L'opinione pubblica giudica Piero Marrazzo e voglio pure io pronunciare la mia sentenza, forte del mio essere innocuo.
Oggetto della contesa nel giudizio è la posizione dell'ex presidente della Regione Lazio (detto senza alcuna ironia). Ovvero, egli è prima di tutto una vittima o un colpevole? Vittima di se stesso potrebbe essere la formula che accontenta i più, ma vediamo più avanti in dettaglio, andando in ordine sparso.
Altro oggetto della contesa nel giudizio riguarda la posizione della stessa opinione pubblica: è lecito giudicare Marrazzo? Domanda analoga si è già posta per gli scandali di Berlusconi. Il solito dilemma sul confine tra vita privata e vita pubblica, in particolare degli uomini pubblici, più segnatamente di quelli di potere. Già lo specificare la domanda implica una risposta: l'uomo di potere, legittimato dal consenso popolare, ha meno diritto di altri alla vita privata, poichè anche il suo modo di comportarsi in quella sfera può favorire la valutazione di chi è chiamato a dargli il voto. Se un leader è scorretto nei confronti dei suoi cari, può essere affidabile per gli elettori? Quale che sia la risposta giusta, vorrei potermela dare da solo o con altri, ma forse non vorrei essere messo nella condizione di ignorare, di non poter valutare. Insomma, meglio sapere. Se poi, una persona vuole affermare il valore della sua privacy, ebbene, non glielo ha ordinato il medico di fare il condottiero dell'umanità.
Qui è il primo punto (come ho detto, procedendo in ordine sparso): Marrazzo ha tradito sua moglie. Se nessuno di noi vorrebbe essere nei panni di Marrazzo, neppure vorremmo essere nei panni di sua moglie. Nè di sua figlia. Se l'empatia è un sentimento positivo, ampliamone il raggio e rivolgendolo a tutte le persone coinvolte. La maggioranza di noi può essersi trovata in questa situazione, una circostanza nella quale l'idea di farla franca sottovaluta la sproporzione tra il vantaggio momentaneo di un piacere proprio e lo svantaggio molto più duraturo e più pesante di un dolore arrecato ad altri.
La pietra dello scandalo sembra riguardare (e mettiamolo come secondo punto) il rapporto con un trans. Marrazzo si è sessualmente relazionato, non ad una donna, secondo le "leggi della natura", ma ad una persona del suo stesso sesso che vorrebbe essere del sesso opposto o che tende al sesso opposto. Una cosa più complicata di un rapporto omosessuale. Forse. Qui, non ho nulla da obiettare. Riconosco che l'identità di genere è una questione aperta e che non tutti gli esseri umani possono essere costretti nella logica binaria uomo/donna. Riconosco anche la più ampia libertà di orientamento sessuale. Con il consenso reciproco e senza violenza, ciascuno può relazionarsi a chi vuole, purchè adulto. Tutto ciò è perfettamente naturale, e anche se non lo fosse del tutto, la natura non avrebbe ragione di offendersi.
Piuttosto (terzo punto) la relazione con il trans, era una relazione pagata, quindi una mercificazione del corpo, del sesso, agita nei confronti di una persona forse non libera o costretta da una condizione di bisogno. Molti trans si prostituiscono o perchè sfruttati dal racket o perchè semplicemente non possono fare altro. E' una condizione di infima discriminazione. Io non credo alla libertà di prostituirsi e perciò vedo nei clienti come nei protettori dei colpevoli, o quanto meno dei corresponsabili. E' la domanda che alimenta l'offerta. Non potrei mai sentirmi rappresentato da un uomo politico che paga il sesso, che usa il corpo altrui come una merce. Sotto questo profilo per me, Marrazzo è condannato.
Dalla svalutazione del corpo, alla svalutazione dei soldi, correlato al quarto punto, il prezzo: mille, duemila, tremila, cinquemila euro. Una botta di piacere, in tempo di crisi, bassi salari e licenziamenti, per un importante amministratore costa l'equivalente di tre, quattro mesi di lavoro, di salario di un operaio o di un impiegato generico.
Quarto punto: il ricatto. Qui i cattivi sono certamente i carabinieri, ma attenzione. Il governatore non può essere ricattato e lui stesso deve preservarsi dalla possibilità di finire in questa situazione. Qui si misura il senso di responsabilità del leader. E se in questa situazione ci finisce, egli ha il dovere di denunciare subito i ricattatori. Marrazzo ha fatto l'esatto contrario: ha ricompensato i carabinieri, ha accettato l'aiuto complice, certo non disinteressato, del capo del governo, padrone della Mondadori, e di Mediaset editore dei giornali, di un potente apparato dell'informazione, che avrebbe potuto lanciare una compagna distruttiva contro il governatore del Lazio. E' infatti possibile che la recente retromarcia di Marazzo sulla sanità regionale, sui tagli ai finanziamenti degli ospedali privati di Angelucci, editore di Libero, siano da considerare in relazione con questo sfondo di manovre, ricatti, trattative. Qui si apre un doppio problema: quanto è grande il potere di controllo, ricatto, distruzione di una potente concentrazione politico-economico-editoriale e quanto, per sua malcostume, la classe dirigente è vulnerabile.
In conclusione: è bene che Marrazzo si sia dimesso. Ciononostante, provo dispiacere per due cose. Per il fatto che il PD sia stato tanto volte incapace di selezionare i suoi candidati, amministratori, leader politici, facendo della televisione un trampolino di lancio troppo importante. Marrazzo era un volto noto e di successo, prima del Tg3, poi della trasmissione creata da Antonio Lubrano sulla difesa dei consumatori, ma - ha ragione Gigioli - non aveva nessun altro merito: di politica e di amministrazione della cosa pubblica non sapeva nulla. L'immagine non fa il leader. E infine, per il fatto privato in sè. Una carriera professionale brillante, un'esperienza politica vincente, magari una bella famiglia, insomma una situazione personale fortunata e privilegiata, rovinata per quasi niente. Lo dico solo perchè mi impressiona, come l'idea di commettere un piccolo errore possa farti crollare il mondo addosso a te e alle persone che ti vogliono bene.
Oggetto della contesa nel giudizio è la posizione dell'ex presidente della Regione Lazio (detto senza alcuna ironia). Ovvero, egli è prima di tutto una vittima o un colpevole? Vittima di se stesso potrebbe essere la formula che accontenta i più, ma vediamo più avanti in dettaglio, andando in ordine sparso.
Altro oggetto della contesa nel giudizio riguarda la posizione della stessa opinione pubblica: è lecito giudicare Marrazzo? Domanda analoga si è già posta per gli scandali di Berlusconi. Il solito dilemma sul confine tra vita privata e vita pubblica, in particolare degli uomini pubblici, più segnatamente di quelli di potere. Già lo specificare la domanda implica una risposta: l'uomo di potere, legittimato dal consenso popolare, ha meno diritto di altri alla vita privata, poichè anche il suo modo di comportarsi in quella sfera può favorire la valutazione di chi è chiamato a dargli il voto. Se un leader è scorretto nei confronti dei suoi cari, può essere affidabile per gli elettori? Quale che sia la risposta giusta, vorrei potermela dare da solo o con altri, ma forse non vorrei essere messo nella condizione di ignorare, di non poter valutare. Insomma, meglio sapere. Se poi, una persona vuole affermare il valore della sua privacy, ebbene, non glielo ha ordinato il medico di fare il condottiero dell'umanità.
Qui è il primo punto (come ho detto, procedendo in ordine sparso): Marrazzo ha tradito sua moglie. Se nessuno di noi vorrebbe essere nei panni di Marrazzo, neppure vorremmo essere nei panni di sua moglie. Nè di sua figlia. Se l'empatia è un sentimento positivo, ampliamone il raggio e rivolgendolo a tutte le persone coinvolte. La maggioranza di noi può essersi trovata in questa situazione, una circostanza nella quale l'idea di farla franca sottovaluta la sproporzione tra il vantaggio momentaneo di un piacere proprio e lo svantaggio molto più duraturo e più pesante di un dolore arrecato ad altri.
La pietra dello scandalo sembra riguardare (e mettiamolo come secondo punto) il rapporto con un trans. Marrazzo si è sessualmente relazionato, non ad una donna, secondo le "leggi della natura", ma ad una persona del suo stesso sesso che vorrebbe essere del sesso opposto o che tende al sesso opposto. Una cosa più complicata di un rapporto omosessuale. Forse. Qui, non ho nulla da obiettare. Riconosco che l'identità di genere è una questione aperta e che non tutti gli esseri umani possono essere costretti nella logica binaria uomo/donna. Riconosco anche la più ampia libertà di orientamento sessuale. Con il consenso reciproco e senza violenza, ciascuno può relazionarsi a chi vuole, purchè adulto. Tutto ciò è perfettamente naturale, e anche se non lo fosse del tutto, la natura non avrebbe ragione di offendersi.
Piuttosto (terzo punto) la relazione con il trans, era una relazione pagata, quindi una mercificazione del corpo, del sesso, agita nei confronti di una persona forse non libera o costretta da una condizione di bisogno. Molti trans si prostituiscono o perchè sfruttati dal racket o perchè semplicemente non possono fare altro. E' una condizione di infima discriminazione. Io non credo alla libertà di prostituirsi e perciò vedo nei clienti come nei protettori dei colpevoli, o quanto meno dei corresponsabili. E' la domanda che alimenta l'offerta. Non potrei mai sentirmi rappresentato da un uomo politico che paga il sesso, che usa il corpo altrui come una merce. Sotto questo profilo per me, Marrazzo è condannato.
Dalla svalutazione del corpo, alla svalutazione dei soldi, correlato al quarto punto, il prezzo: mille, duemila, tremila, cinquemila euro. Una botta di piacere, in tempo di crisi, bassi salari e licenziamenti, per un importante amministratore costa l'equivalente di tre, quattro mesi di lavoro, di salario di un operaio o di un impiegato generico.
Quarto punto: il ricatto. Qui i cattivi sono certamente i carabinieri, ma attenzione. Il governatore non può essere ricattato e lui stesso deve preservarsi dalla possibilità di finire in questa situazione. Qui si misura il senso di responsabilità del leader. E se in questa situazione ci finisce, egli ha il dovere di denunciare subito i ricattatori. Marrazzo ha fatto l'esatto contrario: ha ricompensato i carabinieri, ha accettato l'aiuto complice, certo non disinteressato, del capo del governo, padrone della Mondadori, e di Mediaset editore dei giornali, di un potente apparato dell'informazione, che avrebbe potuto lanciare una compagna distruttiva contro il governatore del Lazio. E' infatti possibile che la recente retromarcia di Marazzo sulla sanità regionale, sui tagli ai finanziamenti degli ospedali privati di Angelucci, editore di Libero, siano da considerare in relazione con questo sfondo di manovre, ricatti, trattative. Qui si apre un doppio problema: quanto è grande il potere di controllo, ricatto, distruzione di una potente concentrazione politico-economico-editoriale e quanto, per sua malcostume, la classe dirigente è vulnerabile.
In conclusione: è bene che Marrazzo si sia dimesso. Ciononostante, provo dispiacere per due cose. Per il fatto che il PD sia stato tanto volte incapace di selezionare i suoi candidati, amministratori, leader politici, facendo della televisione un trampolino di lancio troppo importante. Marrazzo era un volto noto e di successo, prima del Tg3, poi della trasmissione creata da Antonio Lubrano sulla difesa dei consumatori, ma - ha ragione Gigioli - non aveva nessun altro merito: di politica e di amministrazione della cosa pubblica non sapeva nulla. L'immagine non fa il leader. E infine, per il fatto privato in sè. Una carriera professionale brillante, un'esperienza politica vincente, magari una bella famiglia, insomma una situazione personale fortunata e privilegiata, rovinata per quasi niente. Lo dico solo perchè mi impressiona, come l'idea di commettere un piccolo errore possa farti crollare il mondo addosso a te e alle persone che ti vogliono bene.









