuore i suoi argomenti e vorrebbe che il partito e il giornale li trattasse. In parte è anche una spinta narcisistica. L'argomento più bello per eccellenza è la nostra stessa persona e siamo felici ogni volta che si parla di noi, persino quando se ne parla male. Andiamo in estasi quando vediamo pubblicata la nostra firma, in calce ad un articolo, fosse anche soltanto la lettera a un direttore. E ricevere una risposta negativa, è molto più soddisfacente che non ricevere risposta.

Ma lo spazio e il tempo sono limitati, soprattutto lo spazio di un giornale come Liberazione. Il direttore di Liberazione dispone di 16 pagine, non di 24 volumi dell'enciclopedia universale. Così, ogni volta che decide di pubblicare un articolo, decide al tempo stesso di non pubblicarne altri. Deve scegliere. Trattandosi di un organo di partito, la selezione è ispirata alle priorità decise dal partito, in sede congressuale e nei suoi organismi dirigenti.

Inviare un articolo, non essere pubblicati e gridare alla censura, perciò, è un vittimistico atto di protervia. Equivale a pretendere di avere la precedenza sugli altri e di averla sempre. Non basta che sia pubblicato un articolo sull'unità dei comunisti, no bisogna pubblicare anche tutto il corteo pubblicistico dei sostenitori dell'articolo e se il partito ha deciso altre priorità, se altri hanno a cuore altri argomenti e restano tagliati fuori, non importa, stiano a guardare sennò sono stalinisti.

Per fortuna esiste la democrazia, e chi vuole proprio insistere con i suoi argomenti, può farlo con i suoi organi di stampa. Fortuna nella fortuna esiste la tecnologia, e ai tempi di Internet chiunque può farsi un blog, un portale, e divulgare il suo pensiero al resto del mondo. Infatti, nei paesi che piacciono molto agli unificatori comunisti, Internet è particolarmente censurato. Ma nella nostra situazione, gridare alla censura, è il grottesco che assume le sembianze del vittimismo.

Se gli unificatori comunisti sono convinti di avere un vasto consenso, possono chiedere la convocazione di un congresso e presentare una loro mozione per l'unità dei comunisti.

10.21.2009

Le migrazioni correggono gli squilibri

Le migrazioni sono un correttivo ad un grave squilibrio mondiale.

Contrastare l'immigrazione significa alla fine opporsi a questa correzione, difendere lo squilibrio e il proprio stato di privilegio e di benessere.

Questo è un lato del problema che fa vedere gli immigrati come un costo, poichè ampliano la platea beneficiaria del welfare, che vogliamo mantenere solo per noi, e abbassano il costo del lavoro, accettando salari più bassi (a maggior ragione è opportuno regolarizzarli).

L'altro lato è che gli immigrati lavorando comunque incrementano la nostra economia e finanziano anche il welfare, permettendo ad esempio il pareggio di bilancio dell'Inps e producendo maggiore ricchezza creano anche le condizioni per nuove politiche redistributive.

Da questo doppio punto di vista, ne risulta da parte dei governi una politica schizofrenica.

Il lavoro degli immigrati

La paura dell'invasione presuppone una grande coscienza sporca. L'idea che la diseguaglianza tra "noi" e "loro" sia così grande che a "loro" convenga trasferirsi da "noi" a qualsiasi condizione, sottomettendosi a qualsiasi schiavitù. Per "loro" sarà sempre un passo avanti. Solo non si capisce come il movimento di tanta disperazione dovrebbe sentirsi scoraggiato dal fatto che "noi" non concediamo "loro" il permesso di soggiorno. Cosa sono i nostri centri di identificazione ed espulsione (CIE), le nostre prigioni, i nostri fogli di via, rispetto alle loro guerre, torture, dittature, carestie, pestilenze? Se persino l'agonia e la morte nel Mediterraneo sono un rischio accettabie, quale paura può incutere la cattiveria di Maroni?

Il fatto è che in Italia non ci sono milioni di immigrati che fanno i lavavetri, gli ambulanti, le prostitute, i raccoglitori di pomodori. Naturalmente, l'asse portante dell'immigrazione è il lavoro nell'industria, nei servizi. Poi a questo si accompagna una quota di marginalità che pratica l'accattonaggio. Questa quota marginale - in una visione falsata - diventa la componente prevalente. Al 2007, questi sono i lavori dei regolari e questi quelli degli irregolari.

La paura dell'invasione

Si obietta che le sanatorie e le regolarizzazioni concesse senza condizioni di tipo economico, incoraggerebbero le migrazioni: se diamo il permesso di soggiorno a tutti, subiremo una invasione. Non credo sarebbe così. Ad attrarre immigrati è l'offerta di lavoro, non il permesso di soggiorno.

Proprio il nostro Paese offre un ampio ambito di reclutamento alla manodopera straniera non regolarizzata. Secondo l'Istat l'economia sommersa in Italia vale un sesto del PIL. Secondo l'OSCE addirittura un terzo.

Finchè ci saranno risorse da produrre e da redistribuire, gli immigrati verranno Quando non ci saranno più, non verranno più. I flussi migratori non accadono per fraintendimento. Quando l'Argentina ha smesso di essere la decima potenza economica mondiale, e quando l'Italia, anche grazie alle rimesse degli immigrati, ha avviato il suo sviluppo economico, gli italiani hanno smesso di emigrare in Argentina. L'immigrazione è il miglior argine a se stessa.

10.18.2009

Regolarizzare tutti

Un bello striscione alla manifestazione a Roma contro il razzismo dice: "si alla regolarizzazione di tutti e tutte". E si riferisce, immagino, alle centinaia di migliaia di immigrati che lavorano da irregolari, hanno chiesto di essere regolarizzati e ancora attendono, per l'assurdità del decreto flussi che di anno in anno stabilisce quote d'ingresso ridicole, accumulando sempre più clandestini, per lo più lavoratori onesti, facilmente ricattabili, finchè la situazione non diviene insostenibile, come quando nel 2003, il governo di centrodestra a fronte degli scioperi nel nord est, ha dovuto concedere la sanatoria a 700 mila stranieri, la più grande sanatoria decisa in Europa.

Le politiche di contrasto dell'immigrazione producono clandestinità. Un'ampia area di marginalità straniera, più esposta allo sfruttamento dell'economia sommersa e al ricatto della criminalità organizzata. Centinaia di migliaia di persone su cui ora pende anche la spada di damocle del reato di clandestinità, con situazioni assurde, per cui se un immigrato irregolare denuncia un reato rischia lui l'incriminazione, se una prostituta denuncia i suoi aguzzini, rischia lei di essere incarcerata e espulsa, magari in uno di quei paesi, come la Nigeria, in cui rischia la lapidazione.

Oltre a essere necessaria la regolarizzazione di tutti gli irregolari che impropriamente vengono chiamati "clandestini", è necessario prevenire questa situazione con una politica liberale dei flussi. Una politica che si ispiri ai principi della Costituzione ecuadoriana. Trascrivo dall'art. 40: «Nessun essere umano sarà considerato illegale per la sua condizione di migrante». Dall'art. 41: «Non saranno applicate sanzioni penali per ingressi o permanenze (nel nostro paese) in condizioni di irregolarità». Dall'art. 66: «Le persone straniere residenti in Ecuador avranno diritto al voto se avranno avuto la residenza nel paese per almeno cinque anni». Dall'art. 66: «Le persone straniere non potranno essere espulse verso paesi nei quali la loro vita, la libertà, la sicurezza e la loro integrità siano in pericolo». Dall'art. 416: la repubblica «ripudia il razzismo, la xenofobia e ogni forma di discriminazione. Propugna il principio di una cittadinanza universale, del diritto alla libera mobilità per tutti gli abitanti del pianeta» (Giuseppe Prestipino, il manifesto 15 ottobre 2009).

Dire che bisogna "regolare" i flussi, non significa nulla se non si entra nel merito di "quali regole". Poi, qualcuno pretende di dare per scontato che "regolare" equivalga a stabilire le regole che vuole lui. E' una ipocrisia retorica. Dato che parole come "respingere", "espellere" non sono belle, si preferisce dire "regolare". Per intendere molto cose poco nobili, si è soliti usare un linguaggio edulcorato o asettico. Per me regolare significa semplicemente concedere il permesso di soggiorno a qualsiasi migrante sia disposto a farsi identificare, senza alcuna condizione relativa ai mezzi di sussistenza. Pretendere che il migrante abbia i soldi per mantenersi, una casa in cui vivere, un contratto di lavoro già in tasca, sono condizioni capestro e anche una presa in giro. Sono condizioni che negano in radice la causa della migrazione. E' come pretendere che un malato entri in ospedale già guarito.

Le frontiere possono anche restare, anzi forse è bene che restino, perchè sono comunque necessarie per registrare gli spostamenti. Se dico che chiunque può venire a casa mia, non significa che allora butto giù la porta, le finestre e i muri. Non accetto nessuno che entri dalla finestra o si cali giù dal camino. Puoi venire da me, a condizione che bussi alla porti e ti presenti. Meglio ancora se mi avverti prima del tuo arrivo. Secondo me, la gestione dei flussi migratori dovrebbe essere questa. Una sorta di patto: faccio entrare chi vuole, ma chi vuole deve identificarsi. E predispongo le condizioni perchè possa farlo, anche in anticipo, attraverso consolati e ambasciate. Se qualcuno viola la regola, allora quello è un clandestino vero, maleintenzionato. Quello lo respingo e se lo trovo già entrato lo espello. Ma tutti gli altri, disposti a registrarsi, dentro. Con o senza lavoro, con o senza soldi, tutti regolari. Unico requisito: essere umani.

Sinistre sconfitte per gli immigrati?

La "scomparsa del socialismo tedesco", in una puntata di Otto e mezzo da parte di alcuni commentatori, sarebbe stata attribuita, fra le altre cose al non cogliere da parte della Spd la portata di alcuni fenomeni, tra cui quello dell'immigrazione. In sostanza, la Spd avrebbe perso voti, in quanto non sufficientemente ostile ai nuovi venuti. Ma i voti persi dalla Spd sono andati in maggior parte alla Linke. E la Linke si definisce socialista.

Come che sia, può aver senso rimproverare i partiti socialisti di non essere abbastanza xenofobi e vedere in questo il motivo per cui perdono le elezioni, quando i loro voti vanno alle formazioni xenofobe, come in parte è successo in Italia a vantaggio della Lega, ma quando, come succede in Germania, perdono invece voti verso l'estrema sinistra, quello stesso rimprovero non ha più senso.

Al solito, si prendono le già discutibili analisi confezionate per l'Italia e poi si pretende di cucirle addosso ad altri paesi. Una analisi che, probabilmente calza male anche per noi. Intanto, una sinistra ostile agli immigrati sarebbe una sinistra incoerente con i suoi princpi di fondo: uguaglianza, giustizia sociale, solidarietà. L'incoerenza di fondo con i propri principi causa più debolezza che forza. Ed è forse qui, almeno in parte, la ragione di molte sconfitte. Quando ha governato, la sinistra, nel concedere alla xenofobia, ci ha messo del suo e lo stesso ha fatto dall'opposizione. Si ricordino i centri di detenzione temporanea della legge Turco Napolitano oppure la campagna elettorale securitaria di Rutelli nel 2001, il pacchetto sicurezza antiromeni nell'autunno 2007 da parte del governo Prodi (Veltroni) e la recente legittimazione dei respingimenti da parte di Fassino.

Se la sinistra ha perso è per l'andamento pendolare dell'elettorato nel sistema bipolare. E' perchè la base sociale della sinistra è stata delusa nelle sue aspettative di cambiamento e di giustizia, in nome del risanamento economico, senza mai una contropartita, neppure in un secondo tempo, sul piano dello sviluppo e della redistribuzione del reddito. Si pensi alla costante perdita del potere d'acquisto dei salari dopo l'abolizione della scala mobile (1992-93); si pensi alla Finanziaria 2007, nonostante l'extra gettito fiscale.

Riguardo la sinistra cosiddetta radicale, il suo andamento elettorale è stato oscillante nell'arco di quasi un ventennio, mentre la crescita dell'immigrazione è stata costante. Dunque, è difficile stabilire una correlazione tra i due fenomeni. Nel 2008, la Sinistra arcobaleno è precipitata al 3%, perchè metà dei suoi elettori hanno votato PD con l'obiettivo di impedire il ritorno di Berlusconi, ma nelle Provinciali tenutesi lo stesso giorno delle Politiche, i suoi voti sono stati anche doppi e tripli. La sconfitta alle Europee 2009, è dipesa dalla divisione della sinistra in due liste, rimaste entrambe sotto la soglia del 4%, mentre l'area complessiva aumentava consensi più di qualsiasi altra formazione politica.

Con ciò, non penso che la questione dell'immigrazione sia ininfluente e certamente meriterebbe un maggiore impegno, anche a prescindere da valutazioni elettoralistiche, non sempre fondate, nel senso di una migliore elaborazione delle politiche di accoglienza.

10.16.2009

L'unita dei comunisti

Una lettera aperta di Fosco Giannini a Paolo Ferrero sollecita l'unità dei comunisti. Se avverrà nella forma di una unificazione tra PRC e PDCI non ne farò una tragedia, ma a me sembra una strada sbagliata, per almeno tre ragioni.

La prima è epidermica. Quando nei cortei vedo uno spezzone del PDCI accompagnato da energumeni palestrati con le teste rasate avverto una distanza antropologica. Sarà un mio irrazionalissimo pregiudizio, ma se esteticamente somigli ad un fascista, anche politicamente hai qualcosa che non va.

La seconda è ideologica. I comunisti sono uniti nel passato nel riferirsi a Marx e alla Rivoluzione d'Ottobre o nel lontano futuro nel riferirsi all'obiettivo storico dell'abolizione della proprietà privata. Ma da questi riferimenti passati e futuri, traggono per il presente implicazioni completamente diverse che spaziano dalla non violenza alla simpatia per la Corea del Nord.

La terza è politica. Le differenze tra PRC e PDCI non devono precludere una tensione unitaria, la quale può avere anche sbocchi organizzativi, ma date le discriminante, ciò vale nè più nè meno nel rapporto con le altre sinistre. E' qui è il principale difetto della proposta di unità dei comunisti, quello di essere una unità esclusiva, mentre il tema urgente dovrebbe essere quello di trovare le forme e i modi possibili di unire tutta la sinistra, senza l'ingombro di formule ideologiche oggi sostanzialmente prive di fondamento.

10.12.2009

Sentimento anti-italiano

La saggezza dalemiana recita così: «C'è un antiberlusconismo che sconfina in un sentimento anti-italiano. Una concezione da élite illuminata che vive in un paese disgraziato, l'approccio peggiore che possiamo avere» (L'Espresso, 9 ottobre 2009).

C'è solo il sospetto che lo stesso D'Alema sia un elitario che si sforza di non esserlo o che si rassegna con realismo a convivere in un paese disgraziato. Fu proprio un suo libro a titolarsi «Un paese normale», per indicare la sua prospettiva politica.

Dalla stessa analisi si possono trarre conclusioni diverse.

Se Berlusconi è la cifra dell'Italia o della maggioranza strutturale, è inutile pensare di poterlo battere, tanto vale attestarsi su posizioni di minoranza etica o di minoranza inciucista.


Dal “Discorso sopra il costume presente degli italiani
di Giacomo Leopardi

1. cinismo e scarsità di senso morale, che induce gli italiani a non rispettare nulla e a ridere di tutto

2. assenza di una classe dirigente che sappia unificare il restante corpo sociale su concetti e comportamenti di riferimento. Conseguente mancanza di Stato e della Politica come strumenti di regolazione del "particulare" di guicciardiniana memoria, e sua sostituzione con la famiglia.

3. assenza di una forte vita interiore. Rifiuto della lettura, vista come "piccola morte", prevalenza della cultura orale, assenza del senso tragico compiuto.

4. degenerazione della religione, non interiorizzata, con netta prevalenza dei riti e delle cerimonie sulla coscienza. Il cattolicesimo con la sua casistica di peccati mortali e veniali, propone il lavacro morale periodico tramite la confessione, e ha indebolito il senso morale degli italiani

5. Trasformismo sociale e politico, da mettere in relazione con le vicende della Chiesa Cattolica e della Controriforma in particolare: il passaggio lento e graduale da una posizione all'altra e, spesso, al suo opposto, attraverso mediazioni e solenni documenti più che dallo scontro di forze normalmente avvenuto altrove.

6. "Pensiero debole" in fatto di crimine. Assenza di rigore verso il colpevole e disprezzo per le vittime, anche questo tratto tipico del cattolicesimo indulgente: perdonare per poi farsi perdonare, ma soprattutto per perdonarsi.

7. Furbizia: un approccio mentale molto simile all' esprit florentin, insomma, di chi machiavellicamente, in assenza di forza fisica e morale adeguata, sceglie di essere "più golpe che lione".

8. Gaiezza e vitalismo"