12.12.2009

Manifesti pre-elettorali

Da alcuni giorni sono comparsi i manifesti per le elezioni regionali del prossimo marzo. Non dicono vota questo, vota quello, perchè ufficialmente la campagna elettorale non è ancora cominciata. Quelli che ho visto, annunciano o ricordano l'esistenza del tal politico o l'arrivo di un nuovo candidato. Tutti lasciano il proprio contatto (email o cellulare), invitano a chiamare, si propongono come notabili.

Uno dice: Alzati Piemonte (Gian Luca Vignale - PDL); un'altro dice: Insieme a voi, in Regione (Fabrizio Comba - PDL); un'altro dice L'impegno continua, mandami un sms, con su scritto «sono con te» (Claudia Porchietto - già candidata sconfitta alla presidenza delle Provincia, che ora ci prova per la conquista di un seggio in Regione, perciò l'impegno continua); un'altro dice: Con il Piemonte nel cuore (Davide Gariglio - PD); un'altro dice Moderati per Bresso, per Chiamparino, per Saitta, la coerenza paga (I moderati).

Quest'ultimo è l'unico ad avere un significato, sia pure tutto interno alla sfera separata della politica: il partito dei moderati, emanazione dell'azienda di servizi Call Center "Contacta", scisso da Forza Italia, comunica di essere all'interno della stessa alleanza in Regione Piemonte, in Provincia e al Comune di Torino. Gli altri promuovono se stessi, il proprio nome, la propria faccia, senza alcun messaggio, se non l'appartenenza ad un partito nazionale, come se l'elettore dovesse rimanere persuaso da non si sa bene cosa, qualcosa di subliminale, che mi sfugge, perchè non c'è nulla: nè un accenno di proposta programmatica, nè un principio, nè un valore, nè una scelta di campo, una ragione sociale, niente di niente, neppure nel modo più vago.

Non fa eccezione Mercedes Bresso, che pure ha il suo motivo per promuovere il messaggio della sua presenza in largo anticipo, data l'incertezza della sua ricandidatura, da parte del PD, poichè lei, insieme a Nichi Vendola, poteva essere uno dei presidenti da sacrificare sull'altare dell'alleanza con l'UDC.

A parte ciò, quelle facce autopromuoventi, non mi ispirano nè fiducia, nè sfiducia, non mi dicono nulla, nel vero senso della parola, anzi nell'assenza di qualsiasi parola significativa, persino al di sotto dei più comuni marchi pubblicitari. Sarebbe bello se questa politica, questi partiti, questi candidati, si elevassero, nella comunicazione e nei contenuti, almeno al livello di un detersivo.

12.10.2009

PPE, Berlusconi e la «sovranità dei giudici»

E' una bella forzatura dire che la Consulta è un organo politico perchè un terzo dei suoi membri sono stati nominati di volta in volta da presidenti della repubblica non appartenenti allo schieramento berlusconiano.

Di essi, solo Napolitano è stato eletto a maggioranza e questo, certo, non gli permette di essere più libero e disinvolto nei rapporti con il governo.

Quei signori sono tre moderati concilianti e conciliabili con entrambi gli schieramenti, anche con una destra guidata da un uomo la cui principale missione politica è salvarsi dai processi. Il lodo Schifani fu controfirmato da Ciampi e il lodo Alfano è stato controfirmato da Napolitano. Scalfaro, forse il più a sinistra dei tre, coabitò per un periodo troppo breve, e l'allora decreto salvaladri fu abortito dalla protesta popolare.

Direi quindi che la Consulta ha seguito una linea sua, indipendente dal presidente della repubblica, e difficilmente confutabile. Se la Costituzione dice che la legge è uguale per tutti, cos'altro potevano decidere i giudici costituzionali? Sarebbero organo politico solo perchè in maggioranza non sono andati a cena dal premier e non hanno votato come desiderava lui?

Se vieni eletto presidente del consiglio e vuoi fare il monarca al di sopra delle leggi, è difficile andare accettare la divisione dei poteri, quali che siano i nominati, qualcuno si metterà di traverso: i presidenti delle camere sono entrambi di destra, ma anche qui i rapporti con Palazzo Chigi vanno bene solo al cinquanta per cento.

Poi, in tempo di bipolarismo, si può pure pensare ad una riforma del metodo di elezione della Consulta, allo scopo di rafforzarne la funzione di garanzia, e sarebbe allora opportuno esplicitare una proposta, anzichè qualificare come veritiero un discorso eversivo.

Vorrei chiederei ai D'Alema boys, va bene che le riforme devono essere condivise, ma perchè condivise proprio con Berlusconi, adesso? Avete paura che esca di scena prima di poterle condividere con lui? Un conto era essere bicameralisti nel 1996, un conto è esserlo nel 2009 al crepuscolo di una stagione politica, anche solo per motivi fisiologici: il vostro prediletto interlocutore ha ormai 73 anni e tiene insieme la sua maggioranza a colpi di voti di fiducia. Avete passato 15 anni senza riuscire a fare di Berlusconi il padre di una nuova Costituzione. Ancora un po' di pazienza. Il prossimo interlocutore, chiunque sarà, sarà meno peggio. O no? Certo, dipende sempre dall'obiettivo. Da lungo tempo, la parola "riforma" è una carta coperta.

Confindustria e il lavoro agli immigrati

Per la Confindustria cresce l'offerta di lavoro delle aziende ai lavoratori immigrati e lo dichiara smentendo Bossi: «Noi restiamo della nostra idea: gli immigrati devono essere mandati a casa loro. Non c'è lavoro nemmeno per noi.» La Confindustria ha spesso criticato le quote troppo basse dell'annuale decreto flussi. Ma la Confindustria può essere amica dei lavoratori immigrati? So domandano maliziosamente gli xenofobi e dandosi anche la risposta: se dice così, avrà il suo tornaconto, nel dividere i lavoratori, nel tenere bassi i salari, nell'avere un esercito di riserva.

Tuttavia, il primo l'offerta di lavoro c'è e i migranti non vengono dunque da noi a fare gli accattoni o i delinquenti. C'è la crisi, molte aziende licenziano, ma altre assumono e in alcuni settori risulta persino difficile reperire la manodopera. Il lavoro degli immigrati non necessariamente entra in concorrenza con quello degli italiani, come spiega Bankitalia. La maggior parte dei disoccupati italiani è concentrata al sud, magari anche impiegata nel lavoro nero, ma l'offerta di lavoro è soprattutto al nord. Infatti, in parte è ripresa la migrazione interna, come dicono i rapporti Svimez, ma non al punto tale da neutralizzare l'immigrazione straniera.

Per sfruttare a basso costo la manodopera straniera, va bene la condizione di clandestinità, ma il direttore della Confindustria, parla di occupazione qualificata e di integrazione economica e dice anche che questa non basta, ad essa deve aggiungersi un disegno di accoglienza e di inclusione sociale. Quindi, regolarizzazione, contratti, diritti. Evidentemente, non tutta la borghesia italiana è unita dietro la doppia morale leghista, che a parole vuole cacciare gli immigrati, ma nei fatti li sfrutta da clandestini. L'integrazione economica e sociale implica la condivisione dei diritti, compresa la sindacalizzazione, e l'aspirazione a nuove rivendicazioni, come è successo per i lavoratori meridionali, integrati negli anni '50-'60, alla testa lotte negli anni '60-'70.

Gli industriali badano al profitto, che non sempre comporta il più brutale sfruttamento della forza lavoro. Nei punti alti della competizione, dove vince la qualità del prodotto e del processo produttivo, bisogna ricorrere a lavoratori qualificati, adeguatamente remunerati e motivati, integrati nel contesto sociale e giuridico della comunità. I capitalisti, spiegava Marx, retribuiscono i lavoratori quel tanto che a loro serve per riprodurre se stessi, ma il livello di questa necessità a garantirsi la sopravvivenza muta nello spazio e nel tempo e si evolve fino ad arrivare ad includere diritti e beni che solo poco anni fa avremmo considerato di lusso, come il computer, la connessione a Internet, il cellulare. Allora, per una parte dell'industria, i lavoratori immigrati devono essere lavoratori regolarizzati. La grande borghesia, nella sua storia ha condotto anche battaglie di progresso nella condizione del lavoro, dall'abolizione della schiavitù a quella del latifondo. A sostenere le lotte dei contadini meridionali che occupavano le terre e venivano caricati dalla celere di Scelba, a fine anni '40 era La Stampa di Torino, giornale della Fiat, che con le sue inchieste rivelò come tante di quelle terre occupate appartenessero in origine al demanio pubblico.

Che la presenza di immigrati poi determini salari più bassi, è discutibile, in quanto, 1) attenua il dumping sociale provocato dalle delocalizzazioni: il salario in Italia è forse più contenuto dai romeni sfruttati in Romania da aziende italiane che non dai romeni che vengono a lavorare in Italia; 2) il lavoro immigrato produce ricchezza equivalente ad un decimo di pil, questa ricchezza a sua volta crea nuovi posti di lavoro, quindi la domanda di lavoro tende a riequilibrarsi con l'offerta. Se davvero interessa la questione salariale, è possibile sostenere: 1) il ripristino della scala mobile; 2) il salario minimo determinato, non più dalla contrattazione collettiva, ma per legge; 3) l'introduzione di un reddito di cittadinanza; 4) il superamento dei tanti cosiddetti contratti atipici. Anche i lavoratori immigrati sono capaci di lottare per gli aumenti salariali e per migliori condizioni di lavoro, come e forse anche meglio dei lavoratori autctoni, come tante volte è successo nelle storie di immigrazione, come dimostra l'esempio francese.

12.03.2009

Il western del middle east

Il ricordo di un pioniere israeliano che rifiuta l'idea di aver preso parte ad una invasione, potrebbe somigliare a quella di una carovana di cowboy assalita dai pellerossa, come tante volte abbiamo visto nei film western, dove i primi erano i buoni e i secondi i cattivi. Il fatto è che si può essere sia pionieri che invasori e non necessariamente, immersi nella situazione, si ha la percezione di quel che si è o di come si è percepiti dall'altro.

Nel 1947-48 gli ebrei erano le principali vittime del nazismo, i vincitori della seconda guerra mondiale, e forse tutti i democratici, si sentivano in dovere di compiere nei loro confronti un risarcimento. L'Urss era schierata dalla parte dei sionisti, anche in funzione antibritannica e antioccidentale, e questo orientava la sinistra. All'epoca si poteva ritenere che gli ebrei avessero diritto a quella parte di terra conferita loro dal piano di spartizione dell'ONU, e che per l'opera di bonifica, di costruzione, di civilizzazione che essi svolgevano, in fondo se la meritassero.

Ma, a partire dal 1967, Israele è uscita dai suoi confini, ha conquistato e colonizzato terre non sue, in violazione del diritto internazionale. Qui non ci sono più ragioni di risarcimento, di diritto, di convenienza geopolitica. Se nel 1948 Israele poteva avere ragione, nel 1967 aveva torto. E quando si passa dalla parte del torto, anche la precedente ragione viene rivista. Tutto è male quel che finisce male.

Facebook, 2 dicembre 2009

11.26.2009

Antisemitismo e antisionismo /2

Che la confusione tra antisemitismo e antisionismo sia reale o strumentale, che ritorna di tanto in tanto, per esempio quando si parla del Forum Palestina, penso bisogna parafrasare e applicare la massima di Ben Gurion: «Combattere l'antisemitismo come se non ci fosse l'occupazione israeliana dei territori palestinesi; combattere l'occupazione israeliana dei territori palestinesi come se non ci fosse l'antisemitismo

Ma che senso ha parlare di sionismo oggi, se il suo fine storico - la creazione dello stato degli ebrei - è stato realizzato fin dal 1948? Forse è un modo per non riconoscere legittimità all'obiettivo che è stato raggiunto, a trattarlo come se fosse reversibile. Forse, in senso estensivo, sionismo indica anche un nazionalismo chiuso alle ragioni dei palestinesi, un modo esclusivo di intendere i propri diritti da parte israeliana. Comunque, il termine è usato anche dalla "controparte". Una mia amica/conoscente cura un orgoglioso blog sionista.

Anche se ci tengo alla distinzione tra antisemitismo e antisionismo, non mi reputo antisionista.

Se esistono tanti sionismi o tante cose dentro il sionismo, allora penso sia giusto anche riconoscere la pluralità dell'antisionismo, senza voler ridurre tutto ogni volta all'antisemitismo. Poi, esistono anche delle ambiguità, delle zone grigie, umori latenti e inconsapevoli. Non mettiamo sempre mano ad una accusa infamante come se fosse un revolver sempre carico nella fondina.

Facebook, 24-25 novembre 2009


Argomento correlato:
L'antisionismo è antisemitismo?

11.17.2009

Esselunga, la cassiera e il mobbing inventato (?)

Può essere che, sulla base di quanto effettivamente accertato, sia plausibile una sentenza di archiviazione relativamente al caso della cassiera della Esselunga, tuttavia, è un po' troppo sbrigativo titolare, come fa il Corriere della Sera nella sua edizione online, La cassiera e il mobbing inventato, trasformando l'incertezza in una verità rovesciata. Idem l'Ansa: Mobbing: cassiera Esselunga mentiva; Il Giornale: La commessa dell'Esselunga inventò mobbing e aggressione; il TGCOM, quanto meno, ha cura di usare le virgolette: Mobbing,"cassiera Esselunga mentì" Milano, Gip archivia il caso. Certo, la richiesta di archiviazione del pm, sostenendo che «Le problematiche che la vitti­ma ha evidenziato appaiono legate ai disturbi psichici e al suo stato di sofferenza psico­logica», e parlando di «totale mancanza di atti­vità o volontà persecutoria», dà adito a queste interpretazioni.

Ma, il mancato accertamento di attività o volontà persecutoria, non dimostra affatto la sua totale mancanza. Che la cassiera abbia problemi psicologici, non significa necessariamente che si sia inventato tutto. I principali fatti a motivo della sua accusa restano: per una ora e mezza non le è stato concesso il cambio alla cassa e lei si è urinata addosso. Non si sa se per disorganizzazione o per vessazione. E' stata picchiata negli spogliatoi: trauma cranico facciale, di­storsione cervicale, ecchimo­si alle gambe e contusione al braccio destro «l’autore del fatto non è stato identificato e pertanto va accolta la richie­sta di archiviazione». Tuttavia, è successo, e le lesioni c'erano, accertate al Pronto Soccorso e riferite anche dalla testimonianza della sindacalista della UIL. Anche chi dice la verità, può fornire versioni contraddittorie, anche chi ha problemi psicologici può subire mobbing, e forse soprattutto, dato che le vittime privilegiate sono proprio le persone più vulnerabili con l'effetto di aggravare ulteriormente il loro stato di sofferenza.

11.12.2009

Comunisti: nostalgici e rifondatori

L'Ernesto torna a lamentare la censura di Liberazione, perchè il direttore non ha pubblicato un articolo di Andrea Catone contro l'articolo di Paolo Ferrero sul ventennale della caduta del Muro di Berlino, poichè quell'articolo non voleva aprire un dibattito sull'argomento.

Sono d'accordo con la scelta del direttore di Liberazione. Aprire un dibattito sull'articolo di Ferrero sul giornale del partito equivarebbe a dire che il giudizio politico sull'esperienza delsocialismo reale è, per il partito, ancora un nodo irrisolto. Saremmo quelli che, in rapporto a quella esperienza, la pensano alcuni bene, alcuni male, ma il partito in sè, una sua visione coerente non l'avrebbe. E dunque, una delle sue opzioni possibili sarebbe lariproposizione di quel modello o il rapporto alleatorio con stati che in qualche modo e misura si ispirano ancora, in tutto o in parte, a quel modello. Credo e spero che il partito non sia in questo stato e sono d'accordo nel fatto che non dia di sè questa immagine.

Per questo l'unità di tutti i "comunisti" (sedicenti tali) non ha senso. Ha senso l'unità dei comunisti che perseguono la rifondazionevolta a coniugare giustizia e libertà e ha senso l'unità dei nostalgici del collettivismo burocratico. Ciascuno per la sua strada. Mi si obietta a questo punto, che le divisioni sul passato non devono inibire l'unità oggi e che questa unità può fondarsi sulla contraddizione capitale-lavoro, sulla centralità della classe.

In linea di principio sono d'accordo, le divisioni sul passato non precludono necessariamente l'unità sul presente e sul futuro. Se i tot partiti della sinistra esistenti confluissero in uno o si dessero una forma organizzativa unitaria, un coordinamento, una federazione come proponiamo, sarei più che contento. Purtroppo questi partiti sono divisi, in modo neppure ordinato, per cui alcune "sensibilità" risultano persino trasversali ad essi. Io stesso sono plurisensibile. Non sono mai stato antisovietico. Non festeggio la caduta del Muro, non sono stato contento nel 1989. Penso che quell'evento sia qualcosa di simile alla morte di Eluana Englaro. Una cosa che è avvenuta molto tempo prima, forse proprio quando il muro è stato tirato su. Se la tua gente scappa dall'altra parte e per trattenerla devi chiuderla dentro, hai già perso. La tenuta della reclusione è solo questione di tempo.

Dato che così è successo, vediamo cosa c'è di buono, quali sono le opportunità. Una è quella di emancipare definitivamente la cultura comunista da una concezione geopolitica del conflitto. Si dice la classe ed io sono proprio d'accordo. Ha senso unirsi sulla base di una ispirazione originaria, quella che vede nella classe operaia, nei soggetti collettivi, il soggetto della trasformazione. E penso che questo non si concilia con una impostazione diversa che continua a vedere invece il soggetto della trasformazione in uno stato, in una coalizione di stati, in un asse del bene. E che giudica gli operai, gli studenti, le donne, rivoluzionari o controrivoluzionari a seconda delle piazze che occupano.

Si tratta in fondo solo di una minoranza. Ma dato che abbiamo alle spalle una storia che pesa come un macigno, anche una minoranza nostalgica è molto ingombrante, perchè in assenza di una storia nuova, finisce per essere molto più facilmente riconoscibile e identificabile. A giugno qui a Torino, Ferrero disse sulle condizioni di un rilancio della rifondazione comunista che: 1) il partito deve stare dentro la crisi, dentro il conflitto sociale; 2) il lavoro interno deve essere funzionale al lavoro esterno; 3) occorre lavorare ad una nuova narrazione del comunismo; 4) bisogna partire da quello che c'è, dalle forze che compongono la nostra lista, per poi provare ad allargare il campo. Purtroppo, riguardo la terza condizione, finchè manca la narrazione nuova, nell'immaginario collettivo continua a valere quella vecchia. E noi continuamo a convivere (e a confonderci) con una minoranza petulante che insiste nel raccontare la narrazione vecchia. Questo secondo me è un problema.

11.10.2009

Il muro di Berlino e la nostalgia del comunismo

La caduta del Muro di Berlino sembrava una bella festa. Occhetto, l'allora segretario del PCI, diceva di esserne contento. Andreotti - si narra - la pensava in tutt'altro modo: Occhetto dice di essere contento? Non si rende conto che è un disastro? In questa curiosa inversione di ruoli, il mio sentimento era più prossimo a quello di Andreotti.

Il Muro era una grave limitazione alla libertà di movimento. Settantotto persone che cercarono di varcarlo lungo tutta la sua storia, iniziata nel 1961, rimasero uccise. Era inoltre il simbolo di un regime autoritario, di un sistema di potere statuale, quello dell'Urss e dei paesi del Patto di Varsavia. Un regime che però assumeva come propria e ufficiale una ideologia di liberazione, trovandosì così in contraddizione tra mezzi e fini.

Una contraddizione che poteva risolversi a destra o a sinistra. La caduta del Muro, in quel modo e in quel momento, pensavo che l'avrebbe risolta a destra. Era la fine del regime di Breznev, ma anche del tentativo riformatore di Gorbaciov. Anche della prospettiva di un "socialismo dal volto umano". Perciò, io non mi sentivo contento.

La caduta del Muro ha questa doppia valenza: è stata una liberazione, che però non ha avuto un impulso progressivo. Forse non fu causa di nulla, ma solo una accelerazione di un processo che si trovava già lungo un piano inclinato, che la Perestroijka non riuscì a raddrizzare, qualcosa di simile alla morte per eutanasia o alla spina staccata per una morte celebrale, uno stato vegetativo, la fine definitiva di qualcosa che era già morto prima. Sta di fatto che ne seguirono più povertà, più diseguaglianza, più guerre. A vent'anni di distanza se ne parla con disincanto, mettendo in rilievo i costi sociali e la nostalgia delle popolazioni dell'Est.

In fondo però, pure noi occidentali abbiamo nostalgia degli anni '60-'70. Il trentennio successivo al dopoguerra è stato un periodo di cresciuta, nel quale anche coloro che stavano male avevano la prospettiva, la speranza di stare meglio in futuro e si pensava fosse naturale che i figli avrebbero avuto una vita migliore dei loro genitori. Oggi non è più così, anzi la tendenza sembra rovesciata. Senza contare il fatto che tutti, in vario, modo rimpiangiamo gli anni in cui eravamo giovani.

"La nostalgia del comunismo non va presa troppo sul serio: più che esprimere un vero desiderio di tornare alla grigia realtà del socialismo, è una forma di lutto, un modo garbato di sbarazzarsi del passato (...) Vale la pena ricordare la sorte di Viktor Kravcenko, il diplomatico sovietico che nel 1944 chiese asilo politico in occidente mentre si trovava a New York e scrisse il famoso Ho scelto la libertà, la prima autobiografia sugli orrori dello stalinismo. Il libro comincia con un resoconto dettagliato della collettivizzazione forzata in Ucraina e della carestia di massa che devastò il paese. La parte più nota della sua storia finisce a Parigi nel 1949, quando Kravcenko vinse trionfalmente il processo contro i suoi accusatori sovietici, che portarono in tribunale perfino la sua ex moglie perché testimoniasse che era corrotto, alcolizzato e colpevole di violenze domestiche.

Quel che è meno noto è che subito dopo la sua vittoria, mentre il mondo lo accoglieva come un eroe della guerra fredda, Kravcenko era sempre più preoccupato per la caccia alle streghe anticomunista promossa da McCarthy negli Stati Uniti e dichiarò più volte che quel modo di combattere lo stalinismo cominciava a somigliare troppo al nemico che voleva sconfiggere. Sempre più consapevole delle ingiustizie del mondo occidentale, Kravcenko fu travolto dall’ossessione di voler cambiare radicalmente anche le società democratiche.

E così, dopo aver scritto un seguito assai meno famoso di Ho scelto la libertà, significativamente intitolato Ho scelto la giustizia, si gettò in una crociata per una nuova organizzazione della produzione industriale, che sfruttasse di meno i lavoratori. La lotta lo condusse in Bolivia, dove investì (e perse) tutti i suoi soldi per organizzare delle cooperative contadine. Schiacciato dal peso dei fallimenti, Kravcenko si ritirò a vita privata e si suicidò sparandosi nella sua casa di New York.

Oggi i nuovi Kravcenko si trovano ovunque: dagli Stati Uniti all’India, dall’America Latina all’Africa, dalla Cina al Giappone, dal Medio Oriente all’Europa occidentale e orientale. Sono diversi tra loro e parlano lingue diverse, ma sono più numerosi di quel che si pensa. E chi sta ancora al governo teme più di ogni altra cosa che le loro voci diventino sempre più forti e compatte.

Questi novelli Kravcenko vedono che le circostanze ci stanno spingendo verso la catastrofe e sono disposti ad agire sfidando ogni probabilità d’insuccesso. Delusi dal comunismo del novecento, sono pronti a ricominciare da zero e a reinventare su basi nuove la ricerca della giustizia. I loro nemici li trattano come pericolosi utopisti, ma sono gli unici a essersi svegliati davvero dal sogno utopico in cui molti di noi sono ancora immersi. Sono loro, e non i nostalgici del socialismo reale, la vera speranza della sinistra.

Slavoj Zizek, Vent'anni dopo il muro di Berlino
Internazionale, 6 novembre 2009

Rifaremmo la Rivoluzione d'Ottobre?

Molti anni fa, forse nel 1991, partecipai ad un seminario universitario sulla storia dei regimi sovietici dell’Europa orientale. Ricordo, durante l’esposizione della relazione finale, il professore mi fece una domanda: adesso, dopo tutto quello che hai studiato, e sapendo come è andata a finire, cosa pensi della Rivoluzione d’Ottobre, tu l’avresti fatta lo stesso? Risposi di si. Risposta temeraria, perché nonostante lo studio di quel seminario, nonostante sapessi come è andata a finire, non mi sento certo preparato per dare una risposta su un quesito del genere.

Già che mi ero lanciato con così tanto coraggio, provai ad articolare un ragionamento di questo tipo. Ci sono tre modi per giudicare una esperienza storica: 1) Mettendola a confronto con le sue promesse, i suoi obiettivi, il modello a cui si ispira – qui il bilancio dell’Urss è fallimentare, il socialismo reale è molto al di sotto della realizzazione del socialismo, e forse ne è persino la sua contraddizione; 2) Mettendola a confronto con le altre esperienze storiche contemporanee – qui il bilancio è dell’Urss è discutibile – l’est europeo non ha eguagliato l’ovest europeo, ma ne ha ridotto il divario, la cui origine risale ai tempi della scoperta dell’America; in fondo, fino a che punto è corretto mettere a confronto la Romania, la Bulgaria, con l’Inghilterra e la Francia? L’Urss dal canto suo si è dissanguata nella corsa al riarmo e non ha potuto usufruire dell’indebitamento degli Stati Uniti. 3) Mettendola a confronto con l’esperienza storica precedente – qui mi pare si sia realizzato un progresso, anche il più diffuso manuale di storia americano, negli anni ottanta (Palmer e Colton) ammetteva che alla fine degli anni ’30 le condizioni materiali di un operaio o di un bracciante erano migliori degli anni precedenti la Rivoluzione. Dunque, quella Rivoluzione fece fare alla Russia, al suo popolo un passo avanti, per quanto al di sotto delle aspettative, in riferimento ad un modello o ad altri paesi.

Ma, per rispondere si, avevo un altro motivo ancora. Ricordo l’opinione di Edgar Morin, secondo cui, Lenin, se avesse saputo come sarebbe andata in Russia e in Europa, non avrebbe compiuto la stessa scelta, poiché lui era convinto dell’arretratezza della Russia, della sua immaturità rivoluzionaria, ma confidava nella rivoluzione in Germania, in Occidente, la quale poi avrebbe trainato quella russa. Può essere. E’ se così fosse stato, certamente io mi sarei allineato, ma qual’era l’alternativa concreta a quel balzo in avanti? L’affermazione di Kerenskij? La socialdemocrazia? Il capitalismo liberale? O la restaurazione zarista? I bolscevichi conquistarono il potere dopo aver impedito il colpo di stato del generale Kornilov. Kerenskij, secondo una celebre definizione, era un vaso di coccio tra due vasi di ferro. Quella era l’alternativa.

11.07.2009

Teoria del galletto piacente

La teoria del galletto piacente dice che se lui piace a lei allora non è più un galletto. Lui la importuna durante il lavoro, sul tram, ad un esame universitario, lei se lo apprezza gliene è grata e lo lascia fare, anzi lo incoraggia. Può in effetti succedere, specie nella trama di un film pornografico o in qualche rappresentazione che per qualità gli somiglia. Nella vita quotidiana è più improbabile. Lì c'è la molestia a cui lei si ribella, evita, o si sottomette.

Lui può essere bellissimo, ma se si comporta in modo strano, può suscitare più diffidenza che attrazione. Se si muove in una società in cui è condiviso un codice relazione nel quale a lui compete il ruolo del predatore e a lei quello della preda, può ancora cavarsela, se gli capita la fortuna di incontrare una donna che si identifica bene nel ruolo che le è stato assegnato, ma in genere la società è molto meno perfetta dei suoi stereotipi. Così l'approccio del galletto si espone ad alcune valutazioni sconvenienti. Il galletto infatti è tale, non perchè dispiace, ma perchè agisce in un certo modo.

Corteggia le donne che non conosce, mentre l'approccio galante dovrebbe essere giustificato da un minimo di relazione confidenziale. Mi prendo confindenza, avendone già un po', in modo che quel che mi prendo possa almeno corrispondere ad una aspettativa sensata. Difatti, quel corteggiatore corsaro lamenta l'imprevedibilità delle donne e il rischio di essere trattato a malo modo, persino accusato e denunciato. Per forza, sulla spiaggia, sul tram, per strada, in un ufficio in cui entri la prima volta, lei potrebbe essere chiunque e la sua reazione imprevedibile anche per il più grande psicologo del mondo e della storia dell'umanità. Magari è una che ha appena sgozzato il suo fidanzato e non vede l'ora di intraprendere una nuova relazione per sgozzarne un altro. In tal caso, secondo la teoria di cui sopra, lei ci starebbe e lui non sarebbe un galletto. Ma diverrebbe presto un bel pollo.

Corteggia le donne in situazioni che non c'entrano nulla con il corteggiamento. Prego si accosti, è passato con il rosso, non ha messo la freccia, ha superato il limite di velocità, favorisca i documenti, dice la vigilessa. Ma lo sa che lei ha due occhi azzurri intensi e profondi come il mare, risponde il gallo al volante. O forse non risponde così, perchè lo sa che il manico del coltello è stavolta dalla parte sbagliata. Ma se il vigile fosse lui, e l'automobilista lei, potrebbe più facilmente succedere. Il galletto corteggiatore è fuori contesto, fuori tema, fuori bersaglio, anche se lui si senti in tema, anche se il nostro pensa che la situazione sia adeguata, perchè lui è uomo, lei è donna, e in quella situazione lui ha un po' più di potere di lei. Ecco, il galletto: uno sconosciuto, inopportuno e un po' prepotente. E' l'uomo che perde la testa davanti alla sua segretaria, ma ha paura di perderla davvero davanti alla sua direttrice.

Dato che lui non sa come lei può reagire, ma immagina che in principio resisterà o fuggirà, perchè così fanno le prede, lui insiste, insegue, forza, come fanno i predatori. Ce lo spiegava durante le lezioni di letteratura, il nostro insegnante di italiano: quando la donna vuol dire no, dice no, quando la donna vuol dire si, dice no lo stesso. E dunque, io come faccio a sapere cosa significa quel no? Ci sarebbe l'intelligenza emotiva, la percezione dei messaggi non verbali, il tono della voce, l'espressione del viso, la postura del corpo, ma magari lei può cambiare idea e in fondo lui non la conosce e poi tutto lo sfondo del suo agire non presuppone mica l'estrema valorizzazione della sua volontà. Volubile per definizione. La donna è mobile, qual piuma al vento, muta d'accento e di pensier... Irrazionale oggetto sessuale, fosse stata una persona, bisognava impostare da principio, tutto in modo diverso, magari cominciando con il presentarsi e - esagero - presentarsi per un motivo.

11.05.2009

Diritto riflesso

In questi giorni, in cui emergono notizie di abusi, pestaggi, morti in carcere, tornano alla mente alcune famose citazioni. Ne ricordo due. La prima, quella classica di Voltaire: "Se vuoi conoscere davvero un paese visitane le prigioni". La seconda, meno nota e molto più recente è quella del senatore repubblicano McCain, fiero oppositore della tortura, torturato lui stesso al tempo della sua prigionia in Vietnam: "La tortura non dice chi sono i terroristi, dice chi siamo noi".

In situazioni così drammatiche può essere facile convenire con questi principi, anche se non è così scontato. L'idea che una persona colpevole di un reato meriti una pena dai confini incerti gode di una certa tolleranza, se non di approvazione. Se è il caso che male c'è, in prigione, nel dare uno schiaffo ad un ladro o ad uno spacciatore, o peggio ad un omicida, uno stupratore? Uno schiaffo, due schiaffi, un pugno, un calcio, qual è il limite? Giunti in fondo al piano inclinato di questa morale, il limite è la morte.

"Il trattamento penitenziario deve essere conforme ad umanità e deve assicurare il rispetto della dignità della persona", sostiene la legge promulgata nel 1975 per regolamentare le condizioni di vita delle carceri italiane. E del rispetto della dignità e della incolumità del detenuto è interamente responsabile l'autorità penitenziaria, quindi lo stato, a cui egli è affidato. Perciò, il modo in cui il detenuto è trattato, misura la civiltà di uno stato, non il valore del detenuto. Se fosse quest'ultimo il criterio, la civiltà dello stato sarebbe meramente reattiva. E la giustizia sarebbe vendetta e persecuzione a discrezione di chi la esercita. L'esercizio di una simile giustizia darebbe una definizione, non del detenuto il quale è già definito da una sentenza di condanna ad una pena, ma dello stato: uno stato di non diritto e come tale, un grande pericolo potenziale per ogni suo cittadino.

In situazioni meno drammatiche, di ordinaria relazione interpersonale, convenire su questi principi è ancora più complicato. Pensiamo esistano persone degne di rispetto ed altre meno. Le prime le rispettiamo, le seconde meno. Eppure, è il rispetto nei confronti degli irrispettabili ad essere il più importante, ad attestare il nostro modo di relazionarci e quindi di essere. Se si è una persona di buon senso, il rispetto nei confronti della persona rispettabile, non necessità di alcuna particolare determinazione, è sufficiente reagire ad essa, basta un riflesso pavloviano.

11.04.2009

Il crocifisso nelle aule scolastiche

Ricordo quindici, venti anni fa, una trasmissione televisiva, forse Samarcanda, in cui si raccontava dell'opposizione del Partito democratico, in uno stato americano, al crocifisso appeso nelle aule scolastiche. Fu chiesto un commento ad un leader politico presente in studio. Era l'allora segretario del PCI (o già del PDS) Achille Occhetto, che stigmatizzò i democratici in nome del dialogo con i cattolici. Ignoro ormai le esatte parole, ma si trattava dei soliti argomenti che i dirigenti di quel Partito usano in queste situazioni. Al che, intervenne Furio Colombo, per condividere con Occhetto la sua posizione relativamente all'Italia, ma spiegandogli che negli Stati Uniti la situazione è diversa: una società multietnica, multiculturale, dove non vige per tradizione la preminenza di una sola religione.

Dopo tanti anni, il PCI, PDS, DS, PD, non ha fatto un passo avanti, mentre la società italiana è diventata molto più simile a quella americana. La Corte Europea dei diritti dell'Uomo stabilisce che la presenza dei crocefissi nelle aule scolastiche costituisce «una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni» e una violazione alla «libertà di religione degli alunni». Ed ecco Bersani, neosegretario proclamato dalla primarie PD, intervenire quasi con un riflesso pavlovian-togliattiano: "penso che in questo delicato campo il buon senso finisce per essere vittima del diritto, penso che un'antica tradizione come quella del crocefisso non possa essere offensiva per nessuno".

Quando ero bambino e poi ragazzo, ero ateo, esonerato dall'ora di religione. La presenza del crocifisso non mi era insopportabile, però la interpretavo come una discriminazione, o meglio come il retaggio di una discriminazione, qualcosa che il tempo avrebbe superato. Anche per questo, non ho mai ritenuto di fare le barricate (o gli assalti lancia in resta) per staccare la croce dal muro. Nulla da dire sul significato cristiano, universale, nobile, etc. di quel simbolo religioso. Sono tanti i simboli nobili, di questa o quella parte religiosa, politica, culturale, ma gli edifici pubblici sono i luoghi di tutti. E' un principio elementare, un norma del diritto e anche del buon senso il fatto che nei luoghi di tutti siano collocati solo i simboli di tutti, eventualmente la bandiera, l'effige del presidente della repubblica. Il crocifisso non è offensivo neanche se si limita ad essere esposto nei luoghi di culto cristiani e nelle abitazioni private. In molti nuovi edifici pubblici non c'è, qualcuno non trovandolo si offende? La tradizione è un valore, ma non può ipotecare per sempre il futuro. Se la società cambia nella sua composizione, è giusto adattarsi. Nella tradizione italiana c'è anche il conflitto tra guelfi e ghibellini. Ora forse, con la presenza di altre culture, altre religioni, la questione della presenza religiosa nello spazio pubblico, può persino diventare più fluida.

Perciò, se devo pronunciarmi in linea di principio, ma anche all'atto pratico, quello che dice Bersani è del tutto sbagliato. Intanto, perchè tra il buon senso e il diritto, dovrebbe avere la precedenza il diritto. Il diritto è uguale per tutti, il buon senso è soggettivo. Anche convivere con la mafia, o non mandare gli ispettori del lavoro nelle aziende che lavorano in nero, può essere una scelta di buon senso, tenuto conto delle condizioni sociali, dei rapporti di forza, l'idea di non mettere il dito tra moglie e marito, anche quando lui tira a lei qualche scappellotto, è una diffusa idea di buon senso, come pure l'idea di rinunciare alla fattura per pagare meno una tariffa. In questo paese, tante volte il presunto buon senso ha la precedenza sul diritto, e anche per questo tra i paesi sviluppati il nostro è il più arretrato, con una cultura della legalità più debole. Il dirigente di un grande partito che vuole essere di alternativa, dovrebbe tenerne conto invece di concorrere anche lui alla contrapposizione tra "buon senso" e diritto.

Pubblicare le foto senza censure cautelari

Le immagini, i video, se e quando ci sono, vanno pubblicati. Non da soli, come illustrazioni di un testo o di un discorso, oppure accompagnate da una didascalia esauriente, ma vanno pubblicati. Con tutte le avvertenze del caso, ma senza censura.

Voglio poter decidere io, se posso conoscerle. Preferisco non sia un giornalista a decidere per me. Se mi trovassi in mezzo ad una guerra o testimone di un omicidio o di una violenza, vedrei tutto quello che c'è da vedere. Perchè allora la notizia di questi eventi deve essere parziale, solo verbale? Perchè il nostro stato o stati nostri alleati possono bombardare un paese da conquistare o ricostruire e noi non possiamo vederne l'effetto, per giudicare se davvero ci piace? Perchè nelle nostre carceri si picchiano, si uccidono i detenuti e noi non possiamo vederne i lividi, le ferite, i volti tumefatti, i cadaveri, per valutare se questo è tollerabile, se e quanto vogliamo attendere per conoscere la verità, o per accontentarci delle parole rassicuranti di un ministro, della retorica dello spirito di corpo? Perchè, un politico può essere ricattato con un video, che possono visionare editori, direttori, giudici, politici, ed io non posso vederlo, non posso valutare con i miei occhi, con la mia testa? Perchè un detenuto malmenato può ascoltare l'istruzione di un capitano che dice che bisogna picchiarlo di sotto, non in sezione, ed io non posso ascoltarne la registrazione o leggerne la trascrizione sul giornale?

Sarà sensazionalismo, spettacolo, morbosità - dipende da come si rappresentano i documenti, dalla professionalità dei giornalisti - ma è sempre meglio della censura. La morte di Stefano Cucchi è diventata un caso centrale, nazionale, nel momento in cui sono uscite le foto del suo corpo martoriato. E' una grande pena vederle. Ma perchè la grande pena dovrebbe essere solo del padre, della sorella, di chi lo ha visto all'obitorio, mentre magari la notizia resta relegata nelle pagine di cronaca, senza che il ministro La Russa debba neppure esternare la sua dichiarata ignoranza dei fatti e le sue certezze sulla assoluta correttezza dell'Arma dei Carabinieri? Perchè la protezione della mia sensibilità, del mio equilibrio, della mia emotività, del rischio della mia assuefazione, deve servire per proteggere i responsabili di un abuso, o peggio, di un comportamento atroce?

I tempi del giornalista che si fa blogger

Il post che vedete qui a fianco è tratto dal blog di Vittorio Zucconi ed è stato ripreso da Luca Sofri, come prova di grande pazienza.

Senza nulla togliere a questa virtù e a chi la possiede, credo ci sia un fraintendimento tra modi di comunicare in situazioni diverse. Il tempo di Internet è l'immediatezza: penso, scrivo, invio e pubblico quasi nello stesso istante. E' il mezzo che lo consente e nell'uso di questo mezzo sviluppo una psicologia da fumatore di sigarette. Il frutto può essere buono o cattivo, a volte anche l'immediatezza può dare buoni risultati, ma di questo solo si tratta.

Proprio perchè quello che scrivo adesso non è particolarmente saggio e vale soprattutto adesso, non c'è motivo che attenda ore per vederlo pubblicato, quando ormai magari lo scriverei in modo diverso, o quando ormai la mia testa è concentrata altrove. Funziona così nelle conversazioni personali o in quelle espresse a voce. Se esprimo una opinione ad un mio conoscente, amico, familiare, vicino di casa, collega di lavoro, non accetto che lui mi risponda quattro ore dopo aver fatto tutte le verifiche, voglio un cenno di risposta subito, un ritorno istantaneo che dia riconscimento al mio impulso. Se parlo ad una assemblea, voglio sentire subito la mia voce, non la versione registrata dopo mezza giornata. Andrei nel panico se parlassi e non sentissi quello che sto dicendo, perchè non è stato ancora visionato. Ecco, Internet, i blog, i forum, funzionano un po' così.

Tutt'altra filosofia comunicativa quella della carta stampata: prima medito, magari faccio delle ricerche, imposto una scaletta di argomenti, butto giù una bozza, tolgo il superfluo, correggo, integro, la riscrivo, la invio ad un correttore di bozze, qualcuno ne discute l'opportunità di pubblicazione, poi finalmente viene pubblicata. Che sia un articolo o una lettera al direttore, vede la luce il giorno dopo. Va bene anche così: c'è la sede dell'espressione immediata e quella dell'espressione meditata e differita. C'è il fumatore di sigaretta e quello della pipa. Se io mando una lettera a Repubblica, è giusto che mi adegui a questi ritmi, anzi li dò per scontati, ma se un giornalista di Repubblica fa un blog, forse deve adeguarsi anche lui. C'è il problema dei messaggi incivili. Potrebbe essere l'occasione per creare un posto di lavoro: quello del moderatore.

10.31.2009

Pesci rossi nel mare

«Bisogna andare (o tornare) in mezzo alla gente». Lo si invoca spesso, da molti anni, nelle strutture di base dei partiti di sinistra. In tal modo si indica una soluzione alla separatezza e contemporaneamente la si esprime in un metamessaggio.

Si dice «la gente», espressione molto generica, che lascia intendere l'assenza di un target o di una classe gardée. A chi si rivolge il partito che vuole andare in mezzo alla gente? Già nell'assenza o nella indeterminatezza della risposta vi è il motivo per cui quel partito in mezzo alla gente non sta. La risposta, se ci fosse, indicherebbe anche in quale luogo andare, mentre nella genericità, quel luogo è spesso solo un luogo di passaggio: la piazza, il mercato, magari la stazione. Situazioni fluide, nelle quali i militanti di partito somigliano a pesci rossi presi dalla vaschetta e gettati nel mare.

Noi e la gente, ci vediamo come due entità distinte. Assumiamo così la psicologia di una agenzia pubblicitaria o di una azienda che deve vendere un prodotto ad un pubblico di consumatori. La psicologia, ma non la scientificità, dato che non conosciamo bene il nostro target, nè gli strumenti e i sistemi di comunicazione, e forse neppure il prodotto. Cosa vogliamo vendere e a chi?

In questa distinzione, per quanto deficitaria, noi continuamo a pensare in modo elitario, noi siamo il soggetto, la gente l'oggetto del nostro intervento. Come Lotta Comunista, come i Testimoni di Geova, come i predicatori, come i venditori, come i rappresentanti di ciò che è altro dalla gente. E in fondo così siamo, come burocrazia o come psicologia, siamo un ceto separato. Il ceto politico che vuole andare (o tornare) in mezzo alla gente.

Giudicare Piero Marrazzo

L'opinione pubblica giudica Piero Marrazzo e voglio pure io pronunciare la mia sentenza, forte del mio essere innocuo.

Oggetto della contesa nel giudizio è la posizione dell'ex presidente della Regione Lazio (detto senza alcuna ironia). Ovvero, egli è prima di tutto una vittima o un colpevole? Vittima di se stesso potrebbe essere la formula che accontenta i più, ma vediamo più avanti in dettaglio, andando in ordine sparso.

Altro oggetto della contesa nel giudizio riguarda la posizione della stessa opinione pubblica: è lecito giudicare Marrazzo? Domanda analoga si è già posta per gli scandali di Berlusconi. Il solito dilemma sul confine tra vita privata e vita pubblica, in particolare degli uomini pubblici, più segnatamente di quelli di potere. Già lo specificare la domanda implica una risposta: l'uomo di potere, legittimato dal consenso popolare, ha meno diritto di altri alla vita privata, poichè anche il suo modo di comportarsi in quella sfera può favorire la valutazione di chi è chiamato a dargli il voto. Se un leader è scorretto nei confronti dei suoi cari, può essere affidabile per gli elettori? Quale che sia la risposta giusta, vorrei potermela dare da solo o con altri, ma forse non vorrei essere messo nella condizione di ignorare, di non poter valutare. Insomma, meglio sapere. Se poi, una persona vuole affermare il valore della sua privacy, ebbene, non glielo ha ordinato il medico di fare il condottiero dell'umanità.

Qui è il primo punto (come ho detto, procedendo in ordine sparso): Marrazzo ha tradito sua moglie. Se nessuno di noi vorrebbe essere nei panni di Marrazzo, neppure vorremmo essere nei panni di sua moglie. Nè di sua figlia. Se l'empatia è un sentimento positivo, ampliamone il raggio e rivolgendolo a tutte le persone coinvolte. La maggioranza di noi può essersi trovata in questa situazione, una circostanza nella quale l'idea di farla franca sottovaluta la sproporzione tra il vantaggio momentaneo di un piacere proprio e lo svantaggio molto più duraturo e più pesante di un dolore arrecato ad altri.

La pietra dello scandalo sembra riguardare (e mettiamolo come secondo punto) il rapporto con un trans. Marrazzo si è sessualmente relazionato, non ad una donna, secondo le "leggi della natura", ma ad una persona del suo stesso sesso che vorrebbe essere del sesso opposto o che tende al sesso opposto. Una cosa più complicata di un rapporto omosessuale. Forse. Qui, non ho nulla da obiettare. Riconosco che l'identità di genere è una questione aperta e che non tutti gli esseri umani possono essere costretti nella logica binaria uomo/donna. Riconosco anche la più ampia libertà di orientamento sessuale. Con il consenso reciproco e senza violenza, ciascuno può relazionarsi a chi vuole, purchè adulto. Tutto ciò è perfettamente naturale, e anche se non lo fosse del tutto, la natura non avrebbe ragione di offendersi.

Piuttosto (terzo punto) la relazione con il trans, era una relazione pagata, quindi una mercificazione del corpo, del sesso, agita nei confronti di una persona forse non libera o costretta da una condizione di bisogno. Molti trans si prostituiscono o perchè sfruttati dal racket o perchè semplicemente non possono fare altro. E' una condizione di infima discriminazione. Io non credo alla libertà di prostituirsi e perciò vedo nei clienti come nei protettori dei colpevoli, o quanto meno dei corresponsabili. E' la domanda che alimenta l'offerta. Non potrei mai sentirmi rappresentato da un uomo politico che paga il sesso, che usa il corpo altrui come una merce. Sotto questo profilo per me, Marrazzo è condannato.

Dalla svalutazione del corpo, alla svalutazione dei soldi, correlato al quarto punto, il prezzo: mille, duemila, tremila, cinquemila euro. Una botta di piacere, in tempo di crisi, bassi salari e licenziamenti, per un importante amministratore costa l'equivalente di tre, quattro mesi di lavoro, di salario di un operaio o di un impiegato generico.

Quarto punto: il ricatto. Qui i cattivi sono certamente i carabinieri, ma attenzione. Il governatore non può essere ricattato e lui stesso deve preservarsi dalla possibilità di finire in questa situazione. Qui si misura il senso di responsabilità del leader. E se in questa situazione ci finisce, egli ha il dovere di denunciare subito i ricattatori. Marrazzo ha fatto l'esatto contrario: ha ricompensato i carabinieri, ha accettato l'aiuto complice, certo non disinteressato, del capo del governo, padrone della Mondadori, e di Mediaset editore dei giornali, di un potente apparato dell'informazione, che avrebbe potuto lanciare una compagna distruttiva contro il governatore del Lazio. E' infatti possibile che la recente retromarcia di Marazzo sulla sanità regionale, sui tagli ai finanziamenti degli ospedali privati di Angelucci, editore di Libero, siano da considerare in relazione con questo sfondo di manovre, ricatti, trattative. Qui si apre un doppio problema: quanto è grande il potere di controllo, ricatto, distruzione di una potente concentrazione politico-economico-editoriale e quanto, per sua malcostume, la classe dirigente è vulnerabile.

In conclusione: è bene che Marrazzo si sia dimesso. Ciononostante, provo dispiacere per due cose. Per il fatto che il PD sia stato tanto volte incapace di selezionare i suoi candidati, amministratori, leader politici, facendo della televisione un trampolino di lancio troppo importante. Marrazzo era un volto noto e di successo, prima del Tg3, poi della trasmissione creata da Antonio Lubrano sulla difesa dei consumatori, ma - ha ragione Gigioli - non aveva nessun altro merito: di politica e di amministrazione della cosa pubblica non sapeva nulla. L'immagine non fa il leader. E infine, per il fatto privato in sè. Una carriera professionale brillante, un'esperienza politica vincente, magari una bella famiglia, insomma una situazione personale fortunata e privilegiata, rovinata per quasi niente. Lo dico solo perchè mi impressiona, come l'idea di commettere un piccolo errore possa farti crollare il mondo addosso a te e alle persone che ti vogliono bene.

10.29.2009

PD, primarie o barbarie

Sono rimasto in dubbio per vari giorni, ma alla fine non ho partecipato alle primarie del PD. Per vari motivi. Non avevo due euro in moneta. Non ricordavo dove fosse il mio certificato elettorale e non avevo voglia di chiederlo a mia moglie. Non sapevo dove fosse il seggio; ho controllato su Internet e il più vicino a casa mia risultava abbastanza lontano. Non sapevo bene per chi votare, soprattutto ero incerto tra Bersani e Marino, fermo restando che Franceschini mi sembra una brava persona.

Insomma, nel complesso ho avuto un deficit di motivazione, che è poi diventato un'ostacolo insormontabile nel momento in cui ho appreso che per poter votare avrei dovuto registrarmi nell'albo degli elettori del PD. Non ho mai votato PD e non mi andava di dire una bugia, addirittura di registrarla e firmarla. Il giorno prima del voto, ho letto un articolo di Alessandro Giglioli che spiegava in dieci punti perchè, nonostante il PD faccia schifo, bisognasse andare a votare. Una intelligente rielaborazione del vecchio detto popolare: o mangi questa minestra o salti dalla finestra.

10.28.2009

Di cosa discute 'Liberazione'

L'Ernesto, sull'Unità dei comunisti, pubblica un articolo di Andrea Catone inviato a Liberazione (che ha deciso di non pubblicarlo). Poco prima, un pezzo di Fosco Giannini titola: Il dibattito nel PRC sulla Federazione accantona o rimuove la questione dell’unità e dell’autonomia dei comunisti in un solo partito. Si ripropone un nuovo “bertinottismo”? Qui, è contenuta la risposta al perchè nella redazione di un giornale si sceglie di pubblicare o non pubblicare un articolo. La linea editoriale non è solo una presa di posizione nelle discussioni, ma anche e soprattutto la scelta di cosa discutere. Dato che il tempo e lo spazio sono limitati e il giornale, come tutti i media tradizionali, è uno strumento di rappresentazione. Dipendesse da L'Ernesto accadrebbe il contrario: il dibattito sull'unità dei comunisti accontonerebbe quello sulla Federazione. Dunque, cosa è giusto discutere, cosa è giusto accantonare?

Abbiamo fatto un congresso che ha deciso la Federazione della Sinistra. Non l'unità dei comunisti, nè il partito dell'arcobaleno. E' normale che ciascuno mantenga le sue convinzioni, ma non si può vivere in un dibattito congressuale permanente, come se non si fosse mai presa nessuna decisione. Liberazione è il giornale di tutto il partito e non può essere monopolizzato dagli argomenti di una sola componente, peraltro dotata di proprie riviste. La pubblicazione della lettera di Fosco Giannini è stata più che sufficiente.

Ciascuno di noi ha a cuore i suoi argomenti e vorrebbe che il partito e il giornale li trattasse. In parte è anche una spinta narcisistica. L'argomento più bello per eccellenza è la nostra stessa persona e siamo felici ogni volta che si parla di noi, persino quando se ne parla male. Andiamo in estasi quando vediamo pubblicata la nostra firma, in calce ad un articolo, fosse anche soltanto la lettera a un direttore. E ricevere una risposta negativa, è molto più soddisfacente che non ricevere risposta.

Ma lo spazio e il tempo sono limitati, soprattutto lo spazio di un giornale come Liberazione. Il direttore di Liberazione dispone di 16 pagine, non di 24 volumi dell'enciclopedia universale. Così, ogni volta che decide di pubblicare un articolo, decide al tempo stesso di non pubblicarne altri. Deve scegliere. Trattandosi di un organo di partito, la selezione è ispirata alle priorità decise dal partito, in sede congressuale e nei suoi organismi dirigenti.

Inviare un articolo, non essere pubblicati e gridare alla censura, perciò, è un vittimistico atto di protervia. Equivale a pretendere di avere la precedenza sugli altri e di averla sempre. Non basta che sia pubblicato un articolo sull'unità dei comunisti, no bisogna pubblicare anche tutto il corteo pubblicistico dei sostenitori dell'articolo e se il partito ha deciso altre priorità, se altri hanno a cuore altri argomenti e restano tagliati fuori, non importa, stiano a guardare sennò sono stalinisti.

Per fortuna esiste la democrazia, e chi vuole proprio insistere con i suoi argomenti, può farlo con i suoi organi di stampa. Fortuna nella fortuna esiste la tecnologia, e ai tempi di Internet chiunque può farsi un blog, un portale, e divulgare il suo pensiero al resto del mondo. Infatti, nei paesi che piacciono molto agli unificatori comunisti, Internet è particolarmente censurato. Ma nella nostra situazione, gridare alla censura, è il grottesco che assume le sembianze del vittimismo.

Se gli unificatori comunisti sono convinti di avere un vasto consenso, possono chiedere la convocazione di un congresso e presentare una loro mozione per l'unità dei comunisti.

10.21.2009

Le migrazioni correggono gli squilibri

Le migrazioni sono un correttivo ad un grave squilibrio mondiale.

Contrastare l'immigrazione significa alla fine opporsi a questa correzione, difendere lo squilibrio e il proprio stato di privilegio e di benessere.

Questo è un lato del problema che fa vedere gli immigrati come un costo, poichè ampliano la platea beneficiaria del welfare, che vogliamo mantenere solo per noi, e abbassano il costo del lavoro, accettando salari più bassi (a maggior ragione è opportuno regolarizzarli).

L'altro lato è che gli immigrati lavorando comunque incrementano la nostra economia e finanziano anche il welfare, permettendo ad esempio il pareggio di bilancio dell'Inps e producendo maggiore ricchezza creano anche le condizioni per nuove politiche redistributive.

Da questo doppio punto di vista, ne risulta da parte dei governi una politica schizofrenica.

Il lavoro degli immigrati

La paura dell'invasione presuppone una grande coscienza sporca. L'idea che la diseguaglianza tra "noi" e "loro" sia così grande che a "loro" convenga trasferirsi da "noi" a qualsiasi condizione, sottomettendosi a qualsiasi schiavitù. Per "loro" sarà sempre un passo avanti. Solo non si capisce come il movimento di tanta disperazione dovrebbe sentirsi scoraggiato dal fatto che "noi" non concediamo "loro" il permesso di soggiorno. Cosa sono i nostri centri di identificazione ed espulsione (CIE), le nostre prigioni, i nostri fogli di via, rispetto alle loro guerre, torture, dittature, carestie, pestilenze? Se persino l'agonia e la morte nel Mediterraneo sono un rischio accettabie, quale paura può incutere la cattiveria di Maroni?

Il fatto è che in Italia non ci sono milioni di immigrati che fanno i lavavetri, gli ambulanti, le prostitute, i raccoglitori di pomodori. Naturalmente, l'asse portante dell'immigrazione è il lavoro nell'industria, nei servizi. Poi a questo si accompagna una quota di marginalità che pratica l'accattonaggio. Questa quota marginale - in una visione falsata - diventa la componente prevalente. Al 2007, questi sono i lavori dei regolari e questi quelli degli irregolari.